Maria Elisa Garcia Barraco, Il serpente nella tradizione religiosa romana (rec. di Emiliano Ventura)

Maria Elisa Garcia Barraco
Il serpente nella tradizione religiosa romana
Arbor Sapientiae Editore, 2019

Maria Elisa Garcia Barraco ha scritto e curato diverse opere, da Hic habitat felicitas Ospitalità e intrattenimento erotico nel Foro romano (2017) a Pomponia Graecina Vicende storiche e letterarie di una matrona romana del I secolo d.c. (2017) e prima ancora Il Mausoleo di Augusto (2014). Ogni studio ha avuto il pregio di comporre una tessera della storia del pensiero, dell’architettura e del costume nella società romana, tra l’epoca repubblicana e quella imperiale. Il suo ultimo, recentissimo (dicembre 2019), libro non smentisce ma conferma quanto appena affermato.
Agathos Daimon è nella mitologia greca un demone buono, il suo numen poteva essere rappresentato simbolicamente come un serpente, a volte anche come un giovane uomo che sostiene una cornucopia e un piccolo piatto, tenuti nella mano. Nella mitologia e nei culti romani l’agatodemone può essere visto come un genius loci, un’entità naturale o soprannaturale legata a un luogo specifico, perché nullus locus sine Genio (nessun luogo è senza un Genio).
«I serpenti sono soliti radunarsi davanti al focolare», attesta così Cicerone nel De Divinatione, e in questo caso sarebbe più opportuno dire che le immagini e la storia dell’iconografia del serpente si radunano in un libriccino, unico, godibile e ricco di spunti: Il serpente Nella tradizione religiosa romana, ne è autrice Maria Elisa Garcia Barraco, edito da Arbor Sapientiae nel dicembre del 2019.
Il testo si presenta nella forma pregevole delle più ricercate e rare immagini della tradizione statuaria, numismatica e pittorica romana. La carta di stampa è delle migliori per rendere accuratamente i colori delle stesse, il tutto ad accrescere il valore stesso del libriccino.
L’autrice ci ricorda come il serpente avesse una funzione bene augurante nell’antica Roma, prima di passare poi in epoca cristiana, e moderna, ad assumere quegli aspetti negativi, demoniaci e pericolosi ai quali siamo ancora tradizionalmente legati.
Sono diversi i termini che nella lingua latina definiscono il serpente; anguis, la forma snella, natrix è la biscia mentre serpens è legato al verbo serpo (strisciare). Aspis è la vipera e colŭber è genericamente un serpente velenoso. Ma il più evocativo e simbolico rimane la forma draco che indicava serpi piuttosto grandi, da questa forma deriverà la nota locuzione hic sunt dracones utilizzata nelle carte geografiche per indicare luoghi ignoti e pericolosi.
Una lunga sequela di immagini, belle e rare, di larari domestici, in cui compaiono serpenti, indica e chiarisce il ruolo benefico e bene augurante del serpente nella quotidianità romana.
«Nessun luogo è senza genio»,[1] veniamo così a sapere che in epoca arcaica il culto dell’ agatodemone è presente principalmente nei larari domestici, e quindi privati, mentre in epoca imperiale il culto diviene iconografia pubblica.
Ci sono immagini che rappresentano due serpenti con delle piccole differenze l’una dall’altro: «Per non far torto al genius loci di cui non si conosceva il genere, si usava raffigurarlo o invocarlo sia con l’aspetto maschile che con quello femminile. Le due serpi, con tratti fisici e cromatici distinti, rappresentavano dunque l’incertezza circa la natura della divinità geniale che proteggeva il luogo».[2] La formula usata, di conseguenza era: «Si deus si dea era quindi una conseguenza di una superstizione sul genere del genius loci».[3]
Anche gli aspetti rituali sono soggetti ai mutamenti e soprattutto seguono i cambiamenti culturali, politici o economici. Così lentamente, nel tempo, il ruolo del serpente muta, evolve e: «Contemporaneamente inizia una graduale evoluzione della raffigurazione del genius che dall’iniziale serpente ora assume anche l’aspetto di un romano con la toga tirata sulla nuca, spesso con la patera nella mano destra e con una grande cornucopia tenuta dalla mano sinistra […] In epoca medio imperiale invece osserviamo un graduale abbandono di questo elemento iconografico e dei serpenti agatodemoni.»[4]
Se in epoca cristiana il serpente ha assunto connotazioni negative, ancora in epoca imperiale è  simbolo di salus come in Igea e Asclepio. Due serpenti si trovano infatti intrecciati al Caduceo di Hermes – Mercurio, ancora oggi simbolo di salute e delle farmacie.
Aver ricondotto un simbolo (il serpente) e un’idea (buona sorte) nel giusto contesto originario, quello della tradizione romana, è solo uno dei pregi del lavoro dell’autrice, alla quale è doveroso riconoscere la capacità di portare alla luce aspetti poco noti o dimenticati del mondo antico.

© Emiliano Ventura

 


[1] M.E. Garcia Barraco, Il serpente Nella tradizione religiosa romana, Arbor Sapientiae, Roma, 2019, p. 9.
[2] Ivi., p. 40.
[3] Ivi., p. 41.
[4] Ibidem.

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