Bustine di zucchero #30: Gustavo Adolfo Bécquer

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bécquer

Gustavo Adolfo Bécquer, uno dei maggiori rappresentanti del post-romanticismo spagnolo, è stato poco tradotto e studiato in Italia. Tuttavia, pur se sporadicamente, il suo nome si è affacciato dalle pagine di qualche poeta. La sezione dei Mottetti montaliani, per esempio, si apre con un’epigrafe desunta dall’ultimo verso della rima XXII dell’autore andaluso: «sobre el volcán la flor», il vulcano simbolo del cuore. Ma se il Montale di Le occasioni lascia intravedere un’angelica idealizzazione di Clizia, senhal di Irma Brandeis, con la quale ebbe una storia d’amore, rendendola nei versi una figura per lui salvifica, ben contrapposta raffigurazione si ricava dalla raccolta delle Rimas di Bécquer in cui ascoltiamo gli echi più profondi della relazione tormentata con Julia Espín, musa più incarnata, corporea, ravvicinata. L’amore, e la conseguente evocazione del soggetto, costituiscono in Bécquer uno dei più noti tòpoi, che considera sia la presenza vibrante della figura femminile nei momenti della passione sia le fasi e gli effetti del sentimento amoroso, anche davanti a circostanze infelici come il tradimento e la solitudine. In questo caso, la rima XXIX parla della fase aurorale dell’amore, fiorito dalla spontaneità di un bacio che, però, rimanda a un’analogia messa ad esponente dal poeta. Di fatti, in epigrafe a questa poesia, Bécquer colloca il verso dantesco 136, tratto dal quinto Canto dell’Inferno («la bocca mi baciò tutto tremante»), a esplicitazione di un atto immortale e memorabile nella letteratura, ovverosia il bacio di Paolo e Francesca, risultato, questo, di una passione innescatasi dalla lettura del fatidico bacio fra Ginevra e Lancillotto. Una simmetria diretta per cui, al bacio adulterino fra la sposa di Re Artù e il cavaliere, per effetto di imitazione segue il bacio fra i due cognati. È ciò che René Girard aveva proprio definito come desiderio mimetico, cioè imitativo, suggerito, mediato da un evento oppure da un modello. La rima di Bécquer trova terreno fertile, e umanamente archetipico, tanto nel mimetismo quanto nell’analogia come ispirazione alla scrittura e alla conoscenza (L. Valori, A. Prete) e quale manifestazione di un’esperienza universale: il poeta e la sua amata stanno leggendo l’Inferno di Dante e allora, ispirati dall’antefatto di due amanti precedentemente irretiti dal romanzo cavalleresco, si baciano. Galeotto fu il Canto! Alla luce di questi dettagli, definiremmo il bacio di Bécquer una ripetizione poco spontanea e artificiosa, una finzione poetica? Va, in verità, ricordato che analogia e mimetismo non sottendono assenza di autenticità nel desiderio, al contrario suggeriscono un anelito remoto, un gesto antico che, nella sua reiterazione, si rinnova alla luce del suo stesso significato. De sideribus, certo. Secondo l’etimo il desiderio proviene dalle stelle, ma si radica nella terra che è l’uomo, e la poesia non fa altro che restituirlo nella sua totalità. Un poema entra tutto in un verso, ci ricorda Bécquer. Un gesto o un atto può occupare tutta una letteratura.

 

Bibliografia in bustina
G.A. Bécquer, Poesie d’amore. Rimas (a cura di Marina Cepeda Fuentes), Roma, Newton Compton, 1996, p. 93.
G.A. Bécquer, Rime (a cura di Ileana Schweiger Acuti), Parma, Guanda, 1967.
E. Montale, Le occasioni, Torino, Einaudi, 1939; ora in E. Montale, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1984, p. 137.
D. Alighieri, La Divina Commedia, Inf. V, vv. 118-136, Milano, Mondadori (Biblioteca Treccani), 2005, pp. 67-69.
L. Valori, Bécquer e l’analogia come tecnica di scrittura e come via di conoscenza, in Atti del XVIII Convegno [Associazione Ispanisti Italiani]: Siena, 5-7 marzo 1998, Vol. 1, (Fine secolo e scrittura: dal medioevo ai giorni nostri), pp. 141-158, Bulzoni, 1999, disponibile su Dialnet e su Centro Virtual Cervantes.
A. Prete, Il demone dell’analogia. Da Leopardi a Valéry: studi di poetica, Milano, Feltrinelli, 1986, p. 159.

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