Dante Virgili: l’apologia dell’apocalisse e il rifiuto dell’umano – di Federico Zumpani

Non esiste progettualità nell’universo di Dante Virgili. La progressione di segni e immagini si dilata solo attraverso l’ossessione delle parole. Un torrente spinoso di pensieri travolge il ragionamento, lo umilia fino a ridurlo ad estrema demolizione di istinti, fino ad un baratro emotivo. La costituzione autodistruttiva che pervade l’autore non è dannazione, ma quasi una logica conclusione del processo storico. Il tempo in cui si impone La distruzione non è un futuro immaginato o anche solo profetizzato dall’autore, ma la quotidianità intrisa di umiliazione nella visione di un nazista italiano. I fantasmi della Seconda guerra mondiale, all’umanità proposti come monito di orrore, rappresentano una gioia sontuosa per l’anima nera di Virgili, il cui desiderio di sterminio supera la ragione e tocca il midollo e i nervi del nichilismo. La condizione di straniero del protagonista si impone in modo antitetico all’alienazione totalizzante che Camus trasmetteva in modo immediato nell’uomo inadeguato; la visione di Virgili costruisce, diversamente, la condizione emotiva dell’uomo contro l’umanità, che rinnega ogni virtù e abbraccia la violenza come desiderio necessario.
Non c’è nessun disagio che giustifichi o ideale esistenzialista che bilanci questa percezione dell’autore, ma soltanto un razionale coinvolgimento emotivo nel ritorno all’inferno, unico percorso accettabile.
Il rifiuto della libertà – anzi della Liberazione – rispecchia il pensiero di Virgili, che compendia in un’opera unica differenti universi umorali, stati progressivi di sentimenti demoniaci, tutti accomunati da un odio puro, che scorre e si fortifica in se stesso, senza mai cercare perdono, ma divenendo rifiuto della società post-bellica.
La trama narrativa si evolve senza alcuna prospettiva specifica, se non l’annullamento. Questa progressione di pensieri oscuri sul concetto di ritorno alle armi, al sangue, rievoca un nulla quasi necessario, celebrazione del terrore che non conosce limite morale, ma si contrae nell’autocondanna di una realtà opprimente. Virgili non racconta un punto di vista, sentenzia la maledizione del fallimento umano, dannando se stesso e la sua stessa stirpe. Voler morire non è mai stato così reale, soprattutto in queste parole, che si scardinano dall’ordine logico, annullando un’idea precedente per favorire il caos emotivo successivo.
Il passato politico dell’autore non è particolarmente necessario in sé, l’esperienza nelle SS che lo contrassegna e quel rimpianto che sembra permanere nelle riflessioni singhiozzanti di non aver fatto abbastanza in quel momento rendono il flusso di coscienza caustico. Lo stile espressivo disorienta, così come la linearità caotica, intervallata da passaggi scritti in tedesco nei momenti in cui la scrittura diviene furente, perché tale è lo stato d’animo dell’autore. Non si giunge quasi mai ad un concetto completo, perché ogni momento di quiete e razionalità viene ucciso dal necessario rigetto dell’ordine morale del presente. Qualunque possibile degenerazione nell’ordinario corrompe l’integrità delirante del protagonista, perché questa modernità sfugge all’ordine da lui immaginato. Rinnegare l’uomo civile, minacciarne l’integrità sociale e la compostezza, questa proiezione emotiva degrada in una perversione mai appagata. In una dimensione individuale, La distruzione si impone come intento di epurazione della razza umana, sostituendo alla trasformazione del moderno una protervia accanita verso ogni debolezza che possa rendere l’autore, uomo deturpato dalla violenza che insegue, realmente umano.
Ogni osservazione o descrizione di eventi e persone, di analisi politiche ma anche di episodi di natura sessuale, deturpa e infetta l’animo umano, come se fosse invalicabile l’infezione sociale che contamina la civiltà. La guerra sembra essere un rifugio, un momento di quiete, l’obiettivo di inseguire un delirio necessario.
L’opera scomposta in quattro parti – sabato, domenica, lunedì, l’alba – trascina il tempo senza meta, collocando i fatti nell’estate milanese del 1956, dove le giornate si svolgono fra l’attività di correttore di bozze presso un giornale e i desideri sadomasochistici del protagonista. Il passato, in cui l’autore svolgeva l’attività di interprete presso le SS, non lo ha abbandonato, persiste in quella “guerra guerreggiata”, come viene a tratti descritta. L’obiettivo di un’apocalisse nucleare, le condizioni politiche degli Stati stranieri, le considerazioni su cosa andava fatto, quanto dolore avrebbe dovuto causarsi per un ordine mondiale plastico e nefasto circondano l’atmosfera di un niente che insegue il niente. La giustizia è irrilevante, la pace quasi imposizione di immobilismo, la potenza un atto di purezza. Dalle parole si passa alla ricerca di una fine. Non esistere diventa il traguardo più ambito, Virgili diventa espressione di guerra come realtà dominante. Difficile inquadrare gli effetti di un’opera simile, impossibile assimilarlo con indifferenza. Antitesi di esistenza e realtà, La distruzione non cerca revisionismi, non vuole restaurare un’ideologia, ma impone un sentimento di morte generale, politica, antropologica, sociale, di cui Virgili assume le sembianze. Antiromanzo, forse, di un processo storico che cambia i connotati di un’umanità moderna e post-moderna, ma delimita i contorni di una Storia che ha lasciato tracce di fango e sangue in singoli individui, come l’autore. Il Terzo Reich come società di potenza nullifica ogni sentimento e immola l’individuo a portatore di uno sterminio necessario. Dante Virgili è un autore che porta un messaggio di violenza, necessario da conoscere per l’accezione delirante dei limiti raggiunti dal volere umano, che sconosce morale ed etica, ma diventa essere attraverso la volontà di potenza incontrastata.
Proiettato nel terzo millennio, l’uomo in guerra di Virgili rifugge il moderno, quindi anche il contemporaneo, così come il progresso, interrompe la Storia con l’intenzione di demolirla, proiettando un ipotetico terzo conflitto mondiale verso la possibile realtà, rinunciando al dopo, agognando quello stesso male che lo avrebbe rigenerato delle condizioni storiche poste dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. Forse una guerra ricercata contro se stesso e contro l’uomo più che contro uno Stato. Immaginare un futuro post-apocalittico è facile, ma Virgili lo descrive e lo immagina divenendo precursore di una distopia immaginifica, quasi anticipando il mondo abbandonato e dilaniato di Cormac Mc Carthy.

© Federico Zumpani

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