Bustine di zucchero #8: Costantino Kavafis

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Kavafis

L’immagine della finestra ha attraversato le più svariate espressioni poetiche, assumendo in tal modo simboli e metafore; espressioni che identificano in essa un emblema che rimanda a una dimensione interna all’uomo. La finestra diventa il nostro sguardo che si affaccia verso l’esterno così come verso l’interno. In poesia non viene quindi relegata a mera oggettualità, ma si conquista uno spazio metafisico nella fenomenologia delle immagini. Lungi dal cercare forzosamente delle corrispondenze (ogni poeta ha la sua finestra o un’idea di questa), sembra prevalere nel suo simbolo una riflessione comune di natura introspettiva; nella poesia Il balcone di Montale, diviene metafora della memoria («La vita che dà barlumi/è quella che tu scorgi./A lei ti sporgi da questa/finestra che non s’illumina»); nei versi de L’addio di Hikmet, una finestra che si è chiusa allude alla fine di un amore («La donna ha taciuto/si sono baciati/un libro è caduto sul pavimento/una finestra si è chiusa.// È così che si sono lasciati»).
Kavafis, ne Le finestre (qui riportata per intero poiché forma nella sua brevità un tutt’uno), brancola nel buio per cercare, per l’appunto, finestre. Non ve ne sono o forse non le sa trovare, così riferisce, e il fatto di non cercare ulteriormente, rinunciando a una prospettiva di apertura verso una verità, temendo possa rivelarsi tormentoso il suo lucore, rende più drammatico il senso di autoesclusione nel mondo. Kavafis non ha vissuto nel mondo antico, seppur ricreato così spesso nelle sue poesie; ha vissuto, benché in Alessandria, in quello moderno di Kafka e Proust – così ci ricorda Moravia in un suo articolo sul poeta – un mondo per lui inadeguato. In lui troviamo il disagio di un uomo avulso dal suo tempo, per questo motivo preferisce volgere lo sguardo verso l’interno. Pertanto Kavafis, le finestre, non vuole più ricercarle («Meglio così, forse»), e tale rinuncia si traduce in un distacco a favore di un altro mondo, quello della memoria storica resa con dei tratti più umani, ma si traspone pure nella naturalezza a camminare nell’oscurità, perché persino al buio, ha scritto lo stesso Kavafis, lo sguardo dei poeti è sempre più acuto.

Bibliografia in bustina
C. Kavafis, Settantacinque poesie. A cura di Nelo Risi e Margherita Dalmàti, Torino, Einaudi, 1992, p.27
E. Montale, Le occasioni, Torino, Einaudi, 1939; ora in E. Montale, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1984, p.111
N. Hikmet, Poesie d’amore, Milano, Mondadori, 1991, 2003 (traduzione di Joyce Lussu), p.54-55
A. Moravia, Un poeta alessandrino, articolo apparso sul Corriere della sera, 5 luglio 1959, poi confluito in A. Moravia, Viaggi. Articoli 1930-1990, a cura di Enzo Siciliano, Milano, Bompiani, 1994, p.930

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