Bustine di zucchero #7: Czesław Miłosz

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Milosz

Nei versi iniziali di Ars poetica? Miłosz scrive: «Ho sempre aspirato ad una forma più capace,/ che non fosse né troppo poesia né troppo prosa/ e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,/ né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni». La tensione verso l’universale, partendo dall’impoetico per riconciliare letteratura e vita, orientata alla comprensione reciproca fra uomini – rendendo quindi oggettiva una sofferenza, una ferita, una parola viva e sanguinante di umanità – definisce la sua, nella presentazione di Brodskij, come «una poesia metafisica che considera le cose di questo mondo (compreso lo stesso linguaggio) come manifestazioni di un regno superiore, miniaturizzato o ingigantito a beneficio della nostra capacità di percezione». Siamo in costante ricerca di qualcosa che ci salvi nella poesia (in Prefazione Miłosz scrive: «Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,/ Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,/ Questo, e solo questo è salvezza»), e solo quando viene ascoltata con attenzione riesce a farsi bussola della coscienza, del nostro stare al mondo e in relazione col mondo. Una delle caratteristiche fondamentali della poetica di Miłosz è proprio di determinare la prerogativa esistenziale, prima ancora che letteraria, della poesia, il valore di esistere aldilà del potere di nominarlo. Pertanto Miłosz ci consegna un messaggio di verità e giustizia nella forma della grazia, di un’indagine implacabile e di penetrante comprensione dei dilemmi umani. Il poeta ci ricorda che, quando leggiamo una poesia, non restiamo più gli stessi, ci facciamo attraversare dalle parole perché il nostro essere è una casa aperta, non siamo dotati di chiavi, le nostre finestre interiori lasciano spiragli affinché quei versi ci leggano e ci rivelino qualcosa dell’esistenza. Avviene così un doppio riconoscimento, di noi stessi e dell’altro, e in questo riconoscimento veniamo trasformati, talvolta migliorando le nostre peculiarità. Chi si fa guidare da questa bussola, può sostenere con certezza che la poesia può salvare.

Bibliografia in bustina
C. Miłosz, Poesie, Milano, Adelphi, 1983 (a cura di P. Marchesani), p.119. La citazione dalla Presentazione di I. Brodskij è a p.12 dello stesso libro.

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