La rivista “Il Mangiaparole”

È nata una nuova rivista, Il Mangiaparole. Il sottotitolo recita: “Trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica”

È nata una nuova rivista. Si chiama Il Mangiaparole, che già nel titolo richiama l’idea di questo Leviatano che deglutisce miliardi di parole al secondo, tale è la velocità dei nostri mezzi di comunicazione di massa e dei social network, oggi. Le parole, i miliardi di parole del nostro modo di vita vengono introiettate ed annientate nel buco nero di un mostruoso Leviatano. Siamo consapevoli che una nuova rivista ha senso soltanto se contribuisce alla creazione del nuovo linguaggio della «nuova poesia», altrimenti è bene che venga fagocitata anch’essa dal Leviatano globale.
Nella poesia che si fa oggi vale un unico motto: Loquor ergo sum, parlo dunque sono. L’«io» si auto produce per partenogenesi e si riproduce come una metastasi invincibile: la poiesis è diventata una musa di massa. Non è neanche di plastica la «poesia» che si scrive oggi, è un chewing gum che si mastica e si mastica e sta sempre lì… anche per confezionare una «poesia di plastica» occorre del talento, in mancanza del talento ci si accostuma a fare una poesia-chewing gum buona per tutti gli usi.
Certo, la grammatica garantisce un ordine, una ratio, una civiltà, deve essere adottata da tutti. La sintassi è la legislazione della lingua, è il patto che tutti i cittadini devono rispettare. Sempre più spesso, leggendo la poesia dei nostri contemporanei, c’è da chiedersi se la «poesia» voglia veramente rappresentare la problematicità dell’uomo di oggi. Il vero problema è se ci si può esprimere in quello pseudolatino internazionale che è il minimalismo acritico dei nostri tempi.


C’è oggi un linguaggio poetico?

Non è già diventato l’italiano poetico in auge una lingua artificiale?; ci chiediamo se non siano diventati anche i linguaggi poetici dei linguaggi artificiali. La verità è che non c’è nessuna forma poesia che ci è data per legato testamentario o per eredità; ogni nuova generazione deve lottare, ogni giorno, contro i conformismi della propria cultura e i truismi della propria lingua per poter esprimersi con un linguaggio forte e autentico.
Il problema della poesia di oggi è che abbiamo a disposizione, gratis e disponibile a tutti, un medio linguaggio poetico che è diventato un linguaggio artificioso,  conformistico, clericale, creato da clerici per altri clerici, non idoneo ad esprimere i grandi conflitti del nostro tempo; ci si accontenta di translitterare le piccole tematiche, i tematismi, i trucioli, i reumatismi dell’io, le tematiche edulcorate del cuore, il paesaggismo trito, il quotidiano acrilico, le corporalità. E a tutto ciò si dà il nome di poesia.
Questa «poesia chiacchiera» non richiede forma, una struttura significante. L’uomo è un ente «instabilissimum atque variabilissimum», scriveva Dante Alighieri, che utilizza un linguaggio relazionale che mai come oggi viaggia ad una velocità in progressiva accelerazione. L’instabilità linguistica è diventata la legge universale delle comunità linguistiche ad economia globale, questo fenomeno ha segnato il tramonto definitivo delle tradizionali «forme di organizzazione linguistica» sia nel romanzo che nella poesia; sono tramontate anche le petizioni di poetica ottimistiche come lo sperimentalismo e le micro poetiche del personalismo del tardo novecento e di questi ultimi anni; oggi quello che rimane di tutto ciò che un tempo faceva capo alla «tradizione», è al massimo, un linguaggio «corporale», un linguaggio «emotivo», «istantaneo», che fa capo ad un presente «ablativo».

Conclusioni provvisorie finali. La Poesia dopo IL ‘900

Il modo di produzione della cosiddetta «poesia» ha assunto una velocità edittale forsennata, dinanzi alla quale non c’è Musa che tenga, che riesca a stare dietro a questa velocità ultrasonica. La Musa è lenta, ama la lentezza, è gentile, si deposita, giorno dopo giorno, sugli oggetti e le cose come polvere… bisogna far sì che la polvere si sedimenti… soltanto gli oggetti e le cose impolverate possono trovar luogo in poesia, soltanto le cose dimenticate… tutto ciò che ricordiamo, ciò che la dea (un’altra dea!) Mnemosine ci dice è frutto del calcolo e della cupidigia. Alla strategia di Mnemosine dobbiamo opporre una contro_strategia, dobbiamo dimenticare i ricordi, dobbiamo dimenticare i falsi ricordi che l’Inconscio ci pone sotto gli occhi, dobbiamo scavare più a fondo. La Musa è nemica di Mnemosine, ed entrambe sono segretamente alleate con un loro progetto di raggiro e di deviazione della nostra mente… dobbiamo perciò porre in atto delle strategie di contenimento e di inveramento dei ricordi, delle rammemorazioni. Dinanzi alle sciocchezze imbarazzanti che la poesia dei nostri tempi ci propone rimango a volte allibito ed annoiato, ma dobbiamo farci forza e sopportare con tenacia questa montagna di banalità…
Il fatto è che le parole sono diventate «fragili» e «precarie», si sono «raffreddate», di contro alla volontà della tecnologia dispiegata del mondo di oggi. Il mondo è cambiato, non è più quello di ieri. Anche le parole sono cambiate, hanno mutato colore e tonalità, e la poesia non può non fare altro che adottare le parole che trova, siano esse fragili, precarie, raffreddate o altro ancora…
Di frequente, davanti a tanta arte contemporanea mi assilla il dubbio che un eccesso di armonia, un sovrappiù di lucidatura del pavimento, dell’argenteria e degli stivali di pelle lasciati in un angolo non comporti anche il sospetto, in chi osserva dal di fuori, che dentro l’appartamento profumato e lindo con deodorante da supermarket non si nasconda, in qualche armadio, il cadavere messo sotto naftalina di qualcuno di famiglia. Insomma, se questo eccesso di deodorante non serva che a nascondere il lezzo ingombrante e intollerabile di un cadavere. E allora mi viene voglia di indagare oltre la cortina di nebbia del deodorante, al di là delle lucidature dell’argenteria per scoprire l’innominabile cadavere che si cela da qualche parte, nascosto in qualche latebra del soggiorno di casa. Allora, apro le finestre, voglio far entrare un po’ di aria fresca. Mi viene il sospetto che tutta quella modanatura, quella lucidatura non sia altro che Kitsch, ottimo, metallico, rassicurante Kitsch. Addirittura, anche e soprattutto là dove si rinviene tanta trasandatezza metrica posta in bella evidenza, proprio là si rivela l’intenzione forzosa di sporcificare la lucidatura posticcia. Il che è anche peggiore del male che vorrebbe travisare.

(Giorgio Linguaglossa)

One comment

  1. * oggi
    la testa, uccello perverso,
    ad ogni richiamo al chiaro
    migra al buio come

    allora:—torturata dal mare,
    dalle spinte dei venti é l’isola che abito
    incomunicabile
    non riuscendo ad abbondare la costa
    interiore quanto le navi portano bufera
    alle spiagge: il peggiore mare interno
    squassa la bussola
    e panico è naufragio: e senza tregua viaggio
    —incomunicabile—
    per altre isole…—

    (Questa poesia da brivido di Alfredo de Palchi
    è la massima condivisione. “Un grado alto contro i conformismi della propria cultura e i truismi della propria lingua per poter esprimersi con un linguaggio forte e autentico.”)

    Grazie Poetarum.
    Un caro saluto all’infaticabile Giorgio Linguaglossa.

    [* da PARADIGMA tutte le poesie 1947—2005, sessioni con l’analista. Mimesis Hebenon]

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