proSabato: Stefano Benni, Priscilla Mapple e il delitto della II C

IL RACCONTO DELLA VECCHIETTA

PRISCILLA MAPPLE E IL DELITTO DELLA II C

― Intendo dire ― disse Alice ― che uno non
può fare a meno di crescere.
Uno forse non può ― disse Humpty
Dumpty ― ma due possono. Con un aiuto
adeguato, tu avresti potuto fermarti a sette anni.
(LEWIS CARROLL)

Vi è mai capitato di sentirvi vecchi mille anni, avendo già visto e vissuto tutto ciò che è possibile su questa terra, e immaginare tutti uguali in fila i giorni che verranno, copie sbiadite di un unico giorno consumato e logoro?
Vi è capitato? Beh, certo non pretendo di essere la sola. Ma io ho dodici anni. Non è un po’ presto?
Così pensava Priscilla Mapple all’ultima ora nel banco penultimo della classe seconda C, mentre il professore cercava invano di riscaldare l’uditorio con il racconto della costruzione delle piramidi egizie.
Tanta fatica, pensò Priscilla, per lasciare un segno. Bastava che mettessero delle grandi pietre alla rinfusa e ci avremmo pensato noi posteri a sostenere che erano le rovine di un tempio colossale, mirabile prodigio di architettura ahimè perduto.
Noi posteri! Priscilla guardò la sua classe sconsolata. Nessuno lì dentro avrebbe sfidato i secoli, a malapena qualcuno avrebbe lasciato traccia di sé in un Rotary.
Era una classe della scuola più esclusiva della città. Sangue nobile e ricchi plebei, aristocratici e solvibili avevano là convogliato la miglior prole. Eppure non aveva visto la luce nessun Blaue Reiter o via Panisperna o Parnasse, nessun movimento era nato se non quello eterno della testa delle gemelle Secchia che annuivano in sincronia dal primo banco. Annuivano sempre: qualsiasi cosa l’insegnante dicesse, anche “che caldo oggi”, “che stronze che siete”, loro erano d’accordo.
Nel banco dietro alle gemelle, stremate da due ore di pettegolezzi e due di tema, si poteva ammirare un’altra coppia di fanciulle, occasionalmente silenziose. A sinistra Lavinia, detta tacchinella per la gradevolezza della sua voce, non geniale in materie umanistiche, ma grande intenditrice di jeans e scarpe. A destra Boba, biondastra e abbronzata, campionessa di tennis, di nome intero Roberta Torroni del Malcello, la quale a dodici anni aveva già al suo attivo diverse plastiche al naso.
Nel banco dietro, florida e solitaria Priscilla Mapple, genio perverso, temutissima dagli insegnanti, otto in tutte le materie ma purtroppo senza fatica alcuna, grande lettrice di gialli e dotata di quell’intelligenza naturale e ironica che fa incazzare i professori specie se uomini.
Dietro di lei Maria Cristina, detta impietosamente Crostina per i brufoli, alta e seria, destinata a un futuro di magistrata. Al suo fianco Rosabella, tredici anni di sex-appeal, minigonne di cuoio e calzine fumé, uno stuolo di pretendenti dai dodici ai venti anni, più due bruti fuori quota.
Nella fila destra, l’onor virile. In prima fila Saverio detto Ciccio, detto Ridimmelo, perché non capiva mai la prima volta, innamorato delle belle forme di Priscilla.
Nel secondo banco Giorgino figarino, elegante in completo di camoscetto, fidanzato di Lavinia, ma si dice la tradisca con una quattordicenne di Firenze ramo boutiques. Al suo fianco Ettorino Assianatis, assai biondo e ricco e cattolico, famoso per le sue cartelle di cuoio da mezzo milione.
Nel banco dietro Leopoldo Lollis, primo della classe, esperto del ramo computer e nemico giurato di Priscilla. Al suo fianco René la Ranocchia, lo scolaro più raccomandato d’Europa, occhialuto e triripetente, figlio di industria conserviera, grande masturbatore anche in ore di lezione.
Dietro a tutti Carletto, detto il Kid. Capitato lì a metà trimestre per chissà quale disguido. Teppista e autostoppista, senza alcuna tradizione né intenzione di studio, bruno col ciuffo, l’unico che a Priscilla piaceva, anche se non tanto da essere un vero rivale delle meringhe.
Tutta qui la seconda C. Assenti e non rimpianti una malata e un vacanziere. Classe noiosa, conformista e consona ai tempi, pensò Priscilla. Tirò fuori da sotto il banco il suo album e si mise a disegnare.
― Cosa fa la signorina? ― disse subito il prof ― non si degna di seguire?
― Disegnavo ― disse Priscilla.
― Ah sì? E cosa?
― Dinosauri.
― Dinosauri?
― Per la precisione uno stegosauro.
― E posso chiederle perché?
― Lei sta parlando di antichità e mi sono venuti in mente loro.
― Tu sai Priscilla ― intonò il prof ― che quando c’erano i dinosauri l’uomo non c’era?
Ecco che comincia. E allora? Vivevano benissimo lo stesso, i dinosauri. Mangiavano spinaci, erbette o quello che c’era e non dovevano alzarsi alle sette la mattina per sentirsi spiegare la preistoria.
La imparavano da soli.
― E chi di voi sa perché si estinsero i dinosauri? ― chiese il prof con sguardo panoramico.
― Erano troppo grossi? ― disse il Ciccio temendo per la sua sorte.
― Anche. Ma non solo. Priscilla, lo sai perché?
― Perché non c’era il WWF?
― Sempre spiritosa… Dimmelo tu Lollis.
Figuriamoci. Si è acceso il juke-box. Dunque professore come lei saprà ci sono diverse teorie, la più recente sostiene che un grosso corpo celeste, entrando in contatto con la nostra atmosfera…
Priscilla lasciò andare il capino sul banco. All’ultima ora i minuti sembrano ere geologiche. Mancano quattro giurassici e un cretaceo alla fine. Dio, manda un corpo celeste ed estingui i profosauri. Due ore di matematica due ore di tema e adesso Lollis che ci riassume la Creazione. Nessuno uscirà vivo da qui.
Campanella!
O suono stupendo! Gargarismo d’angelo! O corpo celeste! O vaffanculo tutti. Liberi!
La mandria premeva già verso la porta.
― Oggi queste cinque ore loffie proprio non passavano mai ― disse Lavinia.
― Proprio da sclero ― trillò Rosabella ― ancora un po’ morivo dalla noia, vero Priscillona?
― Non più noioso di ieri ― sospirò Priscilla con sguardo sconsolato all’aula. Così vide il Kid che non si era ancora alzato dal banco. Teneva la testa appoggiata al muro, coi soliti occhiali neri.
Come sempre addormentato. Priscilla lo scrollò per un braccio.
― Ehi Kid ― disse Priscilla ― scampato pericolo, è finita. Puoi svegliarti ora… Kid.
La testa del Kid precipitò sul banco con un rumore sordo. All’angolo della bocca colava un filo di saliva nera. Il Kid era morto.

Alle tre del pomeriggio tutti i ragazzi erano ancora in classe. Meno il Kid naturalmente. Non sembravano sconvolti, tutt’al più eccitati. Gli unici davvero tristi erano Priscilla e Ciccio. (Anche il cuore abbonda nei grassi.)
― Non ci credo ― balbettava il Ciccio ― stamattina ci siamo salutati e mi ha dato il suo solito pugno nelle palle.
― Brutta storia ― diceva Priscilla guardandosi intorno. Strane idee le frullavano nella testolina.
― Forse è stata droga… mi sa che si drogava ― disse Ettorino.
― No ― disse la Ranocchia ― ho sentito il professore parlare con il commissario. È morto avvelenato.
― Si è ammazzato?
― Questo non si sa.
― Perché non ci fanno andare via?
― Deve dirlo il commissario.
Sì, c’era un commissario vero. Seduto nell’ultimo banco, parlava con il preside. Sembravano due ripetentoni scemi. C’erano alcuni professori pallidi e allarmati. Che scandalo per la scuola più esclusiva della città! E c’erano due poliziotti.
― So che vorreste tornare a casa, ragazzi ― disse il commissario ― ma prima abbiamo bisogno del vostro aiuto. Il vostro compagno ha ingerito del veleno… vorremmo sapere se qualcuno di voi lo ha visto mangiare qualcosa… lei signorina Sabelli che era la più vicina.
Rosabella si sistemò i capelli. Ma come, non la facevano neanche giurare?
― No… io poi non è che guardi molto…
(Brusio. Bugiarda. Certe occhiate da murena…)
― … lui comunque non faceva mai merenda.
― Neanche nell’intervallo?
― No ― intervenne Ciccio ― fumava.
― Fumava cosa?
― Fumava sigarette ― disse Ciccio ― cioè… quelle che si fumano…
Priscilla intervenne, se no la cosa andava per le lunghe.
― Fumava delle sigarette normali, gli avrete trovato il pacchetto in tasca, no?
― E non faceva mai merenda?
― Mai visto.
― E oggi è successo qualcosa di strano durante le lezioni? È entrato qualcuno? Avete visto Carletto uscire?
― Nessuno ― disse Giorgino figarino ― siccome c’era il tema, alla terza ora nessuno ha fatto intervallo. Qualcuno è uscito un momento, ma Carletto non mi pare…
― Io sono uscito ― disse la Ranocchia, spaventato ― ma giuro che dovevo.
― Pisciare non è reato ― gli sussurrò Priscilla alle spalle.
― E non avete notato qualcosa di strano? Di insolito? ― disse il commissario.
― C’erano molte mosche ― disse una gemella. Poi annuì.
― Moltissime ― confermò l’altra. Poi annuì.
― A un certo punto ― disse Ciccio ― hanno tirato un sassolino contro il vetro, da fuori. Ce ne siamo accorti tutti.
(Fatto il suo dovere, anche lui.)
― Per la verità ― disse Boba ― quando il Kid è entrato stamattina era molto pallido… gli ho chiesto come si sentiva… e ha detto “bene”… ma non un “bene” convinto, e poi…
― Non la ascolti, è una balla ― disse Priscilla ― se le dà corda ci fa uno show di un’ora.
― Signorina Mapple ci risparmi le sue solite ironie ― disse il preside, e si mise a parlare sottovoce al commissario. Certo gli spiegava che presuntuosa anarchica alunna era la bambinona e di come si permettesse certe libertà, sopportate solo perché ahimè molto intelligente.
― Allora ― proseguì il commissario ― ricordate se ultimamente Carletto aveva litigato con qualcuno? Se aveva delle antipatie?
Tutti zitti. Ipocriti. Non andava d’accordo con nessuno il Kid. Sopportava solo Priscilla e Ciccio. Allievo difficile, quasi un disadattato, diceva il suo profilo scolastico. Priscilla intanto era entrata
silenziosamente in azione. I suoi occhi scrutavano sotto le finestre. Si chinò a raccogliere qualcosa. Gli altri ragazzi gironzolavano nervosi. L’eccitazione stava svanendo per far posto a una vaga paura. Il preside si lamentava con il commissario.
― Sono due ore che li tratteniamo… lei mi capisce, i genitori telefonano … sono genitori importanti, questa non è una scuola qualsiasi.
Il commissario annuì in puro stile gemelle Secchia.
― Tra mezz’ora li lascio andare. Mi faccia parlare con la professoressa di italiano.
Arrivò la professoressa Danieli, smunta, spaventata. Piangeva. Una brava persona. Priscilla Mapple si sedette sul davanzale e guardò il giardinetto della scuola con il campo da pallavolo, il palco delle premiazioni, gli olmi potati. Che tristezza. Non ne sei uscito vivo, Kid. Dopo un’ora c’è un’ora e poi un’ora…
Sotto di lei il Ciccio adorante e sudaticcio le mise arditamente una mano su una caviglia.
― Priscilla, secondo te chi pensi chi sia stato… cioè anche uno di noi pensi che possa?
Non era la stanchezza. Anche quando era in forma smagliante parlava così.
― Caro Ciccio ― disse Priscilla mettendosi le mani a coppa sotto il mento in atteggiamento pensoso ― secondo te chi di noi poteva avercela col Kid?
― Non lo so.
― Tutti!
― Eh, merda!
― Vediamo caso per caso. Le gemelle: il Kid le chiamava le sorelle sissignore e diceva che in due non facevano un cervello. Lavinia: fu lei a proporci di firmare una richiesta per mandare via quel
“cafone insopportabile”. E se ricordi, il mese scorso il Kid disse a Boba che suo padre era un arricchito di guerra. E Boba gli tirò una scarpa. Una scarpa firmata ma sempre una scarpa. E Rosabella… la nostra vamp?
― Forse avevano avuto un flirt e lei non voleva farlo sapere…
― Elementare, Ciccio… oppure Maria Cristina… sempre all’ombra di Rosabella, innamorata del Kid senza speranza: o mio o di nessuna.
― Eh, merda ― ribadì il Ciccio eccitato.
― Passiamo al settore maschi. Giorgino il figarino. Una volta hanno anche fatto a botte, se ricordi, giù alla pallavolo. E Ettorino? Sembrava che lo odiasse ma poi ogni tanto se lo palpava.
Il Ciccio fa una bocca come una carpa.
― E la Ranocchia? Quante pacche sulla testa si è presa dal Kid. E si voltava e ringhiava: smettila o ti ammazzo. E Lollis? Neanche lo guardava, penso che solo sentire il suo respiro alle spalle lo disgustasse. E quanto a te Ciccio…
― Io? E perché?
― Perché sei grasso e brutto e lui era magro e bello…
― Allora anche tu.
― No, io sono grassa e di eccezionale bellezza ― disse Priscilla.
― Mi stai prendendo in giro.
― Certo ― disse Priscilla alzandosi in piedi e stirandosi. ― Cosa credi, che si ammazzi per così poco?
Si era avvicinato dondolando il commissario, con un sorriso stiracchiato.
― Allora Priscilla… mi dicono che sei una ragazzina molto sveglia… hai niente da dirmi?
― Ha scoperto chi di noi è l’assassino?
― Priscilla ― disse il commissario con una risatina professorale ― spiegami perché dovrebbe essere uno di voi.
― Se no perché ci tenete qui? E perché avete chiuso il portone della scuola? Non ho ancora visto uscire nessuno. Vuol dire che avete accertato che il Kid è stato avvelenato durante le ore di lezione, non è vero?
Il commissario si sedette stupito. Sveglia davvero, la piccola.
― Ebbene sì. Secondo il medico legale il veleno è stato ingerito in un periodo tra le undici e mezzogiorno… è un veleno che agisce in un’ora circa…
― Si chiama curarina?
Il commissario impallidì.
―Potrebbe essere… perché?
― Ho letto qualcosa del genere. Addormenta poco alla volta, in modo quasi indolore. Il Kid non si è neanche lamentato, è rimasto lì senza che ce ne accorgessimo. Dormiva quasi sempre l’ultima ora.
― Aspettiamo le analisi… potrebbe essere ― disse il commissario ― e cosa altro puoi dirmi?
― Che siete nella merda. Il Kid non è uscito di classe in quell’ora, quindi lo ha preso qua dentro. Secondo voi lo ha fatto di proposito?
― Pensiamo di sì. Suicidio.
― Invece no ― disse Priscilla sbadigliando.
― Mi stai prendendo in giro?
― Se lo crede, come non detto.
― No, continua… ― disse il commissario.
― Vorrei un cappuccino e due paste con la frutta.
Il commissario disse qualcosa all’orecchio del poliziotto che se lo fece ripetere due volte e poi uscì. Priscilla pensò che si stava proprio divertendo. Il preside andava su e giù agitatissimo, ricordando che fuori c’erano l’onorevole la contessa il notaio il dottore eccetera. Risuonavano le parole “rivolgersi alla stampa” e “poveri piccoli segregati”.
― Tra dieci minuti faccio uscire tutti ― disse il commissario ― ma ora fateli stare zitti. Continua, Priscilla.
― D’accordo. Lei prima mi ha chiesto se oggi avevo notato qualcosa di strano. Vede, io a scuola mi annoio molto…
― Non capisco cosa c’entra.
― Commissario, se un lago è tranquillo e uno ci butta una pietra, tutti lo notano, no?… così se uno si annoia ogni piccola cosa che accade, ogni cosa che rompe la noia… pluf… ti colpisce.
Il commissario accese una sigaretta ed era così nervoso che ne offrì una anche a Priscilla.
― Grazie, mi fa accendere? ― disse lei, prontissima.
Il preside, vedendo la scena, accorse indignato, ma il commissario lo allontanò con un gesto imperioso della mano. Priscilla cominciò a trovarlo simpatico e tirò due boccate trionfanti.
― Allora, oggi nel lago di noia sono cadute, anzi accadute due cose, e proprio durante le ore del tema. Primo: il Kid per tutta la prima ora non ha scritto. Faceva finta. L’ho guardato due o tre volte e leggeva un giornalino.
― Guardi sempre in giro durante il tema?
― Lo finisco in venti minuti. Poi lo correggo un po’ per far finta di lavorarci ancora. Cose di noi genii. Non so se lei può capire…
― Vai avanti ― grugnì il commissario.
― Invece oggi c’era qualcuno che scriveva a velocità doppia del normale, come se avesse una gran fretta… e non è uno che lo faccia abitualmente.
― Cosa significa?
― Commissario ― disse Priscilla con una sbuffata di fumo da vamp ― mi meraviglio di lei. Se il Kid non scrive e un altro scrive in fretta, si può supporre che l’altro sta scrivendo il tema del Kid.
― Beh, sì. Si può supporre.
― Si può! Poi è successa un’altra cosa… il sassolino alla finestra… è vero, l’hanno tirato ma non da fuori, da dentro… eccolo qui, l’ho trovato poco fa…
― E cosa vuol dire questo sassolino?
― Perché uno tira un sassolino contro una finestra, commissario? Per attirare l’attenzione. Magari perché tutti guardino lì e non da un’altra parte. Tutti abbiamo guardato verso la finestra e forse da un’altra parte stava succedendo qualcosa…
― Cosa?
Il poliziotto arrivò con cappuccino e paste e parlò all’orecchio del commissario. Il commissario perse la pazienza.
― Dica a quei signori che se non la smettono di rompermi le palle io tengo i ragazzi chiusi qui una settimana e li torturo anche. Allora Priscilla, ― riprese il commissario ― cosa succede mentre tutti voi guardate la finestra colpita dal sassolino?
― Che qualcuno passa il tema al Kid.
― Va bene… ma questo non è un delitto!
― No, commissario. Ma se quel qualcuno è l’ultima persona al mondo che lei si aspetterebbe, uno che non aveva nessun motivo per farlo? Cosa penserebbe?
― Che è strano.
― Un altro sassolino nello stagno… e proprio da qui ho iniziato l’indagine… lì per lì non ho notato il passaggio del tema, ma ho notato che “qualcuno” continuava a scrivere a gran ritmo… e io penso che se noi guarderemo il suo tema sarà visibilmente scritto in fretta, ma non sarà lungo… poi dalla quarta ora anche il Kid ha cominciato a scrivere a tutta birra…
― Va bene. Ma non esiste il reato di copiatura.
Priscilla annuì ingoiando un fragolone.
― Vuole per favore chiamarmi qui la bibliotecaria?
Il commissario non chiese perché. Quella bambina diabolica lo aveva in pugno. La vecchia bibliotecaria arrivò e Priscilla confabulò con lei. Quando la donna uscì, Priscilla aveva sul volto un’espressione di trionfo.
― E adesso?
― Vuole convocare la Ranocchia… pardon, l’alunno Rovelli Renato?
Il super raccomandato si presentò pallido e torvo.
― Posso farti una domanda Ranocchia? ― disse Priscilla.
― A te non rispondo, vipera.
― Allora riferirò le domande al commissario e te le farà lui…
Ranocchia sgranò gli occhi. Priscilla con calma sorseggiava il cappuccino.
― Cosa vuoi sapere?
― Hai mai copiato, Ranocchia?
― Io? ― ruggì Ranocchia ― ma cosa ti salta in mente…
― Visto che ti sei messo in banco col primo della classe…
― Senti, bellina. Se lo vuoi sapere quando ci sono i compiti io e Lollis mettiamo dei libri in mezzo, così non ci viene neanche la tentazione… contenta adesso?
― Lo sapevo ma volevo la conferma. Quindi tu non vedi mai cosa fa Lollis.
― E lui non vede mai cosa faccio io ― disse fieramente la Ranocchia.
― Non sa cosa perde. Me lo chiami, per favore?
Ranocchia andò quasi di corsa in fondo all’aula e riferì. Il primo della classe arrivò. Non un capello fuori posto. Si sedette rigido e sospettoso. Aveva visto l’ascendente che Priscilla aveva sul
commissario.
― Ciao Lollo.
― Non mi chiamare così.
― Dottor Lollis, il tuo ultimo compito di matematica tre giorni fa non era un granché…
― E a te cosa interessa?
― Voglio dire, strano da nove di media passare a un sette, così…
― Può capitare.
― A te non dovrebbe capitare… Mi aveva molto stupito quel voto… quasi come il sette che aveva preso il Kid.
― Vedi? ― sorrise Lollis ― delle volte va bene e delle volte va male.
― E perché lo hai fatto copiare?
― Tu sogni!
― Via! Scommetto che se andiamo a rivedere i due compiti gli errori sono più o meno gli stessi, non potevi far prendere un nove al Kid, se ne sarebbero accorti… allora ti sei sacrificato… magari gli hai anche indicato dove cambiare qualcosina.
― Non è vero… io non passo mai i compiti.
― E io dico di sì. Ho ripensato a quel compito, Lollis… per uno come te era inammissibile fare quegli errori… e non eri stupito né deluso quando hai preso sette… ora ricordo bene… sai, i sassolini nello stagno…
― I cosa?
― Niente. Così, hai deciso di aiutare il Kid… e di fargli anche il tema. Ti ho visto oggi, hai pedalato a scrivere per due ore quando normalmente te la cavi in poco più di una… sei un orologio Lollis… e allora perché ti sei messo a cambiare gli orari?
― Stai farneticando ― mugolò Lollis. ― Commissario, non mi dica che devo ancora risponderle.
― Sì che deve ― disse il commissario.
― Non hai prove ― disse Lollis.
― È vero, prove non ne ho… voglio dire, due compiti di matematica quasi uguali e un tema scritto molto in fretta sono una cosa strana per te Lollis ma… ci vorrebbe, che ne so, la brutta copia
del tema passato al Kid… oppure…
La bibliotecaria arrivò in quel momento con un volume: era un libro di chimica per l’Università.
― Quanto hai in scienze Lollis? ― chiese Priscilla.
― Nove.
― Beh certo, se leggi dei libri così sei dieci anni avanti a noi ― rise Priscilla ― so che sei molto più bravo di me in scienze… e che tuo zio è un famoso biologo.
― Come lo sai?
― Me lo hai detto tu. Ti vanti spesso delle tue parentele, dottor Lollis. Ecco un altro sassolino che mi è tornato in mente. Due settimane fa tu leggevi questo libro, nell’intervallo in giardino. Allora
non mi sembrò strano. Anch’io mi porto a scuola Poe e la zia Agatha… lo hai preso in prestito dalla biblioteca della scuola, vero?
― Lo sai benissimo. E allora? L’ho regolarmente richiesto.
― Certo, certo ― disse Priscilla sfogliando il libro con noncuranza ― è un libro dove si parla molto di veleni, no? guarda qui, c’è un intero capitolo. Li tieni bene tu i libri, Lollis… sembra nuovo… Anzi, guarda caso, è nuovo! È un’edizione di quest’anno… sei generoso Lollis… prendi in prestito i libri vecchi e ne riporti dei nuovi!
Lollis cominciò a tormentarsi nervosamente gli occhiali.
― Che cosa vorresti dimostrare?
Priscilla Mapple si alzò in tutto il suo metro e cinquanta di rotondità.
― Lollis! Non c’era nessun motivo perché tu aiutassi il Kid. Non sei il tipo. Non hai mai aiutato nessuno e piuttosto che farti copiare una riga mureresti il banco. Odiavi il Kid, perciò, se l’hai aiutato, avevi un piano. Hai guadagnato la sua fiducia offrendogli il compito di matematica. Poi gli hai passato il tema. E lo hai ucciso!
Lollis si alzò in piedi pallidissimo.
― Piano signorina, piano ― intervenne il commissario ― attenta a quello che dici.
― Io sto sempre molto attenta ― disse Priscilla sventolando un foglio ― guarda il tuo tema di oggi Lollis, corto corto e scritto con la biro.
― Dove lo hai preso?
― Mi sono permessa di perquisire la borsa del professore di italiano ― ghignò Priscilla. ― Allora, come mai non hai usato la tua bella stilografica?
― Perfida ― disse il ragazzo quasi piangendo ― mio padre ti denuncerà.
― Priscilla, ora stai esagerando ― disse il commissario ― vorresti per favore dirmi come lo avrebbe ucciso?
― Col tema.
― Tu sei pazza! ― disse Lollis.
― Con la brutta copia del tema. Hai mescolato la curarina all’inchiostro della stilografica. Hai scritto il tema per il Kid. Prima gli avevi detto: io te lo passo, ma giurami che dopo aver copiato
distruggerai il foglio… e da che mondo è mondo e che scuola è scuola le brutte copie compromettenti si distruggono in un solo modo: mangiandole.
― Continua ― disse il commissario.
― Non è difficile immaginare cosa è successo. Tu dici al Kid: te lo passo solo se giuri di mangiare subito la brutta copia, se no non ti passo più niente. Con un tipo come te, certo il Kid non si stupisce della richiesta. Fai la prova col compito di matematica. Una velina sottile, quei fogli che ti ho visto usare spesso. E il Kid manda giù. E anche con il tema obbedisce… e ingoia il veleno.
― Dimostralo!
― Dov’è la tua bella stilografica Lollis? Perché alla prima ora l’avevi, te l’ho vista.
― Non la trovo più… credo di averla persa ― balbettò Lollis.
― Ma guarda… l’ordinatissimo Lollis perde la stilografica e non si preoccupa, non la cerca, non chiede se qualcuno l’ha vista! Io invece credo che la troveremo la stilografica, forse giù in giardino, sotto una finestra… quella là in fondo, dove stavi appoggiato prima.
Il commissario fece un cenno col capo al poliziotto.
― E spiegami un’altra cosa, Lollis ― proseguì Priscilla implacabile ― perché hai preso un libro vecchio dalla biblioteca e ne hai riportato uno nuovo? Te lo dico io, Lollis. Dammi un tuo libro:
vedi, è tutto sottolineato, tu hai questa mania, se no non riesci a studiare… e non sarebbe stato bello riportare indietro un libro dove erano sottolineate le parti che riguardavano i veleni!
Lollis chinò la testa. Ansimava leggermente.
― Così se non ti basta il tema, il libro, la stilografica, diciamo che se con l’autopsia troveranno della carta nello stomaco del Kid, questo particolare assumerà un nuovo aspetto. Non penseranno solo che era la sua merenda preferita. E di sicuro troveranno della curarina nella casa di tuo zio. E se vuoi che continui…
Il poliziotto chiamò dal cortile. Il commissario si affacciò. Né Priscilla né Lollis si mossero.
― Sei fortunato ― disse Priscilla ― hanno trovato la tua stilografica.
― Stronza ― si mise a piangere Lollis ― stronza, hai rovinato tutto.
Il commissario fece uscire gli altri ragazzi che lanciavano occhiate interrogative a Lollis in lacrime e a Priscilla, voltata verso la finestra.
― Ma perché? ― chiese il commissario.
Lollis non rispose.
― Immagino sia per quella storia della media dei voti, no? ― disse Priscilla senza voltarsi ― quella per cui facevi tutti i giorni i calcoli sul tuo diario.
― Sì ― disse Lollis ― senza il Kid potevamo essere i migliori della scuola… avevo fatto bene i conti… senza i suoi tre e quattro avevamo la media migliore. Con lui in classe non avevamo nessuna speranza di andare al concorso nazionale.
― Quello delle classi modello? ― chiese il commissario.
― Sì ― disse Lollis ― lui… non c’entrava niente con noi… cosa serve studiare tanto se poi un cialtrone qualsiasi ti rovina tutto… innervosiva i professori, faceva perdere tempo… eravamo una così bella classe…
Il poliziotto lo portò via, diritto e impettito come sempre. Il preside sembrava invecchiato di alcune ere geologiche. Priscilla e il commissario percorsero insieme i corridoi della scuola deserta, i piedoni di lui e le scarpette di lei rimbombavano in tonalità diverse. Nell’atrio il commissario si fermò e fece una carezza a Priscilla.
― Devo dire che in un primo momento eravamo proprio indirizzati versò l’ipotesi del suicidio… Beh, certamente dopo avremmo avuto dei sospetti.
― Non ne dubito ― disse Priscilla.
― Grazie di tutto.
― Grazie del cappuccino.
Dal portone della scuola finalmente aperto Priscilla intravide il suo parentado schierato. Il Commissario le strinse la mano.
― Beh, signorina… sarei contento di avere una figlia come te… sebbene… no, non ne sono proprio sicuro.
― È più o meno quello che pensa il mio papà ― disse Priscilla.

Stefano Benni, da: Il bar sotto il mare, Feltrinelli 1987; edizione di riferimento settembre 1991, pp. 131-146

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