proSabato: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori

[…] E il compito del traduttore? Ebbene, se questo non è un semplice storico, se non vuole soltanto farci sapere quali erano nella Divina Commedia il nome e i maneggi degli interlocutori di Dante all’inferno o al purgatorio, se vuole tradurre la poesia come tale, anche a lui occorre riconoscere che il primo oggetto della sua attenzione non devono essere gli intrichi semantici della materia testuale, ma quel ritmo, quella musica dei versi, quell’entusiasmo della materia sonora che hanno permesso al poeta di trasgredire nella frase il piano in cui la parola è innanzitutto concetto. E per essere così attento, che gli abbisogna se non lasciarsi prendere egli stesso, ingenuamente, immediatamente, da quella musica, perché essa susciti in lui – lui, che ridirà il senso – lo stesso stato poetico, lo stesso «stato cantante» che pervade l’autore della poesia? Che sappia ascoltare così, rispondere così, reagire così: e poi una musica, ormai la sua, nascerà in lui, stavolta dal grembo della sua lingua, s’impadronirà delle parole della traduzione che progetta, e un sentiero si aprirà, verso l’esperienza della Presenza, verso il sapere della vita, che quella musica delle parole era la sola a rendere possibile. Dopodiché poco importa che i nuovi ritmi siano differenti per via della prosodia dei timbri, della ritmica propria dell’opera originale: poiché l’essenziale è che un vero rapporto si sia stabilito nel traduttore divenuto poeta con la materia sonora, e ben vani mi sembrano i tentativi che si sforzano di imitare in francese la metrica di Keats o quella di Yeats. Certo la forma dell’opera è parte della sua intuizione d’insieme, e bisogna viverne il senso. Ma le rese di piedi con piedi e rime con rime reprimono sgradevolmente la spontaneità del traduttore; e in ogni caso nessuna lingua è capace in materia di prosodia di passare per le vie di un’altra. Quel che occorre è che l’accesso alla musica dei versi susciti uno stato per la grazia del quale la coscienza del traduttore approfondendosi, semplificandosi, faccia sì che il dire della poesia gli divenga chiaro, evidente, e si proponga pertanto, si proponga nuovamente, come del vissuto in potenza: un vissuto, se il traduttore lo fa suo, che certamente non sarà, negli anni che seguiranno, un ostacolo per il suo lavoro! Perché è con le parole che sappiamo impiegare nella nostra vita che scriviamo meglio le poesie. E traduciamo bene solo se possiamo partecipare pienamente a quanto cerchiamo di tradurre.
Insomma, il traduttore non deve lasciarsi intrappolare dalla pluralità dei significati nel testo; e quel che deve, di fronte a questa polisemia della quale è consapevole, è ricominciare nella persona che egli è il movimento stesso attraverso il quale il poeta aveva già saputo trasmettere, nella sua significanza senza fondo, l’unicità del suo dire. È solo a questo punto, tramite un’azione dell’Io sul me, che nella sua traduzione la poesia sarà preservabile. E quanto ai significati che giacciono nello spessore testuale, essi saranno allora presentati allo sguardo del traduttore all’opera sotto l’angolatura stessa nella quale l’autore li aveva incontrati, subiti, talvolta dominati: il che non sarà stato il peggior modo di districarsi tra di essi, per capirli, per constatare che sono attivi anche nella vita che facciamo, e per assumere a sua volta il rischio, sul sentiero che cerca al di là.
E se d’altronde il lettore non è soddisfatto del modo in cui un traduttore ha attraversato il livello del senso in una poesia cui tiene, potrà sempre ricominciare l’impresa, ciò che, se si colloca a sua volta sotto il segno dello specificamente poetico, istituirà da una traduzione all’altra un divenire, anche stavolta, che permetterà di nuovo quegli infiniti superamenti che chiamavo il tradurre: soltanto che questa volta non si tratterà più di giustapporre delle letture per un dispiegamento progressivo del corpo testuale di cui ciascuna di queste sarebbe stata un percorso, ma di abbordare da diversi lati il massiccio al centro del quale, nell’opera originale, svetta più in altro del discorso del concetto l’intuizione di presenza che fonda la poesia. Questa esperienza della presenza, dell’evidenza, è poco frequente e presto dimenticata, nella società comune. Bisogna dunque offrirle quante più occasioni possibili, cosa per la quale non basterà la sola creazione poetica nella società in cui viviamo. E così è auspicabile che le grandi opere della poesia universale, quelle che attestano il poetico in modo sorprendente, siano costantemente riconsiderate, rivisitate da traduttori esperti: i mutamenti nella coscienza del mondo, a causa del divenire della civiltà, richiedendo a questi nuovi interpreti di riprendere da altre angolazioni, meglio praticabili alla loro epoca, l’approccio di tali poesia. Il ricominciamento, nel “tradurre” di questi ultimi, non è che il bisogno di rivivere con il modo di parlare di un momento nuovo della storia la designazione di presenza, in se stessa non storica, che avevano compiuto queste opere. E dato che questo ricominciamento è anche ciò che tentano, in questi stessi giorni della società, quelli che scrivono la poesia a partire unicamente da loro stessi, traduttori e poeti non hanno molto di che sentirsi diversi. Essi costituiscono la stessa comunità.

Yves Bonnefoy
(traduzione di Fabio Scotto)

Da: Yves Bonnefoy, La comunità dei traduttori, Palermo, Sellerio 2005. Il brano proposto si trova anche in AA.VV., La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore, Associazione di lettura La Bottega dell’Elefante, Bologna, 2007, pp. 192-194

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