Cinque pezzi facili: film sullo sport

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

FILM DI SPORT

Il paradiso può attendere – Warren Beatty e Buck Henry (1978)

Il football americano e la reincarnazione, in una romantica e struggente commedia che poggia la sua dolcezza narrativa nello sguardo da bambino di Warren Beatty. Infarcito di idealismo da fiaba, il film si fa largo navigando sopra eccessi di zucchero con una grazia leggera che lo conduce a una sorta di happy ending sfumato di tragedia – sensazione provata tale e quale con un altro piccolo gioiello d’amor perduto, Always di Steven Spielberg. Il football come un campo di danza anziché di battaglia, l’energia che evapora nella morte, ma è più forte persino di se stessa, e risorge dimenticando il passato, privilegio dello sportivo, che tutto sacrifica e niente rimpiange.

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Fuga per la vittoria – John Huston (1981)

Anzitutto scoprii campioni di cui non avevo mai sentito parlare, eroi vintage di un calcio che fu, e mi dissi che Stallone era un attore e un artista migliore di quel che pensavo. Una commedia, un gigantesco collage di camei, una fusione tra prison-movie, nazi-film e sfida calcistica, i cattivi con le indimenticabili divise nere, i fallacci gratuiti e l’arbitro infame, la Marsigliese che  echeggia come non accadeva da Casablanca… Memorabili il braccio spezzato volontariamente al portiere titolare, memorabile il “Ma vaffanculo!” di Stallone all’attaccante crucco – e Pelè, che all’epoca giocava ancora nei Cosmos. Un film dovrebbe avere il finale che il pubblico si aspetta, ma non nel modo in cui se lo aspetta. Questo è quel film.

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Gli anni spezzati – Peter Weir (1981)

L’atletica, la corsa, l’Australia e la prima guerra mondiale. Chi avrebbe mai potuto metterle insieme? Bastava un tocco leggero, l’Adagio di Albin0ni, per virare l’elogio della gioventù falciata in un affresco di tregenda. “Cos’hai nelle gambe? Molle d’acciaio”. Per correre nell’outback, per correre nelle trincee, per omaggiare Robert Capa nel fotogramma finale, per mettere in collegamento l’esplosione muscolare di bicipiti e quadricipiti femorali con quella dell’artiglieria che falciò milioni di giovani nel mondo. Weir riesce nell’impresa di costruire un melodramma senza retorica, infarcito di gialli e neri, deserti assolati e bagliori nel buio, corse a piedi scalzi e l’oblio di un continente libero ma emarginato, ai confini del pianeta, dove per partecipare al gran gioco bisogna correre o, in alternativa, andare a morire in Asia minore.

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Million Dollar Baby – Clint Eastwood (2004)

È un’impresa scegliere una pellicola sulla boxe fra tutte. Ma in questo film c’è così tanto materiale, così tanto “Tema”, una tale padronanza di scrittura dei meccanismi emotivi e maestria nel girare le scene di combattimento, che la vittoria arriva per ko tecnico. Eastwood è una maschera di fredda disperazione, Hilary Swank genera empatia universale, e tutto traballa come una nave in tempesta fra riso e pianto, gioia e disperazione, in cui ogni tassello sembra costruito per diventare una scena da ricordare. Fra tutte, i primi scambi di battute tra i protagonisti – la pietà furente negli occhi di Eastwood e la simpatia irresistibile della ragazza; il breve match tra Morgan Freeman orbo e il giovane bullo; l’orrenda figura della truce pugile incappucciata nell’incontro finale; il nulla e l’addio della sequenza conclusiva, che perdona tutti ma non assolve nessuno.

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Un mercoledì da leoni – John Millius (1978)

Il Grande Mercoledì arrivano le onde. Quel vento, il Santana, che porta odore di tropici e solleva la schiuma dell’oceano della California, svegliando all’alba i ragazzi che hanno trascorso la notte in auto, le tavole pronte, e la certezza che sarà un grande giorno. Immagini da Odissea, sceneggiatura da Iliade, struttura da romanzo cavalleresco, e quei tre – Jack, Matt e Leroy. Poi il Vietnam, e di nuovo la giovinezza che se ne va, tra figli che nascono, messicane che implorano dietro a un’auto che varca il confine, feste devastanti dopo lunghi pomeriggi in spiaggia, fingersi checche, fingersi matti per non partire militare, perché si può morire in tanti modi, in guerra, su un mare rosso al tramonto, quando tutto sembra concluso e l’alcool ha fatto la sua parte, si può morire di vecchiaia, ricordando un’età selvaggia che chi non rimpiange non merita di aver vissuto: ma se possiamo scegliere sarebbe bello morire cavalcando un’onda alta come un palazzo, precipitando giù all’infinito dopo un breve balzo leggero su una tavola Bear. E non è una coincidenza che il più grande film sul surf sia anche il più grande film mai girato sull’epica della giovinezza, dell’amicizia e dell’innocenza perduta.

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