Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

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Ci sono libri che vengono da posti diversi e che pare abbiano fatto un lungo viaggio prima di giungere a destinazione. Libri destinati a brillare come fanno le persone certe volte che dall’ordinario tirano fuori un minuto di luce, un momento rapido come un lampo, che però giustifica tutto il resto. Libri che giocano di sponda, che lasciano che le parole rimbalzino libere, che suonano se necessario. Libri che non hanno un ordine di parole stabilito ma che ne seguono se è il caso. Libri che nascono dall’ascolto, che le parole raccolgono, che le parole assecondano. Libri piccoli che contengono un grande segreto, mai del tutto rivelato ma condiviso; un segreto che il lettore raccoglie riconoscendosi. Libri che sono fatti di pronunciamenti, di vaga speranza, di pioggia e sole. Libri che parlano di matti, come Vento traverso di Anna Pavone.

Anna Pavone scrive, dunque, un libro sui pazzi; non sulla pazzia. Non su una situazione ma sulle persone. Costruisce un libro composto da piccole prose che funzionano in maniera polifonica più che corale. Ogni voce raccolta è unica, se vogliamo distorta, se crediamo leggera, se preferiamo confusa, o dura, o debole, o sussurrata, o gridata; ma tutte suonano nella forma in cui Pavone costruisce la storia che andrà a raccontare. Vento traverso è un lasciapassare, è un libero transito alla frontiera della normalità. Confine che di volta in volta si sposta, ricordiamolo, quello che oggi è normalità venti o trent’anni fa sarebbe stato definito follia. Quello che oggi è considerato disagio vent’anni fa sarebbe stato definito psicosi, e così via.

Si intuisce che per ottenere questo risultato formale e di contenuti bisogna prima fare un lungo lavoro di ricerca, cosa che Anna Pavone ha fatto. Pavone ha preso taccuini e treni per andare nelle case di cura a parlare con i medici e ad ascoltare le parole dei malati mentali. Le parole del disagio. Altre storie le sono state raccontate magari da un parente, magari da un amico. Alcune le ha ascoltate per strada, come quella in siciliano che leggete nell’immagine in alto; a volte il dialetto è di straordinaria efficacia.

Non è un libro da studiosa e non è un libro che intende spiegare, meno che mai giudicare, è un libro cucito da piccole storie nate dall’ascolto e che testimoniano in mille modi la malattia mentale. Ma come erano belli i pazzi che giravano per il paese, quelli dai quali ci dicevano di stare lontani e che invece ci attiravano. I pazzi di Anna Pavone sono persone come noi, meno fortunate e che hanno vissuto vite difficili, che hanno subito violenze e abbandoni. Sono persone sole; se si parla di pazzia si parla sempre anche di solitudine. A me pare che il matto, anche se circondato da affetti, sia sempre solo e quella particolare solitudine mi fa tenerezza, a molti fa paura e allora la solitudine aumenta, e allora si mettono barriere, ancora si legano le persone ai letti.

Le piccole prose di Vento traverso, montate in una sequenza apparentemente irregolare, sono piene di rimandi reali e immaginari alla prosa precedente o a un’altra che sta dieci pagine più avanti; ed emergono con diversa intensità e in diversi momenti venendoci a chiamare, come quando uno ci tira la manica della giacca e ci dice: “Oh, ma mi ascolti?”.

L’efficace sintesi che Pavone raggiunge la troviamo racchiusa in una brevissima prosa che è la storia di tutto il libro, che è la storia di tutti i pazzi che abbiamo sfiorato senza capirli, senza ascoltarli, la prosa è questa:

Io penso che morire mi farebbe bene.

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© Gianni Montieri

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