Il grande nudo

neo

C’è una guerra.
Non c’era una guerra, quando è morta la mamma

Bisogna essere scrittori molto attenti, conoscere il senso del ritmo della lettura e delle labbra, saper mescolare odori, colori e sensazioni così come riconoscere e prevedere i tempi di respiro del lettore per scrivere un libro come Grande Nudo. Bisogna soprattutto essere lettori impuri, disposti a sporcarsi e accettare il fatto che la “civiltà” come la si conosce e come la si desidera si disgreghi davanti e, dissolta ogni ipocrisia, lasci il posto alla primordialità degli istinti, all’idea che in realtà ogni rapporto umano sia una condizione di sopravvivenza, una dualità di prede e cacciatori. Il resto verrà da sé e sarà più facile entrare in questa narrazione potente, viscerale che lascia ben poca speranza, a parte una scogliera su uno specchio di mare che si confonde con il cielo da cui in silenzio un brandello di eletti riuscirà a fuggire, lasciando quel brandello di terra al suo destino. Ma anche detto così è fin troppo semplice. Grande Nudo va oltre. Diciamolo pure, è raro trovare libri di cui ci si innamora pur detestandone visceralmente i personaggi, protagonisti o meno. L’ultimo romanzo di Gianni Tetti ne è un esempio. La stessa Maria, donna televisiva bella e famosa, annichilita nel corpo e nell’anima dalle sevizie di un omuncolo, non può che adattarsi a questa condizione e accettare le ferite, le deformazioni, le cicatrici, la brutalità animale come una normalità fino a dissolversi nella rappresentazione animalesca di una cagna. D’altra parte sarebbe ipocrita non riconoscere in ognuno dei personaggi un’ambiguità e la convivenza schizofrenica del peso di un dolore personale profondo e radicato e un dolore che si diffonde e si perpetua. Lo scambio dei ruoli è imprevedibile e naturale, si fa presto a accogliere la sofferenza e la morte e conviverci al punto che il confine tra suicidio e omicidio diventi quasi impercettibile: il rapporto con il sé sarà sempre conflittuale, tutti sono prede e predatori di se stessi, che si sia preti, ometti da bar, baristi, studenti fuori corso, madri, padri, ma soprattutto fratelli.

 Non sono un infetto, sono tuo fratello. Mi stai ammazzando.
   Sei il mio prigioniero. E purtroppo ho l’ordine di fare prigionieri.
Per questo non ti ammazzo.

Ed è qui secondo me che è necessario aprire una riflessione, là dove tutto appare come nascere da un fratricidio tanto inspiegabile (e ingiustificabile davanti a chi ne chiede ragione) quanto inevitabile, è lì che i concetti di “altro” di “infetto” di “diverso”, in uno spazio che è limitato (un’isola) perdono ogni punto di riferimento etico, geografico e culturale, ma trovano una loro radice profonda e non possono che diventare alibi e giustificazioni per una guerra che è “civile”. Non mi sorprenderebbe quindi il rimando a una storia nostra che è sempre attuale, con i suoi strascichi ancestrali  e in questo caso con le sue perversioni. Quello che sorprende in questo libro è il ruolo del tempo, che continua a sfuggirci incurante come lo stesso vento, protagonista onnipresente con i suoi richiami. Quando accadono le vicende narrate? Sempre, potremmo dire, perché i fatti descritti in realtà sono specchio di un accadimento quotidiano. I nostri tempi sono in atto: gli stessi programmi televisivi, gli stessi prodotti da acquistare e consumare, la geografia urbana è riconoscibile, gli stessi tic, gli stessi ruoli, le perversioni ma anche la violenza è la stessa, solo che non genera paura: tra cacciatore e preda esiste una necessaria sottomissione. Gli atti violenti, subiti o generati, non sembrano modificare il corso della storia, non alterano il carattere delle persone, non generano vendetta, ma non sono gratuiti. Sono solo lo stigma di un’umanità destinata inesorabilmente alla rovina, alle macerie in cui si troverà a sopravvivere e da cui dovrà far finta di ripartire apparentemente, demagogicamente “ripulita”. E poi ci sono i cani, cani fuggiti improvvisamente, cani che si trasformano in cacciatori, coscienti, in grado di scegliere le vittime, cani, complici temporanei di una possibile fuga. Ma c’è anche qualcosa di più, c’è Sassari, c’è una Sardegna che non solo è reale, liquida e terragna, solare e cupa, urbana e selvatica, ma è una Sardegna che è lingua ed è magia ed è su questa rassicurante struttura antropologica che pare appoggiarsi ogni più piccola speranza.

Non potho reposare, amore ‘e coro, pensende a tie so, donzi momentu…

Gianni Tetti, Grande nudo, Neo edizioni, 2016

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