Altri dischi #10: Codeine, Frigid Stars LP

cover

Codeine
Frigid Stars LP
Sub Pop, 1991

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di Ciro Bertini

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Anni fa lessi per caso un curioso commento a proposito di Frigid Stars LP. Diceva più o meno così: “Do not ever have this record listened by someone who’s considering suicide”. Chi non avrebbe voluto bloccare la mano di Pandora, prima che la dispettosa fanciulla aprisse il vaso liberando gli spiriti maligni contenuti in esso? E chi non vorrebbe premere il tasto stop, zittendo la voce dell’archeologo del film The Evil Dead, prima che il demone si risvegli e prenda possesso dei cinque sprovveduti protagonisti? Spero davvero che nessuno sia mai arrivato a compiere l’estremo gesto ascoltando le dieci tracce di Frigid Stars LP, ma di certo quella lapidaria descrizione sintetizza perfettamente l’umore di uno dei dischi più disperati che la mente umana abbia mai concepito. Ogni accordo di chitarra è una rasoiata all’aorta, ogni colpo di tamburo rimbomba come il rintocco di morte di una campana nel buio, il basso si accanisce imperterrito come un martello sul sistema nervoso e il canto si eleva come la supplica straziante di un condannato all’ergastolo in una gelida prigione sotterranea. Non c’è possibilità di redenzione, per queste stelle frigide, né un solo raggio di luce che riesca ad aprirsi un varco fra quelle impenetrabili coltri di nubi minacciose. La terra sotto i piedi si sgretola e ci precipita in un oceano nero dove nuotano senza scopo abulia e rassegnazione.
Stephen Immerwahr, Chris Brokaw e John Engle registrarono l’album in un seminterrato di Brooklyn, non facendo ricorso a nessuna sovraincisione né abbellimento di studio, forse senza rendersi conto che in quell’estate del 1990 stavano inventando un genere, dai critici presto battezzato “slowcore”. I ritmi sono lenti, affaticati, ricordano l’eterno castigo di Sisifo che spinge il masso su per la montagna. Le atmosfere sono rarefatte e sospese, come nella continua attesa di un messaggio di speranza o una semplice pacca sulla spalla. La musica è scarnificata, ridotta all’essenza. Se gruppi come The Who o Nirvana ci hanno insegnato quanto baccano si riesca a ricavare dalla strumentazione principe del rock’n’roll, i Codeine all’opposto ribadiscono il minimalismo della triade basso-chitarra-batteria, agendo per sottrazione e non per accumulo, spogliando ogni brano di tutto ciò che potrebbe comprometterne il contenuto più puro e viscerale. Se il celeberrimo “non compiuto” michelangiolesco esercita per alcuni lo stesso fascino del David o della Pietà, l’incompiutezza che permea queste tracce è in realtà un valore aggiunto che attribuisce al silenzio quasi la stessa dignità della musica e fa da scenario ad una battaglia fra spirito e materia, visibile e non visibile, proprio come i Prigioni che lottano per uscire dalla nuda pietra. I continui stop-and-go di Cave-In e Gravel Bed e quella chitarra quasi organistica aprono nuove ferite in un cuore già straziato dal dolore, mentre Cigarette Machine si trascina apatica, infiammandosi poi nel ritornello quasi volesse ribellarsi alla sua stessa, insostenibile lentezza.


In copertina un esercito di stelle nere di varie dimensioni brilla in un cielo color latte, forse un riferimento ad alcune atmosfere vagamente space rock dell’opera, o forse il simbolo di ciò cui più aspira l’anima straziata del protagonista di queste storie grondanti malessere. Eccolo lì, sul retro di copertina, lungo disteso con scarpe e pantaloni su un materasso buttato per terra, la faccia coperta dai vestiti per ripararsi dalla luce. E forse è proprio lui che in D, il brano di apertura, dice alla fidanzata: “I want you to need me, not to feed me”. E questo è solo l’inizio di una via crucis in dieci tappe. “Wish I’d never seen your face”, recita il verso conclusivo della lapidaria Pickup Song, e le cose non vanno certo meglio in New Year’s: “Feel so sad, so bad today. All our friends have gone away”. L’arte di Immerwahr raggiunge probabilmente lo zenith con l’ungarettiana Second Chance, costruita su due soli versi scarnificati e qualche funereo accordo di chitarra saturo di feedback. E che il titolo non ci tragga in inganno. Non esistono seconde possibilità nel calvario dei Codeine: “First chance is rare, seconds don’t even dare”. In 3 Angels Immerwahr veste invece i panni di un sacerdote in una cattedrale gotica e intona un canto liturgico sostenuto da un muro di distorsioni, predicando di angeli dalle calze bucate. Se il rumore si stempera nella conclusiva Pea, lasciando spazio ad una chitarra acustica, l’umore iper-depresso rimane esattamente lo stesso. Anzi, sembra quasi aumentare. “When I see the sun, I hope it shines on me and gives me everything… well, almost”, si lamenta quest’uomo rimasto solo a commiserarsi nella propria disfatta esistenziale, augurandosi poco dopo di poter volare alto e uccidere tutti, visto che quanto ha dato non ha avuto la minima importanza.

Il successivo ed ultimo album dei Codeine, The White Birch, ci mostrerà un Immerwahr più propenso al canto che alla narrazione, riproponendo in realtà gli stessi ritmi e atmosfere, con un pizzico di noia. Il nichilistico programma della band è già interamente enunciato nell’angosciante, splendido Frigid Stars LP. Un disco da ascoltare in una luminosa giornata di sole, magari mentre ci prepariamo per le vacanze estive.

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© Ciro Bertini

 

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