Bernarditudine

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Luigi Bernardi, foto di Roberto Nistri

Bernarditudine
Alcune memorie senza costrutto di tre matti su Luigi Bernardi

di Antonio Paolacci, Rosario Palazzolo e Gianni Montieri

*

G: Boh, cominciamo che uno comincia e gli altri gli vanno dietro?

R: Ottimamente.

A:  Facciamo che abbiamo già cominciato? Montieri tocca a te.

G: Mi pare un buon inizio. Comunque, la prima cosa che farei per farlo incazzare e per cominciare sarebbe quella di girargli gli avvisi del meteo: “Sta arrivando Morgana”, “Occhio a Caronte”, “Poppea pioggia di Dea” e aggiungerei “Scurati”, non come scrittore, ma sempre come avviso meteo. Vi ricordate come sfotteva gli annunci di disastri meteo?

(da qui cominciano i ricordi, che fa un po’ Biagio Antonacci, ma meglio così si incazza subito)

*

A: Mi ricordo quando mi chiese di aiutarlo a montare una mensola in casa sua. Eravamo due inetti, in ’ste cose, ma pure gareggiammo a chi fosse più in grado di usare un trapano e una bolla. Ci mettemmo qualcosa come un paio d’ore, a montare uno scaffale solo, per quanto bello lungo. Il fatto è che Luigi era di una precisione maniacale e quella maledetta mensola doveva essere perfetta. Nelle pause tra una misurazione e un buco, bevevamo chinotto, parlavamo (male) dei – ehm – colleghi editori, ci raccontavamo quello che stavamo scrivendo, ridevamo. Solo alla fine gli chiesi perché avesse voluto il mio aiuto, con tutta la gente a cui poteva chiedere, visto che io non sono mai stato bravo in queste cose. Mi rispose, ovviamente: “Fatti i cazzi tuoi, Paolacci”.

R: Mi ricordo quando ci incontrammo per la prima volta, qui a Palermo, in un locale in centro coi tavoli fuori e i gazebo e molti piccioni e mi ricordo che mi sentivo parecchio imbarazzato anche perché era forse la terza volta che lo incontravo e sicuramente la prima a tu per tu, senza altri su cui far rimbalzare la responsabilità dei silenzi, e insomma stavamo lì a guardare i piccioni e i passanti e nessuno dei due parlava e parlammo solo per l’ordinazione e lui ovviamente prese un chinotto e si lamentò che non avessero la marca che preferiva e finalmente ebbi qualcosa da dire e perciò maledissi i bar all’aperto, sì, che si ostinano a tralasciare alcuni chinotti, E cosa li mettono a fare, dissi, I tavoli e i gazebo e i piccioni se poi non hanno le marche di chinotto, tutte le marche di chinotto, e E qui a Palermo non funziona niente, dissi, Figurarsi i chinotti, e mi dilungai assai, devo ammetterlo, sulla faccenda dei chinotti perduti e dei chinotti dimenticati e dei chinotti rimpianti, e purtroppo era un argomento a esaurimento, lo sapevo bene, e difatti si esaurì dopo poco, e restammo a consumare e a guardare in silenzio, e io mi sforzavo di innescare un meccanismo dialogico, e mi pare che un a certo punto dissi Io odio i piccioni, maledetti i piccioni, ma non funzionò ché in realtà non ho mai odiato i piccioni e niente sapevo sui piccioni, e mi lasciò col piccione in bocca quando a un certo punto disse Andiamo?, Sì, risposi, e così andammo, e mi pare fosse Lurisia, la marca, del chinotto.

G: Parlate bene voi di mensole, piccioni, e chinotti, soprattutto di chinotti; e se vi dicessi che ne ho uno sulla Lemonsoda? Eh sì, se manca il chinotto ci si arrangia. Eravamo a Sarzana, dopo una presentazione dei nostri libri, dopo una cena con molti amici, tra cui l’avvocato e Zannoni, e insomma siamo lì che torniamo alla stanza che avremmo dovuto dividere per la notte. E sono più o meno le undici, e lui vorrebbe andare a dormire, alle undici per lui era tardi, e io gli faccio: “Mi aspetti dieci minuti, che devo chiamare Anna?”, “Se proprio devo, Montieri, ti aspetto”. Non aveva scelta, avevamo una chiave e non sapevamo se ci fosse un citofono. Cercammo un bar. Ma a Sarzana, a maggio, alle undici, i bar in centro sono chiusi, di aperto c’era un ristorante. Cambio di tempo verbale, qui, come accade nei ricordi. Ci sediamo a un tavolino all’aperto (ancora un tavolino) e chiediamo al cameriere più scazzato del mondo se possiamo bere qualcosa. “Cosa prendete?; io ordino un caffè e una minerale, Luigi un chinotto, ma non hanno un chinotto. A Sarzana non hanno un cazzo di chinotto. E Luigi mi guarda con la stessa faccia che faceva all’uscita di un libro di Scurati, poi guarda il cameriere e gli fa: “Avete almeno una Lemonsoda?”. La Lemonsoda c’era. Il cameriere ci prese per pazzi, temo. Due tizi strani, forse ubriaconi che non si ubriacano. Amici che non parlano. In effetti non parlammo molto, eravamo stanchi, però azzardai “Che posto del cazzo”. Sorrise e mi rispose: “Che testa di cazzo”, facendo cenno verso il locale. “Andiamo a dormire?”, “Sarà meglio”. Così andò, vi risparmio la descrizione del suo terribile pigiama.

A: Beh allora, se parliamo di notti a Sarzana, una volta – per assenza di camere libere – io e Luigi dividemmo una stanza in quell’albergo, dove invece del citofono c’era una corda con la campanella, un albergo ricavato da un castello che tra l’altro si diceva infestato dai fantasmi. Voglio dire, immaginateci che dormiamo assieme in una specie di castello medievale infestato, bellissimo per carità, ma con il bagno comune al piano e senza chiavi alle porte delle camere, dove s’aggiravano pipistrelli enormi nei corridoi e al mattino dovevi perdertici per trovare la cucina e, se eri fortunato, farti fare un caffè con la moka. Ecco, immaginate Luigi che borbotta per tutto il tempo, tra una pausa di silenzio e l’altra, a cominciare da quando, appena arrivati, ci chiedono se vogliamo una matrimoniale o due letti singoli. E la sera dopo, a Bologna, tornati ognuno a casa sua, a un certo punto mi chiama: “Pronto?”, faccio io. “Pronto, Paolacci”, fa lui. Silenzio. “Dimmi”, faccio io. Lungo silenzio. “Sei tornato finalmente alla civiltà?”, fa lui, “cos’è ‘sto casino?”, mi chiede. “Sto entrando all’Esselunga”, faccio io, “il casino è l’elicottero dell’ospedale qua vicino che sta atterrando”. Lungo silenzio, seguito da sbadiglio. “Bernardi”, faccio io, “ma perché mi hai chiamato?”. “Sì, ti spiego”, fa lui, “è che stavo togliendo un pelucco dall’iPhone”, dice, “e mi è inavvertitamente partita la chiamata a te”, dice, “e ho pensato: meglio se aspetto che mi risponda e ci parlo, sennò Paolacci trova lo squillino e chissà che si mette in testa”, dice.

R: Scrivemmo un testo insieme, io e Luigi, nel 2007, un testo che si chiamava I tempi stanno per cambiare, e poi facemmo pure la regia e fu un divertimento assoluto, e mi ricordo che nella scrittura le scene si alternavano e pertanto lui scriveva la sua e io ribattevo con la mia e nel mentre commentavamo quanto avevamo scritto e discutevamo sul da farsi e come il progetto potesse definirsi nel migliore dei modi e io c’ho delle mail che se ve le facessi leggere, se io ve le facessi leggere, se un giorno decidessi di farvele leggere, non accadrà mai, però qui, adesso, voglio ricordare la sera del debutto e lo spettacolo debuttò a Palermo, mi pare fosse l’aprile 2008, e c’era grande emozione e Luigi non stava nella pelle e passeggiava nei camerini e sulla scena e controllava ogni cosa con uno sguardo così torvo da spaventare gli attori e poi cominciò lo spettacolo e ce lo godemmo dalla regia e lui ogni poco e sottovoce mi chiedeva Sta andando bene, no? e io facevo di sì e pareva un ragazzino alle prese con un nuovo giocattolo, mi ricordo, e ricordo la bellissima cena che ci fu dopo, e andammo a mangiare messicano e perché andammo a mangiare messicano non lo ricordo e c’era sto finto messicano con la sua sfilza di piatti tipici messicani e Luigi non sapeva che scegliere e scegliemmo il medesimo piatto ovvero una bistecca vattelapesca e insomma una roba proprio messicana e piccantissima e azteca e bevemmo come canguri e poi lo accompagnai in albergo e ci salutammo e me ne andai a casa e mi coricai e stavo ancora pensando allo spettacolo quando squillò il telefono ed era Luigi che blaterava al telefono e così mi vestii di fretta e lo raggiunsi in albergo e prima passai dalla farmacia notturna e bussai alla sua porta e quando aprì era piegato in due e Scopri le chiappe, su, amico, gli dissi, impugnando una siringa e Fanculo il Messico, gridava, lui, nel mentre, e arrivò persino la cameriera, che cominciò a guardarlo storto, mi disse, da quella notte lì.

G: Vi invidio molto, poi, questa cosa di averci lavorato insieme, ma le cose così dovevano andare, mi viene in mente ora una piccola cosa, ma che sancisce il momento in cui capimmo che saremmo diventati amici, o forse lo capii io, lui lo sapeva. Un giorno stavo attraversando Piazza Duomo qui a Milano, era dopo pranzo, rientravo in ufficio, ero con una collega. Lo incrociai, ci guardammo per una trentina di secondi senza dire niente. Aveva i capelli ancora più assurdi, mossi dal vento. Scoppiammo a ridere, ci stringemmo la mano, parlammo appena un paio di minuti, io ero in ritardo. Mi disse: “Montieri, un giorno mi spiegherai cosa cazzo ve ne fate di tutti questi piccioni”. “Un giorno, appena lo scoprirò”, risposi. Prima di andarsene, e quello fu il momento in cui diventammo amici, disse: “Montieri, noi non ci siamo visti”. E se ne andò, verso i portici, verso via Dogana, verso boh. Chissà dove cazzo è andato quella volta.

A: Allora, a proposito di lavorarci insieme, vi racconto questa. Anno 2007. Stava per uscire il mio primo romanzo, pubblicato da lui per questo marchio editoriale che aveva appena fondato. Aspettavo notizie, non avevo ancora visto nemmeno un’idea di copertina. Lui mi chiama un pomeriggio e fa: “Paolacci, stasera ci mangiamo una pizza”. E io: “Bernardi, sempre enigmatico. Dammi almeno un indizio. Che mi devi dire? Slitta l’uscita? Ci sono problemi? Non mi pubblichi più? Parla”. “Va bene, ti do un indizio. Non saremo soli, a questa pizza”. “Ah, e chi ci sarà?”. “Fatti i cazzi tuoi”. “Ah, ecco”. Quando arrivo in pizzeria, lo trovo con una ragazza mai vista prima. Era Maira, naturalmente, Maira Chinaglia: la grafica con cui avremmo poi lavorato per anni. E insomma Luigi ci presenta, sogghigna e continua a fare l’enigmatico: “Prima mangiamo”, dice. Maira fa spallucce e lo incita: “Diglielo, no?”. Ma lui niente: “Prima mangiamo”, ripete. Quando finiamo di mangiare sono pronto a tutto: mi aspetto brutte notizie sul mio romanzo, anche pessime. Difatti vedo che Luigi si fa serio, serissimo: “Paolacci”, dice, “sai questa nuova casa editrice che ho fondato”, dice, “ecco, vorrei che ci lavorassi anche tu”, dice, poi mi guarda fisso per un paio di secondi, in attesa una reazione. La prima cosa che riesco a dire è: “Questa non me l’aspettavo”. Al che lui, sempre molto serio: “E perché mai avresti dovuto aspettartela?” dice, poi sogghigna.

R: Una sera squilla il telefono e acchiappo il telefono ed è lui, il nostro, Strano, penso, Non chiama mai di sera, Luigi, penso, e dunque stiamo lì coi convenevoli soliti e io sento che ha qualcosa da dirmi, lo sento proprio ché mette delle pause, in mezzo ai discorsi, delle pause che di solito non mette, perlomeno non in mezzo ai discorsi, o prima o dopo, mai in mezzo, e insomma siamo lì che parliamo e a un certo punto glielo chiedo, gli chiedo conto di questa sensazione che ho, e lui fa una pausa più lunga, fa una pausa lunghissima e io ancora a insistere e Dunque, dico, Parla, dico, Sto friggendo, dico – in realtà non dico proprio “sto friggendo” ma siamo sempre nell’ambito della narrazione, qua, concedetemelo – e allora lui di botto fa Sei il mio migliore amico, e dice proprio Migliore amico e io non capisco il perché uno di sera debba telefonare a un amico per dirgli che è il migliore, e certo Bernardi romanticone non me lo sarei aspettato e così rimango inebetito al telefono e lui quasi a giustificarsi dice che era il suo compito, quella sera, di chiamare il suo migliore amico e dirgli che era proprio il migliore, e lui aveva persino brontolato con la tizia da cui andava ma lei niente: voleva proprio che lui chiamasse il suo migliore amico e che per una volta gli dicesse Sei il mio migliore amico, e malgrado fosse un compito ingrato lui l’aveva portato a termine e io risi parecchio, ma risi in un modo che a ripensarci adesso rido per il modo in cui risi allora, e proprio non riuscivo a trattenermi, credetemi, e insomma ridendo a un certo punto chiesi E dunque, possiamo chiudere, o vuoi prima che ti mandi un bacetto? Tanto ci ho ripensato, disse lui, Adesso chiamo qualcun altro.

G: Ci furono una serie di incredibili scambi di email. Stavamo organizzando la presentazione di “Maddalena e le apocalissi” qua a Milano, dovevamo scegliere i brani per le letture, ma poi li scelse lui. “Questi tre, Montieri”. E quei tre furono. La presentazione fu molto bella, e lui incantò il pubblico della Libreria Popolare, parlando di scrittura ed editoria, io ero lì molto fiero di essergli amico, ma prima di quella sera ci fu una telefonata, quella in cui dovevamo scegliere la data della presentazione, quando ci penso rido ancora. “Allora, Luigi, che giorno scegliamo?”, “Ma guarda, Montieri, va bene qualunque giorno, fatte le dovute eccezioni”. “Dimmi le eccezioni”, “Forse il lunedì meglio di no, è un giorno moscio”. “Ok, niente lunedì”, e aspettai. “Escluderei il fine settimana, il campionato, lo shopping, la gente va in giro, tu sei a Venezia, magari”. E rideva. “Magari sì, ma magari posso pure rimanere a Milano, ma escludiamo il fine settimana, facciamo un mercoledì?”. Lunga pausa, come al solito. “Ecco, stavo proprio pensando, presentiamo a febbraio o marzo, metti che ci sia la Champions League. Nel dubbio, non considererei i martedì e i mercoledì”. “Ah, ah, ah, hai ragione. Che culo, ci restano un paio di giorni su sette, facciamo un giovedì?”, altra pausa. “Il giovedì sarebbe perfetto”. La facemmo un venerdì.

A: Visto che siamo sul finale, lasciatemi essere cattivo. Forse non dovrei, ma insomma uno dei giorni che mi ricordo meglio lo passammo quasi tutto in macchina, io e lui seduti sui sedili posteriori, mentre sugli anteriori c’erano due scrittori di cui non posso ovviamente fare i nomi. Questi ultimi parlarono per tutto il viaggio, soprattutto tra loro, dei seguenti argomenti: anticipi, contratti editoriali, tirature, diritti secondari, agenti letterari, tendenze dell’editoria, titoli che funzionano commercialmente. Ogni tanto si voltavano e chiedevano a noi (a Luigi soprattutto) cosa ne pensavamo della tal cifra di anticipo o delle tali condizioni contrattuali, ecc. Luigi passò le ore con la faccia bassa sull’iPhone. Dico, le ore. Alle domande rispondeva quasi sempre con i suoi tipici mugugni da oracolo (ovvero degli “Uhm” che gli altri erano soliti interpretare come dei “Sono d’accordo” oppure “Non sono d’accordo”, a piacere, in base alle proprie speranze o timori personali). Io provavo a interloquire ma più che altro guardavo intensamente l’autostrada. Una volta a destinazione, i due si fermarono al bar dell’albergo, mentre io e Luigi ci avviammo alle nostre camere. Solo quando ci ritrovammo da soli in ascensore, si mise finalmente in tasca l’iPhone. Mi guardò e disse soltanto: «Al ritorno, io te ci prendiamo un treno».

R: Ad esempio una volta mi disse Costui è un gran cretino, e certo disse il nome di costui che a suo parere era cretino, e un gran cretino, e mi capirete adesso se non svelo il nome di costui che per lui era cretino e ciò che posso dire è che lo disse, lui, con una tale certezza e una convinzione che accipicchia non potevano esserci dubbi sul fatto che costui fosse cretino, e grandemente cretino, tanto che io, sebbene non avessi mai pensato a costui come a un cretino, dovetti ricredermi e così costui divenne per me inderogabilmente cretino e ogni volta che lo incontravo non potevo che pensare Toh, il gran cretino, e va bene che adesso tutti voi conoscenti e amici di Bernardi vi starete chiedendo Sarò mica io, il cretino? e d’accordo che non ci dormirete qualche notte, ma è semplicemente una cortesia, quella che vi faccio, credetemi, ché sapeva – e sa – essere parecchio convincente, il nostro, soprattutto perché, costui, il gran cretino, se dovesse sapere di essere cretino, si maledirebbe per aver fatto il cretino proprio nel giorno in cui non doveva, ovvero quello in cui lo sarebbe stato definitivamente: cretino per lui, cretino per me, cretino per tutti.

G: Cattivo per cattivo, vada per il cattivo. Facevamo queste stupide ma meravigliose classifiche circa gli autori da leggere oppure no, i libri non c’entravano niente, almeno non subito. “Luigi, hai visto che è uscito un altro libro di M.? Gli hanno chiesto pure di scegliere tra i suoi 5 migliori libri”, silenzio e poi: “Tra quelli letti o quelli scritti?”, qui feci una pausa pure io, ma perché già un po’ ridevo e aggiunsi: “Indovina”. “Vaffanculo, Montieri, non trascinarmi in queste robe che ti piacciono, che mi vuoi far dire delle cose”. Qui proprio sghignazzavo, continuò: “Questo ha scritto così tanti libri, così buoni libri che può scegliere i suoi migliori 5? Ma chi è DeLillo?” e qui rideva anche lui. E no, non era DeLillo. Ci sono però due o tre scrittori che non ho ancora mai letto solo perché avevamo deciso che ci stavano antipatici, vuoi per quello che scrivevano su facebook o per quello che dichiaravano in qualche intervista. Mi dispiace che non abbia visto le scarpe che portava De Cataldo al primo incontro dell’Associazione Bernardi, mi avrebbe dato ragione. Tra gli antipatici dovevamo metterci anche quelli vestiti a cazzo.

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