Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #23

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Ventidue – Schiavi e padroni]
A death mask. Is there a reason for a death mask? It is barely a physical resemblance – in death, the muscles so relaxed, the face so without the animating spark. A death mask is almost an intrusion on a beautiful memory. And yet, who could throw away the casting of a loved one? Who would not want to study it longingly, as the distance freight train blows its mournful tone?

Una maschera della morte. C’è una ragione per una maschera della morte? è appena una somiglianza fisica – nella morte, i muscoli così rilassati, la faccia così totalmente disanimata. Una maschera della morte è quasi un’intrusione nella bellezza della memoria. E tuttavia, chi potrebbe buttare via il calco di una persona amata? Chi non vorrebbe studiarlo con rimpianto, mentre un treno merci lontano soffia il suo triste fischio? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Una maschera della morte, come quella che Windom Earle fa trovare nel letto a Cooper, con i tratti di Caroline, una maschera del genere ha solo una vaga physical resemblance con la persona raffigurata, è un’imitazione della vita che non può ingannarci, un vilipendio al ricordo. Ma la maggioranza dei nostri ricordi non sono a loro volta death masks, rilassati, impoveriti, disanimati? Sempre diversi da quello che è successo, migliori o peggiori, comunque ingannevoli, utili solo a rintuzzare il rimpianto, che al variare del ricordo resta sempre lo stesso: noi non siamo più lì, in quel momento, in quel posto. Le maschere della morte che continuamente produciamo dentro di noi ci liberano dal tempo, non siamo più nel passato, che ormai è fuggito, non proprio nel presente, affollato com’è di falsi simulacri. E per raffigurare il non-tempo, per rendere questa non-idea, pensiamo a un non-luogo, a una stazione desolata, a un passaggio di treni come parti di noi e della nostra vita che si staccano e ci abbandonano. O pensiamo di non vedere la scena, di sentire solo quel fischio lontano, e l’aria che anche dopo continua a tremare.
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@Andrea Accardi

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