Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli

solchi

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli, Fuori Collana, collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2016

dalla prefazione di Anna Maria Curci

Allegoria della tensione: Solchi. La parabola si compie nei risvegli di Maria Allo

«La parabola si compie nei risvegli»: questa frase, tratta da un verso e che costituisce la seconda parte del titolo della raccolta di Maria Allo, consolida, man mano che si scorrono i componimenti qui raggruppati, il suo ruolo di punto di riferimento costante, lanterna alla lettura e, insieme, di mistero che non può e non vuole essere ridotto a una formula di spiegazione, per quanto acuta, per quanto illuminante, per quanto prossima allo stato delle cose la spiegazione possa essere. Le manifestazioni del termine parabola si articolano e si mescolano: narrazione esemplare e allegoria, curva e andamento ellittico si gettano, non di rado precipitano, tendono al compimento in quei risvegli anch’essi polisemantici. Si destano i sensi, si desta la coscienza, la rivelazione si cela e si mostra, risale in superficie, colta in un contrasto, in una effusione, in una esplosione di colore e materia.
La tensione è narrata, afferrata, attraversata; è una tensione che alimenta lo scorrere del tempo e che nutre la condizione umana, che scuote la natura, con tremende deformazioni o improvvise trasfigurazioni all’occhio attonito delle creature. Vale la pena soffermarsi, dunque, su ciascuno di questi elementi che innervano la voce poetica di Maria Allo.
La tensione è innanzitutto ricerca della luce, che, come rivela l’analisi delle occorrenze, è termine centrale, meta costantemente perseguita e perennemente insediata da un patire che assume di volta in volta le sembianze di Weltschmerz, ovvero di sofferenza che pervade il mondo intero e ogni cosa al mondo, e di affanno del singolo individuo. Si alternano così dichiarazioni come quella contenuta nel compiuto distico, composto da un endecasillabo e da un settenario, che apre e chiude il secondo componimento della raccolta – «un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra» – al tendere i sensi anelanti, come avviene già all’inizio del quarto componimento: «Tendo orecchio ai voli che generano luce».
La prevalenza della prima persona plurale quando oggetto del dire poetico è la condizione umana si manifesta anch’essa con considerevole frequenza, soprattutto laddove l’intenzione è quella di sottolineare l’appartenenza a un comune dolere. Similitudini e metafore si susseguono, allora, per segnalare la cifra dell’esistenza terrena di tutti i viventi: «Siamo alberi anche noi/ Flussi di linfa e venature/ che il Tempo attraversa come all’inizio/ Radici e semi in attesa dei frutti,», «E noi una sola polvere», «Noi eravamo indocili radici», «Fanno di noi deserto e vuoto» o, ancora, sfruttando appieno la duplicità del termine “arsi” e l’appello ad altri contesti di riferimento, familiari a chi scrive: «Noi arsi di grafemi».
La natura, presenza costante nei versi di Maria Allo,  è senz’altro dominante in questa raccolta. Campeggiano i suoi colori, i suoi bagliori furtivi, le sue grazie, ora quasi ritrose, ora decisamente irruenti, ma, soprattutto, i brontolii reconditi e i suoi scoppi furiosi. È significativo che, a differenza del tempo, che assurge a entità mitologica comparendo in prevalenza con la maiuscola di un nome proprio,  il vulcano che signoreggia nell’isola natia sia sempre indicato con la lettera minuscola. L’etna, non l’Etna, quindi, dirige la sinfonia di tutte le stagioni, una sinfonia che predilige l’allitterazione in ‘r’: è tutto un esplodere di termini come “fragore”, “crepa”, “cortecce”, “sciabordio”, “frastuono assordante”, “screziato”, “crepato”, “si arrovella”, “irrompe”, “rumoreggia”, “si snervano”.  Un trittico di constatazioni in negativo, tutte e tre caratterizzate da sostantivi che iniziano con “ri-“, scandisce un testo che appare nelle prime pagine della raccolta e che condensa la visione del mondo di chi scrive: «Non c’è rimedio», «Non c’è riparo», «Non c’è risposta». Eppure, anche in quel paradigma chiaramente declinato, è palese la tensione, dal momento che il contrasto si affaccia sotto forma di obiezione: «C’è ancora rimedio». […]
È l’alba, rifugio e promessa di rivelazione,  che può essere «franta», non la tensione, che può essere attenuata, ma resta irriducibile. Irriducibile resta pure il mistero. Su questo principio, come affermato in apertura, non è dato esprimere dubbi. Solo l’ossimoro di un canto sgorgato dal tacere condiviso lascia scorgere un barlume di speranza, attraverso un futuro che, più che previsione, è ipotesi anelata: «Il senso di ogni andare/ Sarà forse questo silenzio solidale/ Allarga le braccia/ Fino a sciogliere in canto/ Il frastuono assordante/ Delle nostre esistenze».

* * *

Un dolore ci sgretola la luce
Ovunque sulla terra
Il vento infuria e turbina di notte
Labbra rapprese dissipa al risveglio
Ancora prima dell’alba
Foglie riverse nel mulinare s’infrangono
Contro il cielo si staglia
Su assi curve il Tempo
Un dolore ci sgretola la luce
Ovunque sulla terra

*

Sulle labbra del tempo
Nidifica il dolore
Così antico in balia di neri uccelli
Ma così terso nel tuo petto
Senti
Un soffio si piega
Ma come cerchio d’acqua dilata
Questo spirito ancestrale di carne
Alto in pieno giorno
L’alba dalle vette dell’etna
Dischiude il mistero
Le sue vene esplodono
Scrutando tra le ortiche
Eppure salde
Si imperlano di rugiada
Così le erbe
Nel polso della terra
Le radici della vita spesso
Non ci raggiungono
Ma ci attraversano
Incidendo le nostre carni
Con la furia di una tragedia
Ecco la vita non è un film
Folate di crudeltà dentro la notte
Intorno solo passi recisi
Su vie senza uscite
Chiuso il respiro in un pugno
Ciò che chiamiamo incubo

*

Scivola Tempo dalle dita e dalle radici del vulcano
C’è un’altra luna
Spira leggero in bocca il vento
Bianco di nebbia
Anche la pietà valica l’attesa
In un rigagnolo del tempo
Mi chiedo come trattenere il respiro
Tra un mucchio di pietre e l’infinito
Le parole di sempre percorrono
La stessa strada desolata
I nomi prendono forma dalla perdita o dal vuoto
Adesso è notte il deserto aleggia
Ardente sulle guance
Fende i marosi e tutto spegne nell’abisso
La parabola si compie nei risvegli dentro ogni inizio
Che ci strappa dalle notti e riafferma il prodigio
Di chi sta per ricominciare
Un senso di cose reali scalpita in cerca della terra
Che non c’è
In bilico la luce sfoglia già la notte
I nostri punti di forza sprigionano
Dalle crepe sotto i piedi

*

Nelle tue mani una luce cresce a dismisura
A dispetto del tempo e del silenzio
Filtra tra le foglie del mattino
Come linfa dimora nel mio sangue
Così mi nutro d’aria col ramoscello verde
Nel respiro d’ombra dentro il petto
Le radici spesso non ci raggiungono
Ma salde ci attraversano
Così le erbe il polso della terra
In tempi così la volontà di vivere è resistenza.
Una pianta germoglia
Tra infinite gradazioni e nervature
Trascolora nelle raffiche di pioggia
Screziate su cortecce di licheni
La barbarie dilaga e nella cenere dispersa
Il mondo crolla
È volontà di vivere lo sguardo
Che illumina le cose

*

Franta stamane l’alba [come grani di melograno]
Trabocca da inverno smemorato
Ogni scheggia del giorno è nebbia stinta
Ogni eco del cielo è solitudine di mare
Il senso di ogni andare
Sarà forse questo silenzio solidale
Allarga le braccia
Fino a sciogliere in canto
Il frastuono assordante
Delle nostre esistenze
“Basta il silenzio a farne un altro mondo”

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