Clinica di Giulia Girardello. Racconto

muro

Clinica
di © Giulia Girardello

Stava lì seduta su una panchina e osservava con insistenza il palmo della sua mano sinistra. Cercava di trovare tra quelle linee sulla pelle il nome dell’uomo che amava.
Era convinta che da qualche parte ci fosse, segnato nel suo destino, quel nome. Non era questo un amore normale, di quelli che capitano di solito alla gente. No no, si trattava di ben altro. Questa era una cosa che aveva a che fare con le galassie e gli alberi secolari, con la struttura dell’atomo e l’armonia come percezione dell’universo.
Lei lo sentiva, lei lo sapeva.

Io ti guardo e mi chiedo perché in tutto questo tempo non c’è stata tra noi una magari anche timida ricerca di intimità. D’accordo le battute, i sorrisi, il tempo passato assieme, i silenzi, ma mai nessuno, né tu né io, che abbia tenuto lo sguardo un po’ più a lungo o lasciato scivolare la mano fino a sentire il contatto della pelle.
Io ti guardo e mi accorgo in questo momento di aver desiderato che questo succedesse in ogni istante in cui siamo stati vicini. Mi rendo conto ora, con una chiarezza dura e totalmente fuori luogo, di averlo sognato sempre da quando ti conosco.
E allora io ti guardo e vedo la nostra vita sbagliare strada, vorrei fermarti, chiamarti indietro, perché stiamo solo perdendo tempo.
Io ti guardo e tu guardi lei, che sta appoggiata alla tua spalla con una naturalezza e una semplicità disarmanti. Era così difficile, sembra chiedermi senza nemmeno accorgersene. Io la odio. Odio di lei la parte in cui mi riconosco e odio il suo tempismo, questo invece decisamente migliore del mio.
Eppure io ti guardo, anche se fa un gran male, e aspetto che tu torni da me.

Dovrebbe esserci un diritto di precedenza, di importanza. Se noi siamo così vicini, se è come ci conoscessimo da una vita, se sentiamo e consideriamo le cose allo stesso modo, tanto che nemmeno serve che ci parliamo… insomma, se tutto questo non è solo un’illusione, dovrebbe esserci un privilegio che garantisce che nessuno potrà mai separarci né mettersi davanti. Non un patto o una promessa reciproca, intendo proprio una legge universale, qualcosa che va ben oltre noi. Qualcosa di fronte alla quale noi stessi dovremmo cedere come un fatto inevitabile. Così non ci sarebbero paure, né scuse dietro cui nascondersi. Non ci sarebbero decisioni da prendere, né appuntamenti o scadenze. Io e te insieme per forza. La condanna più definitiva e più dolce che potremmo mai immaginare.

E invece poi le cose vanno in modo diverso da come uno se le figura e anche se senti che non era quella la direzione che dovevano prendere, a un certo punto non c’è più nulla da fare. Bisogna arrendersi e lasciarle andare. Le cose e le persone.

Così una sera arrivo al nostro solito bar dell’aperitivo e lo vedo subito negli occhi degli amici quel misto di sorpresa e imbarazzo che tante volte io mi ero immaginata quasi per esorcizzare un incubo. L’ho capito subito, lo so, non occorre che nessuno dica niente. Tu sei al banco con lei e io comincio a bruciare dentro di un fuoco che parte da terra e sale dalle caviglie, lungo le gambe e arriva diretto allo stomaco. Non so quale sia questa grande novità che evidentemente hai appena annunciato. Vi sposate, vi trasferite, avrete un figlio. Che differenza fa? Non lo voglio nemmeno sapere. E tu che ora ti stai dirigendo verso di me faresti meglio a fermarti, stammi lontano, ti avverto, non provare a rivolgermi la parola.

Mi dicono che ho fatto un casino. Che tu hai cercato di prendermi in disparte e io ti ho respinto, ho perso subito il controllo e non ti lasciavo parlare. Che hai provato a calmarmi ma io non volevo che tu mi toccassi e così mi sono girata con uno scatto violento e con il braccio ho colpito il vetro della porta che è saltato. Dicono che c’era il mio sangue dappertutto.

Mi sembra impossibile essere qui a ricordare queste cose a distanza di dieci mesi. Tanto mi ci è voluto per riuscire a tornarci col pensiero. Un buco, un vuoto infinito e sordo. Un’assenza da me, dalla mia vita.
Ricominciare a esistere. No, non credo ce la farò. Non ce la farò perché ti ho perso, perché ho dovuto estirparti a forza dal cuore, come una di quelle piante infestanti con le radici profonde e tenaci. Rimane un organo lacerato che di certo non potrà funzionare più come prima. In realtà io sento che tu ci sei ancora dentro. Ci sei adesso come mancanza, come dolore, come amore che ha preso il segno negativo. Dunque, non ce la farò.

L’infermiera si avvicina e le mette una mano sulla spalla, dai tesoro è ora di rientrare che tra poco è pronta la cena. Lei pensa con sollievo che è meraviglioso che in questo posto ti servano la cena alle sei, un’idea geniale così la giornata termina prima e un’altra è passata. Dormire, dormire il più possibile.

13250331_794014300698756_2024717114_nGiulia Girardello, laureata in Lettere e Arti Visive, vive e lavora a Venezia. Scrittrice e curatrice indipendente, ha pubblicato per Sensibili alle Foglie Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura dell’esilio (2013), curato con Mattia Pellegrini in collaborazione con il Museo dell’Arte Contemporanea Italiana in Esilio, all’interno del progetto “Exile” dell’artista Dora Garcia.
Nel 2011 con il racconto Fragile ha vinto il Premio Città di Venezia per il concorso nazionale Subway Letteratura.

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