Iole Chessa Olivares e la poesia del “confine”, di Fausta Genziana Le Piane

OLIVARES

 

Iole Chessa Olivares e la poesia del “confine”

di Fausta Genziana Le Piane

Il lettore dell’ultima raccolta poetica di Iole Chessa Olivares, Nel finito… mai finito (Edizioni Ne­mapress, 2015), già dal titolo, intuisce che la Poetessa è costantemente sospesa tra il finito, cioè la realtà e l’infinito, cioè l’universo, lo spirituale, l’altrove (Nel finito… mai finito è un vero e proprio ossimoro). Questo continuo dibattimento, questa continua lotta si chiama “vita” – soffio della vita – che coinvolge tutti. Plinio Perilli parla, in effetti, «di limbo che preme ma al contempo, ci salva ci ospita.»
Procedendo nella lettura delle varie sezioni del libro, ci si accorge che ognuna riprende, ampia e as­sume varie sfaccettature di questo concetto espresso anche con altri sostantivi quali orlo, cancello, margine, muro, contorno oppure siepe di leopardiana memoria: tutta la raccolta è pervasa dal sen­timento di “confine” (tracce di confine) e di “sconfinamento”. Si legga, a pagina 32, la lirica intito­lata appunto Sconfinare: «Ora…sconfinare/ tra parole dormienti/ fuggevoli accordi negati/ alleanze randagie/ inquietare di sfide/ il “quasi” inutile/ da parte a parte/ con cuore disobbediente/ fino all’orlo preciso/ invulnerabile al pentimento». Qui tutto l’umano è rappresentato, riassunto. «Scon­finare, poi, o meglio Svanire, è dunque – avrebbe detto Montale – la ventura delle venture», dice Plinio Perilli nel commento al testo.
Confine tra passato, oggi, futuro ed eternità, «nel remoto e nell’oggi» (Donna… Con le donne, p. 56): si veda la bellissima metafora del cancello che implica l’atto di sostare della Poetessa – penso­sa – tra passato e futuro. Cosa cerca Iole? Cerca la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, nella sua in­terezza, «nei trapassi di luce/ nel ballo delle ombre» (Sul cancello del tempo, p. 13). Anche qui c’è un “alle spalle” e c’è un “ora”, un “futuro”, c’è un passato fatto di entusiasmi, di giovinezza, anche di «pene, soprusi, lutti», e c’è un ora fatto di crepuscoli e di tramonti.

Confine tra realtà e infinito: a pagina 36, In casa senza disturbare: la realtà sono le pareti della casa – un limite – ma l’infinito è laddove Iole vive, «non più margine in ombra» ma «punto vivo sull’eterno.»

Confine tra vita e non vita: la condizione dell’essere umano è ben espressa nella lirica dal titolo In un più nascosto (p. 20). All’uomo – un belato di pena, gregge chino sull’erba, condannato al suo destino, che non sa dove va (che conduce una non vita) – non resta che un piccolo spazio, solo il suo respiro.

Confine tra ragione e sentimento: a p. 146, Senza vestali: L’anima deve svezzarsi, liberarsi e infi­ne crescere, lontano dall’inferno pensiero. Il pensiero, spesso gabbia dalla quale è difficile uscire, non fa vedere il vero e profondo senso delle cose. Più in là, oltre gli steccati della mente e della ra­gione c’è il sentimento, c’è solo il cuore: «Singhiozza, certo, la mente e quel Singhiozzo della men­te è come l’encefalogramma del cervello lirico (torna in mente Paul Valéry che si ausculta in at­to)… Dissidi, male oscuro, il tranquillo, quotidiano travaglio dell’Esser-ci», ancora Plinio Perilli nella prefazione.

Confine tra ombra e luce: Il termine di “confine” implica l’idea di contenimento, che è necessario nella vita, ma anche quello di invito ad andare al di là, all’estrema riva, un’esortazione a disobbedi­re, a ribellarsi: infatti, in molte liriche la poetessa reclama di voler superare l’ombra della condizio­ne umana per andare verso la luce del riscatto.

Confine tra parola e silenzio: a p. 73, La parola giusta. Eccolo il margine tra la parola ed il silen­zio! È la parola giusta: «Quando s’incontra la parola giusta/ si ceda il passo/ entra in voce/ solo quando deve/ sillaba su sillaba/ s’incarna/ nel sangue di un pensiero./ Antica vestale delle lontanan­ze/ senza tempo/ aduna modula/ distende suoni/ con sorpresa/ esce di pugno sul silenzio/ oltrepassa le distanze.» La parola appropriata ma dura, potente, acuta, consente di rompere il silenzio ed esprimere il proprio smarrimento, la propria inutilità, la propria fragile umanità che rende stupiti, attoniti dinanzi alle guerre, al terremoto di L’Aquila, ai caduti di Nassiriya, ai morti di Beslan, ecc.  A volte si ha la sensazione che dinanzi a quel confine che più la rappresenta – la poesia, sofferta e dolente –, Iole, in bilico, abbia paura, sia presa come da uno stordimento, da una vertigine: «Accesa dalle corde/ sull’orlo/ di troppo vasti spazi/ ricompone devota/ tutte le briciole/ sangue vivo/ di or­me mai concluse/ raminghe oltre il fare/ oltre ogni trapasso» (Una nota in più, p. 79). La poesia si nasconde, in disparte, origlia, ma va in cerca della parola che non sempre risponderà al suo richia­mo: «A quando/ la parola in sintonia con l’acuto/ nuda illimitata in volto?» (Fiore di ritorno, p. 81). L’ispirazione consente di alludere alla condizione di essere sul limite e all’urgenza di fare quel pas­so, di varcare quel confine: è la condizione umana che è rappresentata. Ma nonostante il pessimi­smo che aleggia nella raccolta («non c’è un filo di riscatto/ un barlume di rimedio», Lo spirito dell’altrove, p. 44), il fuoco non è mai stanco di accendersi e qualcosa vive sotto le braci nascoste, nonostante tutto, «l’airone prova a inventare/ un sospeso d’azzurro» (Sospeso d’azzurro, p. 24). Iole resta sempre «un cuore disobbediente», e, come Sisifo – «ogni alba ritesse l’anima/ allunga l’occhio impenitente/ avanti… avanti» (Lo spirito dell’altrove, p. 44) – «va senza riparo», è consapevole che la vita è una sfida. In allerta, cosciente dell’inutilità del compito dell’uomo, alieno, ammalato, Iole sa che il masso scivolerà sempre giù, ma, come diceva Albert Camus, anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.

Iole Chessa Olivares, Nel finito… mai finito, Edizioni Nemapress, 2015

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