17 days… so let the rain come down

1958-2106 (by Fabio Michieli)

U’ve been gone 17 days
17 long nights

DIALOGO TRA INIZIATI?
Fabio Michieli & Claudio Morandini

 

F: «All good things, they say, never last»… Dimmi, è proprio così? Le cose belle non passano mai? No, perché io ho l’impressione di essere uno di quegli stupidi che ammirano una macchina sfrecciare. E dire che io di quella macchina, una Thunderbird, credo, o una piccola rossa Corvette, ho osservato ogni cosa, ascoltato ogni roboante accelerata. Insomma, non credo di essere uno di quegli stupidi.

C: A me quella macchina a volte sembrava una Jaguar (ricordi la canzone scritta per Mavis Staples?). Ci siamo rimasti secchi in molti, credo, alla notizia della morte di Prince, e ora assistiamo al moltiplicarsi di notizie infondate, iperboliche (migliaia, anzi diecimila, anzi ventimila inediti chiusi in cassaforte!). Era un artista iperattivo, generoso, strabordante anche quando stava zitto e rintanato nel suo castello di Chanhassen. L’elaborazione del lutto sarà lunga, ma forse la riservatezza estrema con cui Prince si è tenuto lontano dal mondo aiuterà a – come dire – storicizzare la sua presenza nel mondo della musica. E l’abbondanza di inediti (non saranno ventimila, ma tanti sì, come sappiamo bene noialtri cacciatori di outtakes da tempi non sospetti) e registrazioni dal vivo consentirà di tornare sul suo metodo compositivo, a cui spesso la forma-canzone stava stretta, o almeno di sentirsi meno soli. Quella macchina continuerà a sfrecciarci davanti agli occhi ancora per un pezzo, non credi?

timeF: Già… Jaguar… inizialmente pensata per Sheena Easton e poi data a Mavis per quel gran bel disco, incompreso secondo me: Time Waits For No One! Quanti brani composti e registrati tra il 1985 e il 1987: tra Parade e Sign ’O The Times! Quanti album finiti e scartati!! Dream Factory, Camille, Crystal Ball per nominarne tre. E poi The Black Album, ossia The Funk Bible come Prince canta in Le Grind. La via dell’indipendenza artistica in Prince correva lungo la sperimentazione continua, come un novello Little Richard; capisco perciò chi a un certo punto, dopo il clamore di Purple Rain, si è fermato: Prince pretendeva dai suoi ammiratori (odiava la parola fan) la costanza. Pretendeva pure la capacità di accostarsi ai suoi maestri. È grazie a Prince se io iniziai ad ascoltare Stevie Wonder, che per me adolescente era quello dell’imbarazzante I just called to say I love you. No! Prince mi fece capire che c’era stato altro e molto prima. Prince mi fece capire che il funky portava la firma di George Clinton; mi fece comprendere la differenza tra un falsetto fastidioso come quello dei Bee Gees e il suo. E poi James Brown, o il soul della vecchia scuola! Sì! Prince era un mentore, non solo per i molti musicisti che sono entrati in contatto con lui: lo era anche per il suo pubblico.

aroundC: Hai ragione. Anch’io sono andato a ritroso grazie a Prince, ho scoperto le sue radici (Sly and The Family Stone, i Parliament e soprattutto i Funkadelic di George Clinton, lo Stevie Wonder dei bellissimi album dei primi anni settanta, Jimi Hendrix, certo, gli artisti della Stax, il jazz elettrico e contaminato della cerchia attorno a Miles Davis; ma senti anche quanto british pop alla Beatles e quanto Bob Dylan risuonano in un album inclassificabile come Around the World in a Day, o quanto Zappa ammicca da Lovesexy). Prince sembrava riassumere e armonizzare in una sintesi splendida, sontuosa, divertente e elegante, l’eredità della musica (mica solo black): e nel farlo ricercava un nuovo stile, non rimaneva fermo all’eclettismo, non si limitava al crossover purchessia, alla somma di questo e di quello giusto per. Il suo rapporto con il passato era vera Musicology; allo stesso tempo era ricerca d’avanguardia. Per capirlo davvero bisogna non accontentarsi degli album ufficiali, ma andare a scoprire gli inediti scartati, le canzoni incompiute, le diverse versioni dello stesso brano, oppure le versioni lunghe realizzate per i maxi singoli, o le canzoni nascoste nei lati B. Si entra allora in un altro mondo, più aperto, più libero, più coraggioso e anche più inquietante. Le versioni lunghe di Let’s Go Crazy, di Raspberry Beret, soprattutto di Mountains, di Anotherloverholenyohead e di I Wish U Heaven andavano ben al di là dell’occasione danzereccia per la quale i maxi singoli si erano diffusi negli anni settanta, diventavano jam session, reinvenzioni, esplorazioni di nuovi territori, spesso andando per così dire contro il brano originale, forzandone la natura, cavandone un lato funk profondo e inaspettato. Erano, allo stesso tempo, un modo per ricreare l’atmosfera della creazione in studio, per dare un’idea delle lunghe sedute da cui nascevano le canzoni nella loro veste strumentale.

F: Ti sei mai chiesto cosa sarebbe stata America se non fosse finito il nastro? O I Would Die 4 U? lui spremeva i suoi musicisti, ma otteneva sempre il meglio. In studio come dal vivo… eh… i concerti di Prince. Milano, novembre 2010, sarà per sempre IL CONCERTO!
Purple Rain quella sera fu l’apoteosi, e da più parti si dice, si legge, che sia stata la più bella di sempre. “Vera musica da veri musicisti” ripeteva sempre, a ogni concerto, in quel 20TEN Tour.
Di quell’album non suonò nulla; non so nemmeno perché l’abbia registrato un disco così debole, a parte Laydown. Ma anche questo era Prince: creare, registrare, per sé e poi per gli altri. Un disco intimo come One nite alone non è forse un disco prima di tutto per sé? La sua versione di A Case Of You di Joni Mitchell, con you puntualmente reso U, non parla forse più del suo rapporto con la musica e le parole di Joni che non del desiderio di cantare una canzone che comunque eseguiva di tanto in tanto sin dal 1983?
Ecco! io ho iniziato ad ascoltare Joni Mitchell perché Prince la ringraziò nei credits di Controversy. Scoprii poi che fu Lisa a introdurlo a quel mondo di parole e storie.

C: Non ho mai visto un concerto di Prince dal vivo – non chiedermi perché. Ora me ne pento, naturalmente; mi dico che almeno una volta avrei potuto affrontare il disagio del viaggio e di tutto il resto. Le testimonianze registrate dei concerti c’erano, le collezionavo, ma avevano sempre un che di frustrante – e non parlo solo delle registrazioni illegali, che solo per un vuoto legislativo circolavano tranquillamente in Italia fino agli anni novanta. Ricordi quando una sera del 1988 trasmisero in diretta sul nazionale il Lovesexy Tour dalla Germania, ma l’immagine giungeva via cavo, il sonoro via satellite, e insomma era tutto sfasato? Ecco, quella frustrazione lì. Le registrazioni sonore erano anche più esasperanti: che starà facendo adesso, dove sarà, quale strumento starà suonando? mi chiedevo di continuo, soprattutto in quei momenti di dilatazione dei brani, quelle lunghe code cerimoniali, sospese su un solo accordo, rette dall’implacabile ritmo funk, nei quali la canzone diventava altro, e bisognava esserci, per non sentirsi esclusi dal rito.
Non lo avrò visto, ma ho provato a suonarlo, Prince. O meglio a suonare à la Prince. Io e l’amico Simone Riva, bravissimo batterista e produttore, anche lui ammiratore incondizionato della black music e indispensabile pusher di rarità e inediti, abbiamo provato e registrato per anni brani nello spirito di Prince: Simone ci metteva il ritmo, la forza propulsiva del funk coniugato in ogni modo, io alla tastiera provavo a ricreare quelle frasette nervose e guizzanti, fatte di poche note di cui almeno una inaspettata, che le mie dita avevano imparato per conto loro dopo tanti ascolti. Andavamo avanti per ore, nel suo studio, e Simone lavorava poi con pazienza sul missaggio, sul cesello, sulla selezione, e pian piano dalle registrazioni di quelle sedute ne veniva fuori una forma. Per me è stato un modo importante per entrare nei meccanismi della creazione musicale – di qualsiasi creazione artistica, al di là dei risultati. Ci sentivamo un po’ come Miles Davis e Teo Macero, a seconda dei momenti – non ridere. Improvvisazione e controllo, invenzione e struttura. E Prince era sempre lì attorno – davvero, ci osservava come un nume benevolo e con un filo di perplessità dalle numerose foto che tappezzavano lo studio di registrazione.

F: Era settembre 1988. Ero in vacanza a Fiera di Primiero con i miei ed ero così furibondo di non essere a casa a vedere il concerto, che mio papà, pur di non sentire più la litania del “mi fate perdere il concerto di Prince”, caricò in auto il piccolo televisore che io e mio fratello avevamo all’epoca in camera e me lo mise nella stanza d’albergo (improvvisamente quella stamberga divenne un 3 stelle a sua insaputa!). Tenni il volume della tele a 0 e accesi la radio del mio walkman per sentire il concerto in stereo. I tecnici RAI ci misero quasi un’ora per sistemare la sincronia tra le immagini e l’audio. L’anno prima il concerto torinese di Madonna, e ora il concerto di Prince! Sarebbe seguito il concerto dei Pink Floyd a sancire un periodo in cui la RAI considerava la musica un evento senza dare ascolto alle querule voci di vescovi straccia vesti a muzzo…
Eh, sì!, mio caro, ti sei perso qualcosa non vedendo Prince in concerto! Nessun concerto è mai stato uguale a un altro. Nemmeno quelli dei tour con scaletta più o meno fissa, perché improvvisare, dilatare, fermare e ripartire, erano la regola. Un gesto del capo, o della mano era il segnale per la band.
Tu parli di “frustrazione” perché potevi solo ipotizzare, ascoltando una registrazione, cosa stesse facendo in un determinato momento. Be’, io ti dico che tutte le volte che ho ascoltato un suo concerto me lo sono immaginato, seguendo/ricostruendo nella mia mente ogni sua mossa.
Diciamocelo, old spot!, a volte noi fan di Prince perdiamo la meridiana…

C: Comunque (lo dico per consolarmi) quello che conta e rimane davvero è la sua musica – le sue composizioni, realizzate non sulla partitura ma in sala di registrazione. Mi aspetto una tonnellata di nuovi dischi a suo nome, che conterranno forse poche sorprese per noialtri completisti, ma permetteranno una messa a punto sul suo lascito artistico. Mi chiedo anche chi potrà aspirare a diventarne l’erede. Uno dei pochi sembra D’Angelo, il cui Black Messiah musicalmente suona davvero come un manifesto di un princianesimo orgogliosamente fuori moda e fuori controllo. Ma D’Angelo è artista troppo rimuginante e lento nell’esprimersi, manca di quella prodigalità, di quella tendenza allo scialo anche, che caratterizzava Prince. O forse, che so, Meshell Ndegeocello, che non è certo una ragazzina. Tu che ne pensi?

F: Meshell? non credo, per quanto la ritenga una grande. Prince e lei si chiusero anni fa in studio per una di quelle session di cui si parla solo ma nulla si è ancora ascoltato. Forse vedranno la luce ora, ma appartenendo al periodo in cui Prince lavorava a Emancipation mi sa che poco potranno aggiungere. D’Angelo è l’unico vero erede; ovvio che i suoi tempi dilatati son ben poco princiani. Dobbiamo solo sperare in Questlove a questo punto.
Io però non penso tanto a noi ‘completisti’, gli irriducibili che hanno continuato a seguire Prince malgrado lui per primo abbia fatto di tutto per far disamorare il suo pubblico. Penso, invece, alla nuova generazione di ammiratori: gli ammiratori per forza di cose post mortem, perché è a loro che noi ‘vecchia guardia’ parleremo ora.
A questo nuovo pubblico non può ancora interessare lo scrigno che custodisce il Prince inedito: The Vault! A questo pubblico bisogna permettere di comprendere il percorso artistico di un musicista che ha consegnato in 38 anni di carriera più di 3 dozzine di album. Bisognerebbe ripubblicare i dischi fuori catalogo dei molti protetti.
Certo! sperare in una sorta di The Prince Anthology come fu per The Beatles è il minimo che ci si possa attendere da due ‘iniziati’ come noi. Ma non voglio che a Prince tocchi ora la sorte del povero Jeff Buckley.

#princegonetoosoon

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