Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo (di Martino Baldi)

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Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo, Adelphi, 2000 e successive edizioni, traduzione di Marco Bevilacqua, € 12,00

 

Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà. Vi è in esso un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. Mi spiego: non esiste un modello di giocatore ideale. Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime.

Il nome di Vladimir Dimitrijević ai più dirà poco o niente, eppure a lui dobbiamo la diffusione di uno dei più grandi capolavori della letteratura universale sicuramente del ventesimo secolo e forse di tutti i tempi: Vita e destino, il grandissimo romanzo storico di Vasilij Grossman, compiuto nel 1960 ma censurato perché ritenuto “antisovietico” e sequestrato dal KGB (che distrusse perfino i nastri della macchina da scrivere dello scrittore e censurò perfino il necrologio dello scrittore togliendo ogni riferimento al romanzo). La avventurosa storia di come il libro sia sopravvissuto merita di essere letta a parte (qui alcune informazioni), ma a noi basta sapere che la prima edizione mondiale di Vita e destino vide la luce nel 1980, sedici anni dopo la morte dell’autore, grazie a una piccola casa editrice indipendente svizzera, L’Âge d’Homme, fondata (nel 1966) e diretta proprio da Dimitrijević, esule serbo rifugiato in Svizzera, dove prima di darsi all’editoria si manteneva lavorando al nero in una fabbrica di orologi ed era riuscito a conquistare il permesso di soggiorno grazie all’ingaggio in una squadra di calcio.

Proprio il calcio, insieme al doloroso amore per le proprie origini e alla letteratura, è stata una delle pietre miliari di Dimitrijević, che è scomparso in un incidente stradale nel 2011. Tutte e tre queste passioni si ritrovano e si intrecciano nel mirabile volumetto La vita è un pallone rotondo, che da oltre quindici anni non cessa di conquistare lettori di quella piccola nicchia internazionale di calciofili romantici sempre in attesa di qualcuno che sappia dare corpo e parola alla loro passione. Ma il libro di Dimitrijević non è certo un libro da consigliare esclusivamente a chi ama il calcio, e non certamente a chi ama il calcio dei giorni nostri senza vederne in filigrana, con una certa malinconia, la sua storia e il suo significato così nella vecchia Europa del ventesimo secolo come nella propria infanzia. Il calcio è l’ordito su cui si incrociano vicende biografiche dell’autore, dall’infanzia fino agli anni dell’esilio, riflessioni sulla natura umana e sulla Storia, le drammatiche vicende del totalitarismo novecentesco (viste sempre in una soggettiva stretta, senza grandangolo, che le rende ancora più crude) e altro ancora, soprattutto la grande passione di Dimitrijević per la letteratura.

Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola o un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono in letteratura così come nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso del materialismo economico che ci circonda!

 A fare grande questo piccolo libro sono soprattutto la mente e la penna acuminata dell’autore, capaci di estrarre illuminanti riflessioni, tratteggiare con sintetica grazia profili tanto di individui dimenticati e marginali come dei più grandi campioni di tutti i tempi e, soprattutto, far detonare in metafore potentemente poetiche il legame tra l’uomo e ogni cosa che gli riservi il destino, in questo caso soprattutto il legame tra il calcio e la vita. Si pensi per esempio alla bellissima immagine delle radiocronache del campionato jugoslavo ascoltate in esilio in una pagina che racconta dal basso, a partire da qualcosa che può apparire come un’inezia, il clima di una intera epoca storica.

Da quando avevo lasciato la Jugoslavia, l’idea che nel mio paese si continuasse a giocare a calcio destava in me lo stesso dolore di quando consideravo che la vita laggiù proseguiva senza di me. Tentavo di leggere gli scarni resoconti sui giornali, quand’era possibile ascoltavo le trasmissioni di Radio Belgrado, e tutto sembrava lontano, atrofizzato dalla solitudine. […] L’orecchio, che è l’organo dell’immaginazione per eccellenza, vede e intuisce cose che gli occhi non possono percepire. Quelle partite, anche ridotte all’osso, si sono impresse nella mia memoria. In seguito ho visto dei filmati con le fasi salienti di quelle partite e ho potuto constatare quanto fosse difficile far coincidere la mia immaginazione con quelle immagini. L’esilio conferisce alle notizie che si ricevono un odore particolare. Da esiliati, ci si trova dall’altra parte dello specchio, praticamente nell’oltretomba. L’esilio è la condizione in cui ciò che si crede sia la vita non è affatto la vita. La radio è una componente dell’esilio, perché le notizie che trasmette sono remote, comportano uno sforzo di immaginazione e su tingono di una tristezza infinita.

 Pagina dopo pagina ci troviamo in mano, quasi senza accorgercene se non progressivamente, un piccolo trattato di morale della vita quotidiana e sociale, fatta di modestia, amore per gli umili, rispetto per il talento, ammirazione per il genio, attenzione per tutti e il libro, composto da tante prose perlopiù brevissime, si può leggere come una biografia esplosa ma anche rileggere come un breviario, restando a riflettere a lungo sulla capacità dello scrittore serbo di condensare così tanta verità in così poche parole. Un libro dunque sicuramente da consigliare a chi non si spiega perché un gioco “barbaro” fatto con i piedi, perlopiù inelegante e certamente infantile appassioni ancora oggi inspiegabilmente così tanti adulti dotati di senno e cultura.

L’uomo di oggi non può più vivere in una società eroica; siccome ha scelto la pseudodemocrazia che lo fa vegetare in una sorta di indifferenza, va alla partita. La povera gente ottiene qualche vittoria, certo illusoria, perché un domani subirà licenziamenti e rifiuti. Forse finirà col divorziare, intenterà un processo, toccherà con mano i danni della droga in famiglia… Io sono d’accordo con l’idea di costruire stadi, campi da basket o palestre nei quartieri difficili. Ma non sono né le tenute eleganti, né i parquet, né i prati ben curati a rendere sano il corpo. È il desiderio interiore di prodigarsi, di conoscere la gioia.

La vita è un pallone rotondo è un libro che chi ama il calcio dovrebbe leggere ma soprattutto un libro che dovrebbe assolutamente leggere chi odia il calcio. E chi non lo ha mai capito. Che è un po’ come non capire una parte importante di ciò che significa essere umani.

© Martino Baldi

Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia