1990, Serena Cruz o la vera giustizia – Natalia Ginzburg intervistata da Marco Rossi

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Il 1990 fu l’anno in cui Natalia Ginzburg, in Serena Cruz o la vera giustizia, si confrontò con lucida passione e comprensibile veemenza con un caso giudiziario che è rimasto nella nostra memoria, un caso sul quale intellettuali, giuristi, l’opinione pubblica tutta presero animata posizione. Alla fine del libro Natalia Ginzburg riporta la data di composizione: dicembre 1989. Nel 1989 Serena Cruz, che all’epoca aveva tre anni, era stata tolta alla famiglia Giubergia. La motivazione addotta dalle autorità giudiziarie: Francesco Giubergia, il padre adottivo, aveva violato la legge, dichiarando di esserne il padre naturale. Il 20 febbraio 1990. per Italia Radio, Marco Rossi intervistò Natalia Ginzburg, che nelle circa sessanta pagine del suo pamphlet aveva cercato una risposta all’interrogativo che si agitava nelle coscienze di moltissimi italiani: perché Serena Cruz era stata tolta ai genitori adottivi, che avevano sì ingannato la legge, ma lo avevano fatto per un atto di amore? Pubblico qui il testo dell’intervista, per il quale ringrazio Brunella Bassetti, moglie di Marco Rossi. All’intervista segue l’incipit del libro di Natalia Ginzburg. Fu l’ultimo libro pubblicato dalla scrittrice, morta a Roma nel 1991. (Anna Maria Curci)

 

Tra memoria e giustizia: il caso di Serena Cruz

Intervista di Marco Rossi a Natalia Ginzburg del 20 febbraio 1990, trasmessa da Italia Radio.

 

Generale e astratta. Così deve essere la norma giuridica, come scrivono i manuali su cui si imparano i primi rudimenti del diritto. Ma poteva bastare una definizione così per Serena Cruz? Natalia Ginzburg, che quattro anni fa dedicò il suo ultimo libro a questa vicenda, non aveva dubbi. La storia di questa bambina filippina, adottata amorevolmente ma non nel rispetto delle leggi da Francesco Giubergia, e poi affidata dal Tribunale dei Minori ad un’altra famiglia, in quei due aggettivi non ci poteva davvero stare.
Credo che la chiave di lettura più corretta del suo volume sia il contrasto tra la necessità della certezza del diritto, essenziale per una società civile, e la necessità della giustizia del caso concreto, che è poi l’unica giustizia vera.
Lei condivide questa interpretazione, signora Ginzburg?

Io penso che l’unica vera giustizia consista nell’esaminare ogni caso in sé, vedere che cosa può essere il bene per una determinata persona, per un determinato bambino. Riguardo al diritto noi sappiamo che i giudici potevano agire in un altro modo perché nella legge c’è scritto: ‘Il giudice può togliere l’affidamento ad una persona per una omissione di segnalazione’. Non c’è scritto: ‘Deve’, è scritto ‘Può’, quindi i giudici potevano agire in un altro modo. Mi pare che anche dal punto di vista del diritto non sia difendibile questo operato, che si potesse agire diversamente.
.    A me sembra di una tale ingiustizia quanto è successo che non trovo giusto sia dimenticato. Io voglio ricordarlo, ho voluto ricordarlo in un libro. Non desidero certo far clamore ma voglio che questa vicenda non sia scordata, perché secondo me la giustizia è stata tradita.

Uno dei bersagli polemici del suo libro è il rifiuto di schierarsi, c’è anche la citazione di un versetto dell’Apocalisse a questo proposito. Ma in un contrasto come quello che abbiamo appena descritto, obiettivamente è difficile schierarsi. Non si rischia di giungere alla conclusione, forse un po’ paradossale, che siamo tutti in qualche misura colpevoli per il fatto che questi due principi si siano trovati in contrasto come nel caso di Serena Cruz?

Io credo che fosse un caso non facile, però di fronte ad una situazione difficile mi sembra che si dovrebbe cercare di agire con il buon senso, non togliere una bambina a quelli che ormai erano i suoi genitori perché le si fa del male. Che posso aggiungere a questo? Io la penso così.

Nella sua sensibilità verso questi temi c’è anche un qualche rapporto con il suo impegno parlamentare?

Questo credo di sì. Quando sono entrata nel Parlamento non lo sapevo, però mi accorgo che ho delle reazioni di maggiore indignazione rispetto a prima. Mi accade di guardare le cose, per esempio le leggi, più da vicino, di pensare che magari possano essere non perfette, che possano non essere interpretate giustamente. Questo sì, lo sento di più adesso che sono un parlamentare.

Un’altra questione, signora Ginzburg, un altro interrogativo suscitato da questa vicenda. Lei ha già raccontato di avere scritto questo volume perché non si perdesse la memoria di una ingiustizia. Ma perché in questo paese la memoria storica è un bene così raro, così difficile da rintracciare?

Questo è vero, ma il perché non lo so. Secondo me, è esatto dire che non conserviamo le cose del passato come andrebbe fatto. Io ho scritto questo libro partendo dalla vicenda di Serena Cruz, però mi è accaduto, poi, di leggere sui giornali altre vicende estremamente dolorose, che mi hanno colpito, e le ho messe in qualche modo in ordine in un libro. Questo è quello che ho voluto fare.

In questo recupero della memoria, il ruolo dell’intellettuale qual è? Quello di scrivere libri, quello di operare secondo la sua vocazione, naturalmente, ma c’è qualcos’altro che si può fare e che è compito specifico dell’intellettuale?

Il compito dell’intellettuale è quello di difendere i beni che ci sono stati nella nostra storia. Secondo me, è un qualcosa cui non ci possiamo sottrarre, questo sì lo penso, che dobbiamo difendere tutto affinché non vada perduto quello che abbiamo avuto, quelli che sono stati dei beni preziosi, cercare di fare in modo che non vengano travolti.

 

 

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Oh, fossi tu caldo o freddo! Così, poiché tu sei tiepido, né freddo né caldo, sono sul punto di vomitarti dalla mia bocca. Dall’Apocalisse, 3, 15-16.

I.

Di Serena Cruz, e dei suoi primi genitori adottivi, si è parlato tanto, nella scorsa primavera. E adesso, in questi giorni della fine di dicembre, il caso di Serena Cruz si è riaperto. I giornali dicono che forse il suo primo padre adottivo non aveva mentito, come affermavano i giudici minorili, né aveva frodato la legge, perché sembra esservi una prova che è lui il vero padre. Dicono i giornali che, se è così, la bambina che gli è stata tolta dovrà essergli restituita. Nei mesi scorsi, quando ho cominciato a scrivere questo breve libro, non conoscevo i primi genitori adottivi di Serena Cruz, e li ho conosciuti solo poche settimane fa. Nel nostro incontro, durato qualche ora, abbiamo parlato unicamente della bambina, e delle loro traversie e sofferenze di questo ultimo anno. Sui fatti che precedettero la nascita di Serena, non ho chiesto nulla, perché temevo di sembrare indiscreta. Ma chiunque sia il vero padre di Serena Cruz, e comunque vadano le cose nel corso del tempo, per Serena e per i suoi, molto di quanto ha pensato diversa gente su questa vicenda, e molto di quanto io stessa ho pensato, resta intatto.
La storia di Serena Cruz, così come io l’ho appresa da giornali e da notizie sparse, è quella che seguirà. I suoi genitori adottivi, definiti illegali, danno invece una versione del tutto diversa, di cui dirò dopo. Ma io do la versione che ho appreso dai giornali, e che mi ha suscitato alcuni pensieri. Per seguire il filo di questi pensieri, e per dire ciò che via via sentivo, mi attengo a quanto ho letto nella scorsa primavera, e più esattamente nel mese di marzo, allorché del caso di Serena Cruz si è cominciato a parlare e a discutere.
La versione che hanno dato i giornali è la seguente.
Serena Cruz è nata a Manila, nelle Filippine, il 20 maggio dell’86. Fu raccolta su un bidone di rifiuti. Respirava appena. Non è chiaro come sia stata ricostruita la data della sua nascita. Evidentemente quelli che la raccolsero, stabilirono che era nata da poche ore. O forse rintracciarono la madre, che l’aveva abbandonata e non la voleva. Essa fu affidata alla carità pubblica, e ricoverata in un istituto.
Un anno e mezzo dopo, sulla fine dell’87, venne a Manila un ferroviere di Racconigi, Francesco Giubergia. Lui e la moglie avevano perduto un figlio, anni prima, e non potevano averne altri. In seguito avevano adottato un bambino, a Manila. Desideravano ora adottarne un secondo, perché quel bambino che già era con loro, nella loro casa di Racconigi, fosse più felice con un fratello della sua stessa terra. Quel primo bambino, di nome Nazario, l’avevano adottato che aveva sette mesi. Pesava, a sette mesi, poco più di tre chili. Era malato d’una malattia polmonare -un fungo nei polmoni, avevano spiegato loro i medici -e di una decalcificazione ossea. Per questo era stato rifiutato da altre coppie. Loro l’avevano accettato. Fatte le pratiche necessarie per l’adozione, se l’erano portato in Italia, a Racconigi, e qui si era ristabilito completamente. Adesso aveva tre anni e mezzo e cresceva bene.
A Manila, quando vi tornò nell’87, questa volta solo, Francesco Giubergia seppe da qualcuno che c’era in un istituto una bambina in condizioni pietose. La vide, nell’istituto, dov’erano ammassati a centinaia i bambini. Nel vederla, giurò a se stesso di portarla via di là al più presto.
Francesco Giubergia era un uomo di condizione umile. Se fosse stato un ricco, si sarebbero stabiliti nelle Filippine, lui e la moglie, per diciotto mesi, come la legge delle Filippine adesso richiede a stranieri che desiderino adottare un bambino. Una norma di legge che ha voluto Cory Aquino. Prima non esisteva, quando avevano adottato l’altro bambino. Ma adesso sì. Come faceva a fermarsi nelle Filippine per diciotto mesi con la moglie, un ferroviere di Racconigi? Non aveva soldi abbastanza. La moglie era infermiera nelle Usl. Tutt’e due avrebbero perso il lavoro.
Gli avevano anche detto che quella bambina, se restava ancora molto a lungo in quell’istituto, sarebbe morta.
Il 7 gennaio dell’88, Francesco Giubergia andò all’ambasciata italiana di Manila e denunciò la bambina come figlia sua, nata da una sua relazione con una ragazza di Manila, Marlene Vito Cruz, allieva di ostetricia, diciottenne. Iscrisse la bambina nel suo passaporto.
Consegnò all’ambasciata italiana quattro documenti. Il certificato di nascita della bambina, che la diceva nata a Caloocan, un quartiere alla periferia di Manila, in una casa al numero 17 di Langit Street, nella zona di Maypajo, da Francesco Giubergia, italiano, trentacinquenne, impiegato statale, e da Marlene Vito Cruz, nubile, diciottenne. Il riconoscimento di paternità. Una dichiarazione della madre, dove affermava di rinunciare alla bambina, dichiarazione autenticata da un notaio, di nome Sulpicio Benigno. Un’attestazione della magistratura locale, riguardo alla qualifica di public notary del signor Sulpicio Benigno.
Così hanno riferito i giornali.
I Giubergia, come ho detto, danno una versione diversa. Francesco Giubergia, quando si era trovato a Manila la prima volta, aveva conosciuto una ragazza, e aveva avuto una relazione con lei. La seconda volta, non era venuto là per adottare un qualsiasi bambino, ma per prendere con sé la propria figlia, come gli era stato chiesto dalla giovane madre. E oggi in grado di addurre ancora altri documenti, che confermano che la bambina è sua figlia. Non si era sottoposto alla prova del sangue, come esigevano i giudici, e aveva sbagliato. Si dichiara pronto a sottoporvisi ora. Il suo comportamento con i giudici è stato quello di un inetto e di uno sprovveduto, ma non c’è stato, egli dice, nessun inganno da parte sua.
Il 13 di gennaio, Francesco Giubergia tornò a Racconigi con la bambina. Serena Cruz aveva allora venti mesi. A Racconigi, nella loro casa, c’era l’altro bambino, Nazario. Il fatto che fosse anche lui filippino rese tutto più facile. Serena vide accanto a sé una faccia che un poco le rassomigliava, e che rassomigliava alle varie facce che aveva sempre visto. Così le fu più facile capire e accettare il resto.
Serena Cruz Giubergia, fu all’anagrafe il nome della bambina.
Era una bambina grossa, con una grossa pancia. La madre adottiva, sapendola sofferente, l’aveva immaginata minuta e gracile. Aveva invece l’aria abbastanza robusta. Era però gonfia, come poi capirono, e come dissero i medici. Aveva occhi larghi, guance tonde, una fitta frangia nera. La madre adottiva vide che aveva nei lobi delle orecchie i buchi per gli orecchini, fatto strano in una bambina di cui certo nessuno si era mai preso cura.
A Racconigi i medici trovarono che aveva i timpani perforati, un’infezione vaginale, e le cavità delle orecchie piene di insetti.
Durante il viaggio la bambina si era affezionata al padre, e respingeva invece, sul principio, la madre. Ma questo durò pochi giorni. Presto la madre ai suoi occhi divenne il centro dell’universo.
Rapidamente imparò l’italiano. Sul principio, la sentivano sempre ripetere una parola nella sua lingua, tamanà. Ma una volta che il padre le disse tamanà, si offese, e si nascose sotto il tavolo. Evidentemente tamanà era una parola che significava un’ingiunzione.
Quei venti mesi trascorsi nell’istituto l’avevano resa una bambina inquieta. Aveva incubi notturni, fobie, abitudini strane. Sul principio, cercava il cibo nei secchi dell’immondizia. Non voleva dormire in un letto ma sempre in terra. Voleva lavarsi le mani tutti i momenti, come temendo di non essere mai abbastanza pulita. A ogni squillo di campanello trasaliva dalla paura. I genitori adottivi si studiarono di darle nuove abitudini e rassicurarla. Erano, a quanto poi tutti dissero, due ottimi genitori, pronti ad ogni sacrificio perché niente mancasse ai bambini. Dato che lavoravano entrambi, presero una baby sitter. Passò così un anno e mezzo. Serena Cruz amava i genitori e ne era immensamente amata. Amava il fratello. Era adesso una bambina robusta e sana, pur avendo ancora a volte incubi, fobie e turbamenti. A Racconigi la conoscevano tutti. Quella famiglia appariva a tutti una famiglia contenta.

da: Natalia Ginzburg, Serena Cruz o la vera giustizia, Torino, Einaudi 1990