Simonetta Bumbi, iostoconletartarughe

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Ruzzola l’anima e si sbuccia, già,
e si rialza e ti dà la mano
e poi non cerca giustificazioni
a vita, sul libretto delle assenze.

Anna Maria Curci

 

Simonetta Bumbi, iostoconletartarughe, Emigli editore 2015

Dove va a finire la paura, quando, troppo grande com’è, ci sfugge, rimossa, scansata, appallottolata, come se ogni volta dimenticassimo la realtà della valanga? In quale pozzo nero, in quale falda contaminata, in quale rivolo corrosivo?
Non stupisca questa domanda, giacché, a guardar bene il presente, si avverte la pressione inquietante della ‘grande rimossa’, la paura, appunto.
Ebbene, se c’è un’esistenza narrata che non ha scansato la paura, che vive fianco a fianco con questa, non la rimuove, ma dialoga con essa, si scontra e la rimbrotta, questa è l’esistenza di “simy”, Simonetta Bumbi, in iostoconletartarughe.
È il diario di un anno di vita, di dolore, di incontri, di riflessioni e di delusioni, ma non è soltanto un diario; è terapia, nella doppia valenza del percorso di guarigione prescritto e della letteratura come terapia, è acquistare distanza nell’osservare e nel narrarsi, eppure sa andare oltre.
È rabbia e confronto con il proprio sé, dal sé mai rinnegato anche quando mal sopportato, da altri malmenato, sfrattato, ripudiato, senza involucri protettivi, a volte, crudamente, senza pelle, al massimo “con un velo di rimmel”.
È cammino, a diverse velocità, con la lentezza sapiente di Tarta e Ruga e il loro ruolo di quieto contraltare, di pausa nel tumulto, tempo di riflessione nello scorrere dell’esistenza, delle esistenze, con i salti, gli inciampi, i battiti accelerati delle imboscate quotidiane.
Dare una definizione al genere rappresentato da iostoconletartarughe significherebbe limitarlo, sottraendogli aspetti che lo rendono unico, non ultimo il duettare con una poesia, che mostra, dando scandalo all’ottusità acquietata e sollevando la scorza, “il sapore del legno fresco”, grattugiando la crosta di capitomboli, le sbucciature alle ginocchia dell’esistere. D’altro canto, non è interessante per questo libro dirimere la questione del genere – raramente è una questione interessante, tanto meno se essa viene afferrata come uncino da maniaci catalogatori per bacchettare e sminuire; lo è invece, se chi scrive pone una sfida al genere di volta in volta scosso, scrollato, rinnovato – quanto piuttosto accettare l’invito che ogni pagina rivolge a chi vi si accosta: “tolle, lege” (“prendi e leggi”:  il mio riferimento all’episodio narrato da Sant’Agostino nelle Confessioni è intenzionale) e, proseguendo in ampiezza e profondità, ‘com-prendi’, ‘ascolta’ e ‘accogli’.

© Anna Maria Curci

 

piccolo, e non solo
giovedì 19 aprile 2007

umberto tirò giù il finestrino della sua vecchia auto; doveva essere vecchia per forza perché ci mise mezz’ora per farlo: aveva ancora la manovella.

Non ricordo che vettura fosse, ma era piccola e anche sporca .

– Sì sì, andate su tranquille, nessuno vi chiuderà dentro che tanto stanno allestendo per uno spettacolo! –

Ci disse così Umberto; e noi lo salutammo con un sorriso e un grazie labiale; tanto non ci avrebbe sentito: era sordo.

il pomeriggio allentava la calura mattutina, ed era un vero piacere fare quel viale per arrivare in villa; era bello, tutto alberato; dal profumo credo fossero eucalipti.

non ricordo bene se fossero proprio eucalipti, però era un bel viale alberato che ti invitata a salire per quella strada tutta buche: era vecchia anche lei, ma non era sporca.

nulla era fuori posto; nemmeno una fogliolina secca per terra malgrado il caldo d’agosto; e i fiori, i fiori recitavano i tempi andati intorno ai vialetti bianchi in lontananza; mille colori nelle ciotole di terracotta  adornavano la scalinata alla mia destra; alla mia sinistra il verde del prato ammantava le bianche gambe dei tavoli; c’era anche un pianoforte a coda: sì, stavano preparando tutto per uno spettacolo.

mi ricordo di aver pensato così: “che strano, qui il tempo sembra si sia fermato; eppure sono molte le persone che s’affaccendano ad organizzare!”

sono convinta di aver pensato questo perché ricollegai il tutto al rispetto; infatti, in quel luogo, le persone avevano un rispetto particolare per ciò che era stato, per chi ci aveva vissuto; quasi camminavano in punta di piedi per non defraudare quei terreni degli antichi passi. nessun rumore. che strana sensazione!

la mia amica, nel frattempo, mi raccontava la storia di quella villa, ma io ero troppo presa dal paesaggio che credo di aver ascoltato poco; però ricordo che mi disse che lì ci avevano scritto un libro famoso; non ricordo il nome di quel libro, però doveva essere famoso perché ricordo che le risposi che avevo visto il film e ne ero rimasta affascinata.

– vieni vieni, ti porto a vedere una cosa –

un altro piccolo sentiero e ci ritrovammo davanti ad un cimitero per  cani, con tanto di cancelletto chiuso e croci ben sistemate sulle lapidi; credo anche qualche fiore.

ricordo che la cosa mi fece pensare ai cristiani: nemmeno loro vengono trattati così; lì tutto era in ordine, anche dopo tanti secoli. non so se la mia amica mi parlasse di secoli, però il tempo trascorso era proprio tanto perché ricordo che mi diceva di alcune piante secolari, indicandomele, proprio dietro a quel cimitero.

io mi affascino per tutto: ascolto e guardo, ma poi ricordo solo ciò che mi interessa e così tutto mi rimane a spezzoni dentro, e poi, quando qualcuno mi fa delle domande, mi trovo impacciata perché non è che non trovo le parole, ma è che a ciò che ho immagazzinato gli mancano dei pezzi; e così faccio la figura della sciocca.

dovete proprio andarci, perché è un posto stupendo; adesso di preciso come si chiama quel posto non me lo ricordo, però ricordo che è in Sicilia, ma se lo chiedete alla mia amica, lei sicuramente saprà darvi le indicazioni esatte.

come?
volete sapere come si chiama la mia amica?

ora non me lo ricordo, però mi sembra di ricordare che il guardiano di quella villa si chiamasse umberto.

Chiedo umilmente scusa:

Alla mia Amica Sera

Al poeta Lucio Piccolo, proprietario della Villa
E a suo cugino Tomasi di Lampedusa che, lì ispirato, scrisse il Gattopardo.

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Simonetta Bumbi scrive di sé: «simonetta nasce e vive a roma dal 28 settembre del 1958. prende il cognome bumbi dopo tre giorni. dopo ventidue anni ne prende un altro. e dopo quarantasette non si chiama più. scrive da sempre. in seguito, su prescrizione della sua psichiatra. non ama le maiuscole, fanno la differenza fra tutto, specialmente tra le persone, ma le usa quando scrive di Lui».

 

3 comments

  1. rileggo leggo e rileggo e. e mentre chiedo umilmente scusa al mondo, per non essere alla sua altezza, lo ringrazio per lo stesso motivo.
    solo tu potevi, anna. solo tu. tu, con la tua voce di cuore e la scelta del testo dove il nulla, nella sua completezza, abbraccia l’essenziale della bellezza. e tu lo sei. e mi.
    e ringrazio il luogo e tutti.
    simy

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