Janis Joyce – Seconda stella a destra

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Janis Joyce – Seconda stella a destra ed. Ad est dell’equatore, 2015. € 12,00

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Caro lettore, ti ci porto dentro come fosse un viaggio. Hai mai viaggiato, lettore? Viaggiato, nel senso di andare lontano e poi vediamo, subito che mi scappano le rime lettore, ma tu non farci caso. Viaggiare nei luoghi lontani, non quelle robe zaino in spalla, o non quelle soltanto, viaggiare con l’idea di non tornare, cercando qualcosa, trovando tanto o niente. Tornare indietro, forse. Sei mai tornato, lettore? Com’è? Poi c’è il viaggiare nel tempo, non parlo di macchine, o cose tipo Ritorno al futuro, parlo semplicemente di leggere. Te li ricordi gli anni ottanta, lettore? Questa è la prima cosa di cui voglio parlarti mentre vado a dirti di questo libro. Ecco, da adesso fin quasi alla fine mi rimetto alla tua attenzione.

Seconda stella a destra non è un romanzo sugli anni ottanta, ma in quegli anni si svolge, e si porta dietro qualcosa del decennio precedente; e non è un romanzo su un viaggio, anche se al suo interno un viaggio ha luogo. Se dovessi trovare una definizione direi che è un romanzo sulla curiosità. La curiosità verso le persone, verso i cambiamenti, verso altri posti, certo. La curiosità verso sé stessi, perché il cammino che segue la seconda stella a destra, non è altro che una domanda, la solita, la stessa, meravigliosa domanda: Chi sono/ Chi sarò/ Cosa faccio?/Cosa cerco?

Janis Joyce è una scrittrice veneta e da quelle terre fa cominciare questa storia. La protagonista si chiama Nico Drago e studia a Venezia. La Venezia dei primi anni ottanta, quella con le nebbie ancora vere, delle case  e del sesso condiviso, cose profumate ancora da anni settanta. Anni in cui si respirava ancora la libertà sessuale, quella vera. Quella dove il sesso lo si faceva con chi ti andava perché ti andava, non a scopo dimostrativo, come forse è accaduto dopo. Le feste dalle quali non si tornava, lavori saltuari, genitori in provincia da andare a trovare ogni tanto. La musica terribile e bellissima di quegli anni. L’amore, naturalmente, quello che sconvolgeva prima e dopo, quello che lascia secchi sempre.

Telefonavo un po’ in giro e trovavo una festa da qualche parte. Non perché ci tenessi. Solo perché bisognava. Non erano tempi da starsene per i fatti propri. Se non si era in e non si faceva attenzione al look, ci si ritrovava out. Cazzo! Non avevo ancora capito cosa fosse successo ne Sessantotto che già era cambiato tutto quanto.

Ancora sapore degli anni settanta, ma confusione, e già quello che verrà dopo, l’edonismo, la fissa per il look, la superficialità estrema, le tv private dietro l’angolo, e tutto il resto cui è inutile accennare. Nico prende e parte, va dall’altra parte del mondo, in Australia. Ci prova. Erano anni in cui si partiva davvero, no borse di studio o dottorati, che certo c’erano, ma si andava via così, a provare, un anno o due, o per sempre. L’ambiente australiano non è facile, ci sono le comunità d’italiani che offrono sostegno e allo stesso tempo rischiano di soffocare, li ritrovi ovunque. Nico cerca un lavoro, ne trova un altro, aspetta un visto che non arriva. Poi i concerti, il sole che ti abbrustolisce, gli abiti tremendi, lo spazio sconfinato, nuovi amici e l’amore rimasto a Venezia, che non la cerca, che è misterioso, un amore forse a senso unico. Le telefonate in selezione sembrano cose di un secolo fa, noi gente di Skype, eppure era ieri.

La Joyce (al secolo Laura Bettanin) scrive molto bene, ci racconta due storie contemporaneamente: il presente australiano e il recente (o meno recente) passato veneto. La tecnica è quella dei flashback, la scrittura ricorda quella degli americani, anche se la nostra Joyce non teme le frasi lunghe, perché sa scriverle.

Torno a te, lettore, perché ci sono cose che non ti dirò, ci sono mille avventure in questo libro che se vorrai troverai da solo, come le lettere, ricorderai, quelle cose che arrivavano per posta qualche tempo fa. Capisci cosa volevo dirti all’inizio? Basta la storia di una persona, della persona giusta a raccontarti un tempo e la società che cambiava dentro. Basta leggere, e chi meglio di te, lettore, può farlo.

Mi si era chiarito che per quanto avessi viaggiato, per quanti paesi avessi toccato, quello che cercavo non l’avrei trovato mai. Primo perché non sapevo in cosa consistesse. Secondo, perché ce l’avevo solo nella mia testa. E forse per tutti era così. Bisognava solo accettarlo. Capire che andare in capo al mondo non significava niente. Perché ovunque tu vada, la prima persona che incontri alla stazione dove scendi sei tu.

©Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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