Miquel Martí i Pol (da “Set Poemes D’Aniversari” e “La Fàbrica”)

marti i pol

Traduzione e selezione di Pierluigi Manchia

Miquel Martí i Pol nasce nel 1929 a Roda de Ter (Vic), dove passa tutta la vita. A quattordici anni entra a lavorare in una fabbrica di filati di cotone, ne uscirà solo ai quarantatré. Questa è l’esperienza che ispira La Fàbrica, opera che vive due diverse tappe di scrittura, 1958-59 e 1970-1971.
La Fàbrica (1972) ci racconta l’esperienza del lavoro tra le macchine: con un linguaggio apparentemente semplice, ci consegna l’immagine di un mondo che vive al ritmo delle filatrici, di una fabbrica che, come un ventre, digerisce continuamente il tempo di chi ci lavora. Quest’opera, che precede di alcuni anni la sua raccolta più famosa e più venduta Estimada Marta (1978), i cui versi sono un confronto con la malattia che lo accompagnerà per oltre trent’anni (la sclerosi multipla), costituisce la testimonianza di un’esperienza umana, vissuta fino in fondo, di un posto, la fabbrica, dove le relazioni umane si trasformano; di un lavoro che estrae dal corpo tutta l’energia, che esige tutta l’attenzione e la concentrazione dell’individuo, un lavoro che divora il tempo e pretende di essere l’unico tempo possibile.
Miquel Martí i Pol muore nel 2003, a settantaquattro anni, dopo trent’anni di lotta contro la sclerosi multipla. Se ne va come una delle voci più importanti della poesia catalana contemporanea. Lascia al mondo un’eredità di decine di libri di versi: un alfabeto di malattie, silenzi e tenerezza.

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da SET POEMES D’ANIVERSARI
in Miquel Martí i Pol, Estimada Marta, Edicions del Mall, Sant Boi de Llobregat, 1978.

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I

Mira’m els ulls que cap fosca no venç.
Vinc d’un estiu amb massa pluges,
però duc foc a l’arrel de les ungles
i no tinc cap sangraït pels racons
de la pell del record.
Per l’abril farà anys dels desgavell:
set anys, cosits amb una agulla d’or
a la sorra del temps,
platges enllà perquè la mar els renti
i el sol i el vent em facin diademes.
Mira’m els ulls i oblida el cos feixuc,
la cambra closa, els grans silencis;
de tot això só ric, i de més coses,
però no em tempta la fredor del vidre
i sobrevisc, aiguës amunt del somni,
tenaç com sempre.
Mira’m els ulls. Hi pots llegir el retorn.
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II

Set primaveres sense flors ni ocells.
Així també pot escriure’s la història.
No desertar el silenci deu ser l’única
manera d’assumir-lo i enriquir-lo.

I ara no hi ha desordre ni sorpreses,
els mots flueixen lentament i clara
i el bosc és dens i acollidor com sempre.

Alçant els punys pots percudir la lluna.

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da LA FÀBRICA (1970-1971)
in Miquel Martí i Pol, La Fàbrica, Edicions 62 (coll. La Butxaca), Barcelona, 2013 (I ed. 1995).

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LA CREACIÓ
I

El primer dia ens atordí la fressa
terrible de les màquines. Lluitàvem
per entendre el que ens deien i, al migdia,
quan vam sortir al carrer,
vam retrobar la quietud perduda.
Era a l’estiu i feia poc que havíem
complert els catorze anys. Llavors encara
érem novells, sense fel ni sospita.

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II

El segon dia vam aprendre el ritme
solemne de la feina. Se’ns liquava,
a poc a poc, tot l’enyor i ja ens servíem
de les mans per comprendre.
A fora queia
la pluja lentament, com en un somni.
Ens ho van dir en plagar i ens en vam riure.

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III

El tercer dia vam comprendre moltes
paraules mig sabudes. La profunda
raó de viure dels qui sempre creixen
vençuts i solitaris, i la nosa
massissa i obsessiva dels preceptes.
Era l’hivern i el gris opac dels vidres
traspuava tristesa.

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IV

El dia quart vam estimar una noia:
darrera un magatzem, amb la presència
llunyana i esmortida de les màquines
per música de fons.
Feia un vent càlid i ella era tan dolça
i acollidora com una ombra. Al vespre
semblava que tinguéssim les mans plenes
de sorra o bé d’ortigues.

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V

El cinquè dia ja era com si haguéssim
nascut entre les màquines. Teníem
les mans tan dures com qui més i alçàvem
la veu per renegar sense temença.
Feia sol al carrer i el petitíssim
bocí d ecel que es veia a les finestres
era absurd i llunyà com un miratge.

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VI

El sisè dia vam cobrar. Nosaltres
som gent plena de seny, que no confia
que el món pugui salvar-se amb un miracle.
Descreguts i solemnes fem les coses
amb un aire tan bròfec que no sembla
que lluitem tenaçment perquè tot sigui
més clar i entenedor. Hi ha gent que ens mira
com sol mirar-se els folls. Després s’ajupen
a besar els peus d’aquells que els apallissen.

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VII

El setè dia era diumenge i vàrem
reposar com Déu mana.
De tot això, pel juny, si no em descompto,
farà ja mil-nou-cents-i-vint-i-quatre
llarguíssims anys.
No res: una fotesa!

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da SET POEMES D’ANIVERSARI

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I

Guardami negli occhi che nessun buio vince.
Arrivo da un’estate di troppe piogge,
ma porto il fuoco alla radice delle unghie
e non sono lividi gli angoli
della pelle del ricordo.
Ad aprile saranno passati ormai anni dal caos:
sette anni, cuciti con un ago d’oro
alle sabbie del tempo,
spiagge laggiù, perché il mare li sciaqui
e il sole e il vento ne facciano diademi.
Guardami negli occhi e dimentica il corpo pesante,
la stanza chiusa, i grandi silenzi;
sono ricco di queste cose, e tante altre,
non mi tenta però la freddezza del vetro
e sopravvivo, acque scorrono sul sogno,
tenace come sempre.
Guardami negli occhi. Puoi leggerci il ritorno.

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II

Sette primavere senza fiori né uccelli.
Anche così si può scrivere la storia.
Non disertare il silenzio dev’essere l’unico
modo per accettarlo e arricchirlo.

E adesso non c’è disordine, né sorprese,
le parole scorrono lente e chiare
e il bosco è denso e accogliente come sempre.

Alzando i pugni puoi colpire la luna.

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da LA FABBRICA (1970-1971)

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LA CREAZIONE

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I

Il primo giorno ci stordì il frastuono
terribile delle macchine. Lottavamo
per capire cosa dicevano, e di pomeriggio,
quando uscimmo per strada,
ritrovammo la quiete perduta.
Era d’estate e da poco avevamo
compiuto quattordici anni. Allora
eravamo ancora giovani, senza fiele né sospetto.

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II

Il secondo giorno imparammo il ritmo
solenne del lavoro. Si scioglieva
piano piano, tutta la nostalgia e già ci servivamo
delle mani per capire.
Fuori cadeva
lenta la pioggia, come in un sogno.
Ce lo dissero, mentre smontavamo, e ridemmo.

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III

Il terzo giorno capimmo molte
parole sapute a metà. La profonda
ragione di vita di quelli che crescono sempre
sconfitti e solitari, e il fastidio
massiccio e ossessivo dei precetti.
Era d’inverno e il grigio opaco dei vetri
traspirava tristezza.

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IV

Il quarto giorno amammo una ragazza,
dietro un magazzino, con la presenza
lontana e ammortita delle macchine
come musica di fondo.
C’era un vento caldo e lei era così dolce
e accogliente come un’ombra. Di sera
sembrava avessimo le mani piene
di sabbia o di ortiche.

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V

Il quinto giorno era ormai come fossimo
nati in mezzo alle macchine. Avevamo
le mani dure quant’era possibile e alzavamo
la voce per rinnegare senza timore.
C’era il sole per strada e la minuscola
briciola di cielo che si vedeva dalle finestre
era assurda e lontana come un miraggio.

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VI

Il sesto giorno incassammo. Noi
siamo gente assennata, che non crede
che il mondo possa salvarsi con un miracolo.
Miscredenti e solenni, facciamo le cose
con fare brusco tanto che non sembra
che lottiamo tenaci affinché tutto sia
più chiaro e intellegibile. C’è gente che ci guarda
come si guardano i folli. Poi si prostrano
a baciare i piedi di chi li mena.

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VII

Il settimo giorno era domenica e riposammo
come Dio comanda.
Da tutto questo, a giugno, se non sbaglio,
saranno passati millenovecentroventiquattro
lunghissimi anni.
Niente di che: un’inezia.

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