Una nota su Sergio Corazzini e Dino Campana (di Emiliano Ventura)

Sergio Corazzini

Sergio Corazzini

La recente pubblicazione del volume Sergio Corazzini. Tutte le raccolte (Arbor Sapientiae – Fondazione Mario Luzi, 2014) offre l’occasione per riattraversare la breve stagione poetica di uno dei più interessanti poeti del primissimo Novecento. È una nuova edizione delle poesie edite in volume dal poeta romano Sergio Corazzini nell’arco della sua breve vita; si tratta dei libriccini: Dolcezze (1904), L’amaro calice (1905), Le aureole (1906), Piccolo libro inutile (1906), Elegia (1906), Libro per la sera della domenica (1906).
I curatori hanno prestato particolare attenzione anche ad altri elementi compositivi: insieme alle singole raccolte poetiche il testo presenta gli apparati critici, le immagini, un’accurata bibliografia critica, un profilo bio-bibliografico del poeta, un richiamo alla poetica crepuscolare e al periodo storico in cui si manifestò.
Crepuscolari fu l’aggettivo con cui Giuseppe Antonio Borgese definì questo esiguo numero di poeti che si espresse nel primo ventennio del XX secolo e che interpretò in modo particolare la sensibilità del Decadentismo; con loro, secondo Borgese, la poesia italiana si stava spegnendo in un “mite e lunghissimo crepuscolo”.
Il grande movimento della poesia italiana, l’Ermetismo, è ancora lontano. La scena è dominata da Carducci (il grande artiere), da D’Annunzio (il poeta vate) e da Pascoli (il poeta come un fanciullino). Il punto di rottura e di novità dei Canti Orfici di Dino Campana è ancora di là da venire (la prima edizione è del 1914). È in questo breve interstizio temporale, dopo i tre grandi poeti nazionali e prima l’arrivo dell’Ermetismo, che si situa la parabola e la poesia dei poeti crepuscolari.
La metafora del crepuscolo coglie l’essenza del tono poetico di questi giovani infatuati della poesia, il gusto per le sfumature della vita, l’amore per gli aspetti meno appariscenti e meno solari dell’esistenza umana.
Un locale nel cuore di Roma, il Caffè Sartoris, diviene il luogo dei primi incontri letterari di Sergio Corazzini; partecipano a questo cenacolo Alfredo Tusti, Alberto Tarchiani, Gino Calza-Bini, Fausto Maria Martini (di cui si dirà in seguito), Giulio Cesare Santini, Antonello Caprino, Enrico Brizzi, Corrado Govoni. Sono gli stessi giovani poeti che tenteranno anche di fondare la rivista “Cronache Latine”.
Il tempo a disposizione di Corazzini è poco: il giovane è infatti malato, e in pochi anni pubblica tutte le poesie composte, e ora raccolte nel nuovo volume. Il giovane poeta nel 1906, per l’aggravarsi della malattia, viene ricoverato nella casa dei Fatebenefratelli di Nettuno per un grave stato febbrile.
La sua poesia è focalizzata sulle “piccole cose”, dietro le quali non emergono valori segreti, ma si nasconde un vuoto. I versi esprimono un malinconico desiderio per quella vita che la malattia gli negava, dall’altro un nostalgico ritrarsi dall’esistenza presente, proprio perché avara di prospettive future. Come in Gozzano emerge una nostalgia senza desiderio, per usare una formula cara a Luzi, non solo il desiderio e la certezza che il passato sia un’età più felice, una sorta di paradiso perduto, ma la sua visione non conosce possibilità di riscatto, è appunto priva di desiderio.
Nelle poesie di Corazzini si possono cogliere due tendenze, semplicità e ironia: il povero poeta sentimentale che racconta la propria malinconia con un linguaggio semplice e dimesso e il poeta ironico che adotta un linguaggio meno trasparente, più polisemico, a volte anche simbolico.
Nel maggio del ’07 torna a Roma, ma il suo stato di salute si aggrava e il 17 giugno, nella sua casa di via dei Sediari, muore di etisia (tubercolosi).
Viene pubblicata postuma la poesia Morte di Tantalo (è il 28 giugno), considerata il testamento poetico dell’autore, ed è ovviamente presente nella nuova edizione,; eccone alcuni versi particolarmente significativi:

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.

La storiografia della critica su Corazzini non è molto ampia, eppure i pochi nomi sono però di tutto rispetto. Nel 1987 a Roma si è tenuto un importante convegno sulla poesia di Corazzini alla Sapienza di cui esiste un testo che ne raccoglie gli atti; tra gli autori Giorgio Barberi Squarotti, François Livi e Alexandra Zincone.
Idolina Landolfi ha curato l’edizioni delle poesie di Corazzini per la Rizzoli; François Livi ne traccia un importante profilo nel suo La parola crepuscolare, in cui dedica uno scritto finale proprio al gruppo di poeti romani che si riconoscevano intorno alla poesia e la persona del giovane Corazzini. Sergio Solmi scrive un importante saggio introduttivo a un’edizione delle sue poesie, Riccardo Ricciardi Editore, 1968.
È in questo lavoro di ricerca bibliografica che mi sono casualmente imbattuto in un romanzo dei primi del Novecento.

Testo poco noto, ma dall’indiscusso valore letterario, è il romanzo di Fausto Maria Martini Si sbarca a New York, del 1930 (ripubblicato nel 2008 da Salerno editrice), in cui si ripercorre proprio l’esperienza della poesia crepuscolare romana. Il romanzo è un omaggio al ricordo e al mito di Corazzini; la sua morte improvvisa sconvolge gli amici, e il dolore li spinge a partire per New York. Questa in breve è la semplice trama.
La prima parte del romanzo è tutto un ripercorrere le atmosfere e le serate romane in cui i poeti tra caffè e cenacoli, si ritrovano per celebrare l’amore e la passione per la poesia. Ci troviamo così in compagnia di questi poeti giovani, quando non giovanissimi, che usavano ritrovarsi nei caffè, come il già ricordato Sartoris, o l’Aragno, e nei quali progettano riviste e libri, i piccoli libri inutili.
Oltre a Corazzini e Martini, ci sono Govoni, ferrarese che viene a Roma per portare una nuova poesia, Alberto Tarchiani, Auro d’Alba, Giuseppe Zarlatti nel romanzo diviene Donatello.
La fine del romanzo sembra svegliare il lettore da un incanto passato: al cimitero del Verano si ritrovano i giovani protagonisti per omaggiare il giovane amico morto, per esumare i resti di Sergio; metaforicamente gli anni di quell’arte sono finiti per sempre.
Nel romanzo la poesia si identifica con l’adolescenza, e questa è minata dalla malattia (siamo in piena koinè crepuscolare), la poesia è un’amante gelosa che chiede dedizione assoluta e si nutre di idealizzazioni. Da qui si coglie la figura mitizzata di Corazzini che nel romanzo diviene simbolo di queste cose, la memoria ha lavorato a lungo sulla storia e sulla cronaca.
Dalla morte del poeta, nel 1907, alla pubblicazione del libro, 1930, passano molti anni, e in questi anni molti fatti, tra cui la guerra e una ferita alla testa per Martini; il romanzo quindi difetta di realtà storica ma lavora sui fatti per farne immagini simboliche. Che esso sia il ricordo di un momento irrimediabilmente perduto si capisce dalla frase con cui Martini chiude la Premessa:

In ogni esistenza umana, anche quella più squallida c’è un’ora di cui tutto il resto si colora e si profuma: quella che s’apre con la prima pagina di questo libro e si chiude con l’ultima, è la mia.

Tutto questo non ne diminuisce il fascino, al contrario lo aumenta.
Si pensi che la chiusura del libro che recita: “Poi, fu la vita”, indica la fine di una stagione umana e  poetica unica che non tornerà più, è la sua età dell’oro il suo eden. Non sfugga l’accezione negativa del tempo e delle esperienze che sarebbero venute dopo: Martini partecipa alla Grande guerra e viene ferito alla testa, ma poi sarà anche uomo di lettere di successo, nel teatro e nel giornalismo. Queste esperienze in età matura non hanno la forza e la struggente unicità degli anni di poesia con gli altri poeti e con Sergio Corazzini.
Il testo non rientra nel genere narrativo dei ricordi, non è la ‘storia di una generazione’, ma è il racconto di un ricordo che ha subito un lavorio in direzione opposta alla cronaca (da qui il romanzo) di un’esperienza vissuta, un Erlebnis.
Il tempo è passato, l’esperienza è conclusa, Corazzini è morto troppo presto, così come di alcuni dei protagonisti si sono perse le tracce. In Martini, che scrive più di venti anni dopo i fatti, la realtà si confonde e si reinterpreta alla luce di quanto il lavorio della vita lo abbia condotto a quel particolare punto. La poesia ha tracciato un segno indelebile nelle vite di questi giovani e Martini ne fa il momento sorgivo a cui dare senso privilegiato per l’intera vita.
Tornato da New York e ormai adulto, si ritrova con pochi altri amici al cimitero del Verano per l’esumazione dei resti di Sergio; il teschio del poeta e le altre ossa vengono raccolte in una piccola cassa e chiuse in un loculo nel colombaio.
Il romanzo si chiude così, un piccolo gruppo di adulti che salutano e ‘dicono addio’ alla loro gioventù poetica al loro poeta fanciullo.

La scena dell’esumazione dei resti del poeta a Roma ricorda una scena molto simile di un altro poeta, cambia però lo scenario, dobbiamo spostarci in Toscana.
Nel volume Dino Campana da Castel Pulci a Badia a Settimo (CentroLibro, Scandicci 2007), di Marco Moretti e Lorenzo Bertolani, è riportata la cronaca di uno dei più sentiti “appuntamenti letterari” del secolo scorso, culminato con la cerimonia del 3 marzo 1942, decennale della morte del poeta di Marrano. Campana era morto nel 1932 nel manicomio di Castel Pulci, dov’era internato dal 1918.
A dieci dalla morte le spoglie del poeta, sepolte il giorno seguente al decesso in un quadrato del cimitero per i defunti di cui non fossero richiesti i corpi, rischiavano di essere gettate in un ossario comune e disperse. La comunità poetica si attiva affinché i resti di Campana non vengano dispersi.
È Piero Bargellini che raccoglie l’invito lanciando dalle pagine della rivista il Frontespizio un appello per il recupero delle ossa e per poter dare loro degna sepoltura. Il ritrovamento della tomba si deve a Bargellini, Bo e Fallacara che scoprono lo scheletro di Campana:

Una mattina presto cavammo di sotterra le ossa del poeta. Quando, adagiato tra la terra e i resti imporriti della cassa, apparve lo scheletro, Luigi Fallacara esclamò: “È lui”. Aveva il teschio inclinato sulla spalla destra secondo il suo atteggiamento naturale, e rideva con tutti i suoi bellissimi denti intatti […]. Poiché gli ossi erano fradici, esponemmo la cassetta al sole, e si attese che l’umidità si esalasse, stando seduti sul prato del camposanto.

A Badia a Settimo giunsero, per dare definitiva sepoltura alle spoglie nella cappella di San Bernardo, i più grandi uomini di cultura dell’epoca: da Piero Bargellini a Mario Luzi, da Giuseppe De Robertis a Vasco Pratolini, da Giovanni Papini a Piero Bigongiari, da Eugenio Montale ad Alfonso Gatto (a questi ultimi venne assegnato il compito di calare la cassetta nel loculo), fino al Ministro Giuseppe Bottai, grazie al quale i restauri della costruzione furono completati. Una bella immagine fotografica ritrae questo gruppo di romanzieri e poeti in uno dei momenti della cerimonia; mentre il libro di Fausto Maria Martini, tra le tante altre pregevoli cose, è la fotografia mai scattata alla cerimonia di esumazione del giovane poeta Sergio Corazzini, e ‘poi fu la vita’.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita/ errando per sempre.

© Emiliano Ventura

Dino Campana

Dino Campana

One comment

I commenti sono chiusi.