Traducendo Baudelaire #3

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

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L’albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

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L’albatro (trad. di Enrico Spadaro)

Sovente, per diletto, gli uomini d’equipaggio
Prendono gli albatri, vasti uccelli dei mari
Che seguono, indolenti compagni di viaggio,
La nave librante sugli abissi amari.

Sul ponte, appena li hanno gettati,
Umili e inetti, questi re dell’azzurro
Le grandi ali bianche calano ormai rifiutati
Come remi reietti accanto al loro sussurro.

Com’è goffo e maldestro, il viaggiatore alato!
Comico e brutto, un tempo di beltà brillava!
Gli solleticano con la pipa il becco spennato,
E mimano, arrancando, l’infermo che volava!

Il Poeta assomiglia al principe del cielo
Che abita la tempesta e deride l’arciere;
Esule sulla terra, deriso con tanto zelo,
Le ali da gigante qui lo debbon trattenere.

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Uno dei testi più celebri dei Fiori del male. Baudelaire rende memorabile l’immagine del poeta nella seconda metà dell’Ottocento, non più riconosciuto come guida per la gente, ma divenuto corpo estraneo e sterile nella moderna società borghese. L’albatro è il simbolo perfetto di questa condizione drammaticamente ambigua: maestoso e dominatore nei cieli, precipitato sulla nave degli uomini comuni ne diventa lo zimbello. Il sogno muore così travolto dall’azione, le ali si fanno ingombro pesante. Per la prima volta dall’inizio di questa rubrica, il traduttore si cimenta nel difficile compito di ricreare le rime nel testo di arrivo. Per riuscirci, Enrico Spadaro aggiunge anche termini assenti nell’originale: è il caso del “sussurro” della seconda strofa, che tiene insieme sia il verso ormai spento dell’animale che il canto senza più forza del poeta (entrambi restano inascoltati). Lo “zelo” derisorio della fine aggiunge una cifra ironicamente professionale alla cattiveria dei marinai, rendendocela ancora più odiosa. (A. A.)


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