Quattro passi #4 – Amore

AMORE

Pietro Annigoni

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’amore”. Buona lettura.

 

Gli occhi più scuri che avesse mai visto, in un bagno di luce. Riccioli nero carbone che sfuggivano a due lunghe trecce. Pelle estiva, il colore della sabbia accarezzata dalla marea. Magra nel grembiule verde e blu della Holy Angels. Mentre l’occhio destro piangeva, il sinistro esultava. Le labbra si schiusero in silenzio. Voleva dire: «Ti conosco», ma la cosa non trovava conferma nella sua vita passata, così si limitò a fissarla, infiammato e non sorpreso.
Lei sorrise e disse: «Io sposerò un dentista».
Aveva un accento che non avrebbe mai perso. Consonanti addolcite, una «r» appena appena liquida, la tendenza ad avvolgere le parole non con le labbra ma già nella gola. Il suo contributo alla lingua inglese era musica allo stato puro.
«Io non sono un dentista» disse lui, imporporandosi fino alle orecchie.
Materia sorrise, e guardò i tasti del piano sparsi ai suoi piedi.
Aveva quasi tredici anni.
Se avesse picchiato sul mi bemolle, probabilmente le cose avrebbero preso un altro verso, ma aveva picchiato sul do diesis, e nessuno dei due aveva motivo di presagire sventure.

(Ann-Marie MacDonald, Chiedi perdono, Adelphi 2002, traduzione di Giovanna Granato, I ed. or. 1996)

 *

Lei lo contemplò, vagamente sorpresa di questa sua battuta. Chéri aspirava il profumo con un’espressione di vittima felice, e Léa stornò lo sguardo con l’improvviso timore che lui la chiamasse; ma la chiamata venne, e lei obbedì.
Andò a lui per baciarlo, con uno slancio di rancore e di egoismo e dei pensieri di punizione.
«Aspetta… è proprio vero che hai una bella bocca, stavolta me ne caverò la voglia perché mi fa gola e poi ti lascerò, vada come deve andare, me ne infischio, vengo…».
Lo baciò tanto che si sciolsero dall’abbraccio ebbri, storditi, senza fiato, tremanti come se avessero fatto a botte… Léa si rimise in piedi davanti a lui, che non si era mosso e se ne stava sprofondato nella poltrona, e sottovoce lo sfidò: «Eh?… Eh?…», aspettandosi un insulto. Ma Chéri le tese le braccia, aprì le belle mani incerte, gettò indietro una testa ferita e scoprì tra le ciglia la doppia scintilla di due lacrime, mormorando parole, lamenti, una cantilena animalesca e amorosa in cui lei distingueva il proprio nome, dei «cara…», dei «vieni…», dei «non ti lascio più…»: una cantilena che ascoltava, china e piena di ansia, come se senza volerlo gli avesse fatto molto male.

(Colette, Chéri, Adelphi 2005, traduzione di Giulia Arborio Mella, I ed. or. 1956)

*

«Tu soffri, non è vero? Tu hai freddo, la notte ti rende cieca, il carcere ti avviluppa, ma forse hai ancora qualche luce in fondo a te, non foss’altro che il tuo amore di bambina per quell’uomo vuoto che giocava con il tuo cuore! Io, invece, porto il carcere dentro di me, dentro di me c’è l’inverno, il ghiaccio, la disperazione, io ho la notte nell’anima. Sai quello che ho sofferto? Ho assistito al tuo processo. Ero seduto sul banco del tribunale ecclesiastico. Sì, sotto il cappuccio del prete c’erano le contorsioni del dannato. Quando ti hanno introdotta, ero là; quando ti hanno interrogata ero là. – Caverna di lupi! – Era il mio crimine, era la mia forca che vedevo rizzarsi lentamente sulla tua fronte. A ogni testimone, a ogni prova, a ogni arringa, io ero là; ho potuto contare ogni tuo passo sulla via dolorosa; ero ancora là quando quella bestia feroce… – Oh, non avevo previsto la tortura! – Ascolta. Io ti ho seguito nella camera del dolore. Ti ho visto spogliare e maneggiare seminuda dalle mani infami del torturatore. Ho visto il tuo piede, quel piede che, per un impero, avrei voluto baciare una sola volta e poi morire, quel piede che tante delizie mi darebbe se mi schiacciasse la testa, l’ho visto chiudere nell’orribile stivaletto che riduce le membra di un essere umano in sanguinante poltiglia. Oh! miserabile! mentre vedevo tutto questo avevo sotto il mio sudario un pugnale con il quale mi straziavo il petto. Al grido che tu lanciasti, me lo affondai nella carne; a un secondo grido, mi sarebbe entrato nel cuore! Guarda. credo che sanguini ancora.»
Si slacciò la tonaca. In effetti aveva il petto lacerato come da una zampa di tigre, e al fianco una piaga abbastanza larga e mal chiusa. La prigioniera indietreggiò inorridita.
«Oh», disse il prete «fanciulla, abbi pietà di me! Tu ti credi infelice, ahimè, ahimè! Non sai cos’è l’infelicità. Oh! amare una donna! essere prete! essere odiato! Amarla con tutto il furore dell’anima, sentire che si darebbe il sangue per il più piccolo dei suoi sorrisi, e le viscere, e la reputazione, la salvezza, l’immortalità e l’eternità, questa vita e l’altra; rimpiangere di non essere re, genio, imperatore, arcangelo, dio, perché avesse ai piedi un grande schiavo; stringerla di notte e di giorno nei propri sogni e nei propri pensieri; e vederla innamorata di un’uniforme da soldato! e non avere da offrire che una sporca sottana da prete di cui ella avrà paura e disgusto! Essere presente, con gelosia e con rabbia, mentre lei prodiga a un miserabile fanfarone tesori di amore e di bellezza! Vedere quel corpo che vi fa bruciare, quel seno che ha tanta dolcezza, quella carne palpitare e arrossire sotto i baci di un altro! O cielo! Amare il suo piede, il braccio, la spalla, pensare a quelle vene blu, a quella pelle bruna, fino a torcersi per intere notti sul pavimento della cella e vedere tutte le carezze sognate per lei finire nella tortura! Non essere riuscito che a coricarla su un letto di cuoio! Oh! sono queste le vere tenaglie roventi del fuoco dell’inferno! Oh! beato quello che viene segato tra due assi, che viene squartato da quattro cavalli! – Sai forse qual è il supplizio che, durante le lunghe notti, impongono le arterie che bollono, il cuore che scoppia, la testa che si spezza, i denti che mordono le mani, accaniti torturatori che vi rivoltano senza posa, come su una griglia ardente, su un pensiero d’amore, di gelosia, di disperazione! Fanciulla, grazia! Un momento di tregua, un po’ di cenere su questa brace! Asciuga, te ne scongiuro, il sudore che cola a grosse gocce dalla mia fronte! Bambina! Torturami con una mano, ma accarezzami con l’altra! Abbi pietà, fanciulla! abbi pietà di me!»

(Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, Mondadori 1995, traduzione di Gabriella Leto,I ed. or. 1831)

*

«Ecco che» pensava «è venuto».
Cominciava a capire il mondo, e la cosa ch’era nel mondo, e faceva il punto del dolore massimo e massimo bene. Era quando uno vi guarda il piede scalzo, come se fosse pane o fiori odorano e la musica in chiesa si fa struggente terribile. Era come quando una Fertì si fa vecchia e muta, e una Florì alta e muta. E un don Cirino, nipote del Re, vi dice con dolce voce francese:
«Che è? Chi siete?», oppure «che hai»: come se già lo sapesse.
Il suo desiderio, che la faceva strana e grande, e le toglieva ogni voce e ogni fame, era rincontrarlo, e starsene un momento solo appoggiata al suo petto grigio, di re malinconico e torbido: come il grande cielo viola, l’aria viola che da una settimana riposa fra il mare e Sant’Elmo.

(Anna Maria Ortese, Mistero doloroso, Adelphi 2010)

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