Paolo Triulzi – Polvere & Macigni

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Paolo Triulzi – Polvere & Macigni – Foschi editore – 2014 – € 16,00

Prologo

 

Dopo un po’ di colloqui di lavoro capisci come funziona la faccenda. Come in tante altre situazioni della vita si svolge una piccola commedia: un teatrino. I ruoli, di fatto, sono già assegnati e si tratta solo di calarsi adeguatamente nella parte. Per condurre a buon fine quest’operazione bisogna soprattutto tener conto della psicologia dei personaggi, cioè: tu e il datore di lavoro. Ognuna delle due parti conduce la recita, sempre secondo il copione, cercando di perseguire il proprio scopo.
Scopo del gioco tuo: farti prendere, ottenere il lavoro.
Scopo del gioco loro: portarti alla firma del contratto senza averti fatto capire esattamente cosa dovrai fare.
Sia detto che traccio questa mia teoria nella media, cioè tagliando le ali. Perciò escludo il caso in cui lo scopo loro sia quello di segarti ed escludo quello in cui tu sia in carriera e che ti capiti di poter decidere a piacimento e a suon di milioni per chi andare a lavorare. Qui si parla del mansionale medio, qualificato appena quanto basta e con esperienze generiche e non particolarmente significative, o del novellino fresco di studi, il che è quasi la stessa cosa.
Detto questo, torniamo al colloquio. Sarebbe troppo facile se in tutta schiettezza quelli ti dicessero: abbiamo questo lavoro che è una merda inimmaginabile, ma ti paghiamo per farlo, o mangi ‘sta minestra, o salti ‘sta finestra. Troppo facile, cicciobello. A quel punto tu potresti dire: grazie tante, del resto si deve pur campare, quindi mi ingoio la merda e grazie tante di nuovo.
Eh, no! È una cosa estremamente volgare e rude e denotativa di una qual certa miopia esistenziale l’affermazione che si lavora per il denaro. Si parli d’altro, dunque. Si parli delle possibilità che il lavoro offre, sia in termini di crescita personale che professionale. Si parli di motivazione, non quella vera ovviamente, e si sorrida. Soprattutto sorridi, ma non come un cretino. Fai un sorriso serio, lievemente accigliato come chi comprende bene le responsabilità di cui si fa carico, ma gioviale e sereno perché sai che riuscirai a gestirtele. Non devi assolutamente sembrargli uno spaventapasseri, che poi quelli pensano a quando ti incontreranno per i corridoi, o agli scambi di auguri natalizi col panettone aziendale, e già si toccano i coglioni.
Occhio alla penna, dunque, e avanti con la recita. Tu non dirai mai e poi mai che di quel lavoro specifico non ti frega un gran che, dell’azienda che te lo offre nemmeno, ma trovi lo stipendio tutto sommato sufficiente. Così tradiresti la premonizione di starti cacciando veramente in un lavoro del cazzo, presso un’azienda del cazzo.
Del resto di altri posti non te ne hanno offerti e tu inizi a tirare la cinghia, a tagliare sulle birrette e sul cinema, sei esattamente lì dove sei: con la bocca aperta sull’amo, pronto a inghiottire, quindi, anche per una sorta di orgoglio dell’extremis, non ci sputare sopra e ingoia!
Loro, da parte loro, si complimenteranno con te per il tuo curriculum, tanto per cominciare. Qui non ti sbrodolare addosso: lo dicono solo per rompere il ghiaccio e farti rilassare la muscolatura, per farti sembrare che stai giocando in casa così, magari, ti lasci andare a qualche dichiarazione un po’ sopra le righe che poi loro ti potranno rinfacciare quando farà più comodo.
In seconda battuta, ti magnificheranno l’Azienda e la sua importanza storica e nazionale. Faranno un excursus oscuro e riassuntivo dell’organigramma, poi ti prometteranno opportunità di lavoro fantastiche, occasioni di far carriera a ogni angolo di cesso, crescita professionale che dovresti a momenti essere tu a pagare loro.
Questo, più o meno, è il copione di quando ti hanno individuato e cercano di tirarti dentro piazzandoti amo, esca e compagnia bella sotto al naso.
E tu hai fame. E loro lo sanno. E tu sai che loro lo sanno. E tutta questa consapevolezza è pur vero che non cambierà niente di niente nel corso delle cose.
Una volta che hai firmato, del resto, la musica cambia. Ti presentano il tuo capo, proprio il tuo, quello destinato ad alitarti sul collo per il resto della tua vita, e scopri che è un’isterica. Ti mostrano in concreto il tuo lavoro e scopri che si tratta di mettere numeri dentro tabelle e nient’altro per otto ore filate. Eh, eh: la musica cambia, bello. Eccome se cambia!
Poi, diciamolo, è vero che alla fine ti pagano il pattuito ma quell’evento mensile, di per sé normale, diventa l’unica cosa lieta che ti capiti in trenta giorni e tu ricominci ogni primo del mese il conto alla rovescia fino al ventisette. Giorno in cui ti ricorderai per quale motivo hai continuato a ingollare negli ultimi trenta giorni.
Ma forse sto esagerando. Forse sto confondendo la trattazione teorica con il mio caso personale. Cercherò, perciò, di parlare di me, in modo che il lettore possa distinguere le indicazioni valide dalle escandescenze di uno che ha somatizzato oltremodo la sua entrata nel mondo del lavoro.
Intanto dirò che troppo tardi sono riuscito a darmi una linea da seguire durante i colloqui di lavoro. Questa linea, ora, è basata su di una constatazione: ciò che bisogna mostrare di possedere, in un colloquio di lavoro, sono due opposte caratteristiche: il carattere e l’affidabilità.
Dico opposte perché se, da una parte, l’affidabilità si concretizza nel dare la sicurezza di essere pronti a eseguire ogni tipo di ordine in qualunque momento, dall’altra parte bisogna dare l’idea che lo si farà “con carattere”. Cioè senza dover apparire servili, supini, mansionali, ma piuttosto conniventi, finalizzati a ciò che sarà il successo aziendale. Bisogna, in sostanza, vendere la bella immagine di se stessi, forti e intelligenti e spavaldi, sì, ma al servizio dell’azienda, ma non come sottoposti sottomessi, bensì come sodali, amanti, figli. Come a dire: farò tutto quel che mi chiederete certo, ma lo farò prima di tutto per me, ne trarrò personale godimento, perché Voi e io siamo destinati a fonderci in un’unica entità, un Nirvana.
Si dà così il via anche a diverse suggestioni metafisiche e sacre, legate all’esito dei colloqui di lavoro. Lo dice la parola stessa: “Assunzione”. Come l’Assunzione della Vergine viva in Cielo, o l’assunzione di stupefacenti per un tossicodipendente.
Devo dire che io, proprio in quel momento così delicato e centrale nella formazione del rapporto di fiducia fra datore di lavoro e lavoratore (o meglio: del datore di lavoro NEL lavoratore), io, dicevo, fragorosamente, toppai.
Infatti riuscii a far capire, con vari giri di parole, ai vertici supremi dell’ufficio Risorse Umane la mia scarsa simpatia per i prodotti che l’azienda produceva.
Mettiamo che l’azienda fosse produttrice di dentifricio, io avrei detto di non aver mai condiviso molto l’usanza di lavarsi i denti. Se l’azienda avesse prodotto preservativi, io avrei affermato di praticare il sesso non protetto. Se avesse prodotto hamburger io mi sarei professato vegetariano. Se avesse stampato libri io mi sarei dichiarato analfabeta. Se l’azienda, infine, fosse stata un grosso emittente televisivo nazionale io, in quel colloquio, sarei stato quello che affermava fieramente di non guardare la televisione e nemmeno possederne una.
Mi proclamai comunque ben felice di svolgere per loro qualsiasi lavoro che fosse stato intellettualmente gratificante, sufficientemente dinamico, adatto a un giovane laureato con velleità artistiche quale io ero. In fondo non c’è proprio bisogno di amare una cosa per studiarla e migliorarla, sostenni.
Un altro errore, naturalmente. Certe sfumature non possono assolutamente essere sdoganate in queste sedi, sarebbe come togliere i costumi agli attori durante una rappresentazione ma chiedere loro di continuare a recitare come se niente fosse.
Lo sguardo della Selezionatrice, a quel punto, si era fatto interrogativo e perplesso.
Mi ero reso conto, intanto, e anche ‘sta volta troppo tardi, che l’ufficio Risorse Umane e io non stavamo parlando la stessa lingua.
Io parlavo di inclinazioni, di realizzazione, di creatività; loro invece utilizzavano un altro lessico, più concreto: esperienza maturata e titoli di studio, per esempio. Essendosi a quel punto anche l’ufficio Risorse Umane reso conto, a sua volta, di non riuscire a parlare con me, iniziò a parlare esclusivamente con il mio curriculum.
Ero al secondo colloquio e, quindi, qualche cosa dovevano pur averla trovata in me o, forse, avevano bisogno di tappare assolutamente un buco. Comunque fosse, venni invitato a ripresentarmi dopo una settimana per la terza volta. Cioè, per un nuovo, e si sperava definitivo, colloquio.
Al terzo appuntamento arrivò a parlare con me un omone dal faccione gioviale e l’accento romano e io capii subito che quello era lì per “risolvermi” in quanto la Selezionatrice aveva segnalato di avere a che fare con un problema.
L’omone era venuto apposta dalla sede di Roma per calarmi i calzoni e mettermi le mutande di latta. Infatti mi disse subito che avevano trovato quello che faceva per me. In seguito scoprii che, per facilitargli l’immedesimazione nella recita, spesso agli uffici del personale non viene spiegato precisamente per quali mansioni assumono la gente che assumono. Un lavoro dinamico, mi disse, di pubblica relazione, avrei parlato molto l’inglese e avrei avuto orari flessibili. Sembrava interessante come esperienza lavorativa, peccato che quell’uomo stesse mentendo. Quell’uomo era quello che in gergo tecnico viene definito “una faccia da culo”, apparteneva a una divisione distaccata dell’ufficio Risorse Umane e veniva chiamato in gioco di tanto in tanto, come un sicario della mala. Uno che viene da fuori, che fa il lavoro sporco col sorriso sulle labbra, si lava le mani alla toilette pubblica e torna (a giocare a tressette) da dove era venuto.
Io, preso per fame e sfinimento, come da programma, smisi di resistere e mi feci risucchiare, lasciando che l’omone gioviale facesse il suo lavoro fatto di pacche sulle spalle e sonore risate fuori luogo.
Mi diedero un lavoro impiegatizio classico, così classico da essere per lo più scomparso a metà del Novecento. Di flessibile avevo solo l’orario in cui decidevo di andare a mangiare, oscillante fra mezzogiorno e mezza e l’una. Di dinamico mi venne, principalmente, una sindrome paranoide.
Cominciai, perciò, una volta scoperto l’ufficio e le mansioni, a sospettare che quell’impiego fosse stato una specie di punizione per aver detto l’indicibile al secondo colloquio. Non solo, infatti, non avevo dimostrato di essere arrendevole e ubbidiente, ma non avevo neanche dimostrato carattere (per poco non citavo a memoria i poeti crepuscolari: “codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”), e oltretutto, e soprattutto, non avevo dato l’idea di essere pronto a fondermi con l’azienda, anzi, ci avevo cacato metaforicamente sopra.
Con il passare dei mesi mi sono convinto sempre più che la mia assegnazione all’Ufficio Polvere&Macigni non fosse stata casuale, ma punitiva. Ormai, però, me l’avevano fatta e io avevo preso il mio posto al P&M: seduto sotto un macigno, con la faccia nella polvere e così per otto ore al dì, più una di pausa pranzo.
D’altra parte, e ad onor del vero, mi assicurano di non essere l’unico al quale sia toccata questa sorte poco amica. Inoltre, le stesse autorevoli fonti mi dicono invece essere io l’unico a lamentarsi di un destino considerato comune dalla maggioranza delle persone. Per questo finirò subito con quella che è stata successivamente, sempre dall’ufficio Risorse Umane, definita la mia lamentatio sine causa, non la farò troppo lunga e cercherò di attenermi ai fatti.

© Paolo Triulzi

Nota: Il romanzo di Paolo Triulzi, uscito a maggio di quest’anno per i tipi di Foschi editore, è vincitore del premio nazionale “Città di Forlì”, 2012. Sono molto contento di pubblicarne oggi il prologo (per gentile concessione dell’autore), per questioni di stima e affetto, contento che quelle fotocopie che ebbi il privilegio di leggere tempo fa siano diventate un libro. (gianni montieri)

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