Stefano Sgambati – Gli eroi imperfetti

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Stefano Sgambati – Gli eroi imperfetti – ed. Minimum fax 2014 (€ 15,00 – ebook 7,99)

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Come vivono le persone? Veramente, intendo. Dentro quali spazi di muovono, e quanto sono piccoli questi spazi? Parto da queste due domande per provare a ragionare sul Gli eroi imperfetti di Stefano Sgambati, uscito da poco. La storia è ambientata a Roma, e Roma è immensa ma è scomponibile come tutte le cose sterminate. In frammenti. E i frammenti sono i quartieri, le schegge sono le vie, i piazzali. Quante storie può contenere un frammento, quanti personaggi?

Una volta, a una Biennale Architettura erano in mostra dei piccoli plastici (no, Vespa non c’entra), l’architetto credo fosse giapponese. L’idea, naturalmente, era quella della città vivibile. L’architetto era partito dai piccoli spazi: le aule di scuola, le stanze, i condomini. Guardando questi micro luoghi dall’alto, saltava all’occhio come queste micro persone potessero facilmente incontrarsi, conoscersi. Insomma: non potevano mancarsi nel bene e nel male.

Stefano Sgambati, quando abbiamo presentato insieme il libro a Bologna, mi ha detto (e io sono d’accordo) che nelle grandi città è quasi impossibile che le persone si incontrino per caso; lui invece aveva bisogno che i suoi personaggi si incontrassero e che si piegassero alla sua idea di storia. Ho pensato a quell’architetto, anche lui o lei voleva che le persone si incontrassero. Voleva una città vivibile, un posto dove si potessero raccontare delle storie.

Il frammento che sceglie Sgambati è il Piazzale di Ponte Milvio. Intorno al piazzale: due appartamenti, un’enoteca, una libreria con bar, un negozio di cornice e il Tevere. I personaggi principali sono cinque: Gaspare, Corrado, Carmen, Irene e Matteo. E questa è la storia.

C’è una donna trovata morta nel Tevere prima che i giorni di questo romanzo comincino. Gaspare suo marito, corniciaio, racconta una versione della storia a Corrado e Carmen, proprietari di un’enoteca. Questa versione il lettore non la conoscerà. Non la conosceranno né Irene figlia di Gaspare, né Matteo libraio innamorato di Irene. Tutti ne porteranno in qualche maniera il peso. Irene che è il personaggio più fragile, la figlia, sopporta il peso psicologico più pesante; Sgambati ce lo mostrerà nei suoi atteggiamenti, nel suo modo di vivere che tende a escludere sentimentalmente gli altri, nei suo dialoghi con la psicologa. Corrado e Carmen scopriranno come l’apparente solidità della vita normale è destinata a frantumarsi per un niente. Matteo è testimone degli eventi passati e desideroso protagonista di quelli presenti. Matteo che crede che il suo amore per Irene e le coincidenze che li legano possano convincerla a stare con lui. Gaspare che pare avere tutto sotto controllo, che pare prevedere le mosse di tutti, mostrerà infine la sua debolezza.

Le persone che se ne vanno, che si allontanano, sono come quei limoni secchi che si rinvengono ogni tanto nei frigoriferi: si erano nascosti per giorni dietro al contenitore dei formaggi e a guardarli adesso neanche più sembrano agrumi. Come poteva, un limone ridotto in tal modo, accecare se spruzzato in un occhio o far pizzicare la lingua? Le persone che prima c’erano e ti parlavano e ti davano l’impressione di poterti abbattere o sorprendere o cambiarti, quando ritornano distanti, cioè ombre, si svuotano, si sgonfiano. Diventano limoni secchi lasciati a incartapecorirsi nei frigoriferi.

Stefano Sgambati scrive molto bene, senza eccedere, ma le sue parole arrivano dove devono. I personaggi lo seguono, non sfuggono alla storia, ne sono partecipi ma nei limiti in cui l’autore ha deciso. La strada è segnata. Gli eroi imperfetti è un romanzo sulle persone, sulle debolezze, sul dolore, sui desideri, sulle piccole cose: quelle decisive. Basta poco a sconvolgere vite, apparentemente, tranquille e nessuno è così forte come sembra. E poi c’è la pietà, che ricompone a un certo punto quasi tutto, una specie di carezza dell’autore, che, mentre i personaggi attendono la piena del Tevere, lascia passare attraverso i loro sguardi che si sfuggono e cercano allo stesso tempo, in mani che di nuovo si tengono, in una voce di donna che chiama qualcuno.

Lo sento: i momenti che si ricorderanno fanno rumore, un rumore flebile come il piccolo soffio che emette un barattolo di conserva quando si svita il tappo per la prima volta. Da un rumore del genere non si torna indietro.

© Gianni Montieri

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