Paolo Triulzi – Febbre

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FEBBRE

Dalla febbre non sono mai guarito completamente,
questo è quanto. Cinque giorni ogni tanto, diciamo
una volta al mese, mi raffreddo del tutto e torno sotto
i trentasette. Mi affanno, in quei giorni, con la vita mia
da rimettere in pari. Cerco di riempire i vuoti lasciati
dai cicli di antibiotici che, come l’occhio dei cicloni,
registrano nel proprio epicentro etimologico il contrario
della vita e in sé risucchiano tutto quello che sta intorno.

Di solito stacca alle sette meno cinque della mattina
l’incubo notturno. Cinque minuti prima della sveglia.
Cinque minuti per passare in rassegna tutti i nascondigli,
picchiato fra il maglio dei sogni e l’incudine della veglia.
Intanto provo la temperatura. Misura trentasette e mezzo.
Ce l’ho. Poi: la sveglia, che ignoro e pospongo. Ripenso
ancora a dove ripongo le speranze che non ho. Mi alzo
a cercarle e inciampo nelle scarpe, inforco una cravatta.

È disfatta, nel bagno. La tonsilla è ancora gonfia e l’altra
arrossata mi minaccia. Se si toccano mi tagliano il respiro
e io muoio. L’otorino rinfaccia a mia madre la deviazione
del mio setto nasale. Lei si ricorda di una botta che presi
da bambino e nega ogni responsabilità. Discutono ancora
nella mia mente mentre faccio colazione. Deglutisco solo
da un lato il latte con i biscotti e il cortisone. Risento,
nella mente, il medico che mi dà per spacciato. Ed esco.

Di febbre ho qualche linea ma la tonsilla non migliora.
La vita continua anche da sola la sua strada. Io osservo,
in corriera, uno che corre per pigliarla e non ce la fa.
Nel lunotto posteriore il mondo si allontana. La nausea
vien da sé e se ne va. Immagini liquide nella mia testa.
Brividi mi tagliano la schiena. Allento, a fasi alterne,
la cravatta. Scorre in piena il fiume di latta che porta a
lavorare. Vi lascio fare: sospendo ogni giudizio sulla scena.

Scendo nella metropolitana. Scompaio sotto terra,
mi salvo per sottrazione dal fumo delle auto e dalla luce.
Sulla scala mobile, che mi pare troppo veloce, la discesa
mi produce quella sensazione strana nelle orecchie.
Resto immobile: sarà la febbre. Anche la scia dei neon
che lasciano nel tunnel dietro a sé, l’accetto: mi indica
la strada per il tornello elettronico che, come un oracolo,
ingloba l’obolo del mio abbonamento settimanale.

Nel display verde leggo il verdetto: giorni rimanenti: 1.
Poi mi ruotano addosso i denti di ferro del tornello. Entro
come tutti, nessuno scansa l’ultimo viaggio. Uno, ripenso:
ha senso: è venerdì mattina e con sta sera si va a zero.
L’Apocalisse è prevista nel weekend. Di certo pioverà.
Mi perderò la resurrezione della carne se la febbre sale.
Dovrò aspettarne un’altra la prossima settimana. Bisogna
essere in forma per difendersi nel giudizio universale.

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A stare a letto c’ho provato. Non c’è stato verso di guarire.
Vado a lavorare, allora, almeno peggiorerò. E invece no.
Mi sostengo con vari caffé e il mercurio sotto al braccio.
Ce l’hai ancora? Chiede una collega. Ce l’ho, le rispondo
dopo qualche minuto. Non sarai contagioso? La mia febbre,
dico, ce l’ho solo io. Ma non sei mai migliorato? Dico: no.
Infatti sono così da sempre: stazionario. Finisco l’orario
di lavoro e vado di nuovo alla stazione del metrò.

M’ingialla gli occhi, la febbre. Mi gira la testa a piacere.
Mi faccio un dovere di rispettare l’ora dell’antibiotico che
inghiotto sempre puntuale. Stringo in mano il settimanale
quasi esaurito, mi predìco la profezia dell’oracolo.
Giorni rimanenti: zero. E allungo la strada. Aspetto
l’autobus in piena rovina. Cerco segni ulteriori nelle rune
fitte sulle camicie degli impiegati senza giacca. Andiamo
tutti, come ogni giorno, passo passo verso lo zero.

Ripasso infine fra i denti del tornello. Viaggio sottoterra
verso la fine della settimana e attendo la catastrofe. Ulula
il treno dai finestrini aperti per il caldo soffocante e galleggia
fra la folla dei corpi l’aria che non entra. Solo l’oscurità
dalla galleria filtra dentro. Immobili gli impiegati senza giacca.
Nel rumore nessun suono: Niente di nuovo sotto il suolo.
Trovo un posto a sedere e rabbrividisco. Mi ci isso
ed estraggo il termometro: Ogni momento è quello buono.

E finalmente è trentasei. Salvato in extremis da me stesso
esco alla luce rinato. Impastato nel sudore e nella fiacca
ora mi asciugo nell’aria calda della prossima fermata. Sono
pronto per il fine settimana, per il tuffo nella birra e nell’oblio,
per saltare nel cerchio infuocato della prossima incarnazione.
Tornerò di nuovo io lunedì mattina, tornerò sopra trentasette
e a più cinque con l’abbonamento settimanale, a uno dopo
i pasti con l’aspirina, a guardarmi la tonsilla alla toilette.

Dalla febbre non sono mai guarito completamente,
questo è quanto. Cinque giorni ogni tanto, diciamo
una volta al mese, mi raffreddo del tutto e torno sotto
i trentasette. Ricomincio a sentirmi bene e quindi male.
Il mercurio sale poco dentro al vetro e io non ho più
scuse se resto indietro e ci resto. Mi duole in punti
ai quali è difficile arrivare e gli antibiotici non mi fanno
più niente. Torno a 10.000 nel conto alla rovescia universale.

@ Paolo Triulzi

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Il sito di Paolo Triulzi

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Le Edizioni Pratiche dello Yajè rievocano fin dal nome una particolare predisposizione all’evasione: visiva e culturale. Infatti il suo termine è derivato dal misterioso mondo degli sciamani, in particolar modo quelli della selva amazzonica. Yajè è il curioso nome che gli indios Shuar danno all’allucinogeno Ayawaska, un potente spirito vegetale che una volta entrato in corpo permette di aprire le porte dell’altrove.
Paolo Cabrini, il suo fondatore, con le edizioni Pratiche dello Yajè, rievoca magicamente, un’azione creativa e deragliatrice dai sistemi convenzionali ed estetici, in una sorta di spazio cartaceo autogestito e autoprodotto.
Un circo in cui muovere le sue passioni letterarie e incantatrici nell’arte editoriale del cut up e del collage per imbastire libri dediti alla ricerca di curiosità bizzarre dal mondo poetico letterario e non. Per contagiare e comunicare questa esperienza editoriale Pratiche dello Yajè ha creato uno spazio-laboratorio: “Officina Stampa Alternativa” dove imparare l’arte dell’incisione a rilievo e tecniche di psicoeditoria telepatica. Attenta ai fenomeni sociali, la casa editrice Pratiche dello Yajè sostiene il lavoro incisorio denominato “I fogli malvagi” una sarcastica, acida, grottesca e ironica interpretazione delle manie sociali, dal risvolto profetico. Una società cannibale dove le ideologie diventano un pasto collettivo e tragico dall’epilogo apocalittico. L’editore di Pratiche dello Yajè è cofondatore insieme a Federico Zenoni del libero incontro psicoeditoriale denominato LIBER.
http://www.praticheyaje.altervista.org – su Fb Officina Stampa Alternativa email: paolo.cabrini67@gmail.com

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