Lorenzo Biagini – I tre tentativi di appressamento

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I tre tentativi di appressamento


C’era una volta un ragazzo, che era buono e gentile, ma era morto ammazzato.
E noi di quella morte non avevamo saputo che cosa pensare né cosa dire, non sapevamo niente. Ci aggiravamo silenziosi per la chiesa buia, a mezza voce o solo con gli occhi ci salutavamo, lungo attimi brevissimi ci guardavamo in faccia pensando: E tu che fine hai fatto? E tu dove sei stata tutto questo tempo? E tu? E tu? E lui? E lei? E noi, loro, io? Non sapevamo cosa rispondere.
Si era negli ultimi giorni della primavera del duemilatré, la scuola era finita da ormai sei anni. Da alcuni balconi e finestre sventolavano le bandiere della pace, arcobaleni ortogonali che, se appesi sui lati più esposti, iniziarono presto a scolorire. Di notte per le stazioni transitavano a bassa velocità i treni militari carichi di forniture destinate all’Asia. Le motrici urlavano come animali in gabbia, urla che in breve si annullavano sotto la montagna ferrosa e assordante dei vagoni. Collezionavo prospettive per il futuro, offerte di lavoro e relativi colloqui. Mi fermavo a parlare con tutti, con chi aveva appeso la bandiera, con chi era contrario e non voleva appenderla, con chi manifestava in stazione, con chi partecipava ai picchetti all’università, con chi era capitato lì per caso e voleva soltanto guardare i treni passare. La sensazione che avevo era che per tutti, per tutti quanti e anche per me, il mondo e gli eventi che in esso si susseguivano senza sosta fossero qualcosa che ci interessava, non importa come, ma ci interessava. Per lo stesso motivo collezionavo anche partecipazioni a matrimoni, feste di laurea, feste di compleanno, e fu in occasione di una festa di compleanno (quella del mio fratellino) che PJ mi telefonò per dirmi che avevano trovato il cadavere di Stefano.
Stefano, un nostro compagno di scuola, era stato ucciso non si sa da chi non si sa perché. In seguito ci dissero quando e ci dissero dove, ma fu una soddisfazione avara e meschina, perché in realtà continuammo a non conoscere niente di quella morte, niente di niente, non un accidenti di un cazzo di nulla, e non aveva senso chiedersi quando o chiedersi dove, dal momento che il quando e il dove era una congiunzione qualsiasi di variabili qualsiasi, un (x, y) disperso e irrecuperabile sotto un mantello di nebbia, sotto la lunga cappa impenetrabile agli sguardi che copriva gli anni che separavano la fine della scuola e quel funerale.
Chi è stato? Chiedevamo. Chi ha fatto questa cosa? Chi è stato? Non sapevamo rispondere.

1.
PJ, che è uno che non le manda a dire, era stato, per quello che so, il primo tra noi a far visita al luogo dove Stefano era stato ritrovato. Non ho notizia di altri che prima di lui ci siano stati, anzi sono sicuro (perché conosco PJ e so come è fatto) che è stato lui il primo ad andarci. Magari non sarà stato il primo a riconoscere che l’innocenza delle nostre giovinezze era finita per sempre, caduta in un pozzo di scolo, sepolta sotto macerie e materiali di scarto, ma so che lo fece, riconobbe anche lui questo dato di fatto, e agì di conseguenza. PJ fu (come del resto è sempre stato) coerente. Lo fu in questo caso nel volere rinunciare a ciò che era perduto, ben sapendo tra l’altro che l’atto di rinuncia poteva essere certificato in pochi minuti, grazie a una apparentemente breve e non impegnativa passeggiata nella prima periferia della città.
Il luogo era una zona industriale solitaria e in rovina, che rimontava al tempo in cui i canali della città ancora funzionavano. Giaceva in una piccola conca, un affossamento delle sabbie pleistoceniche, poco visibile dalle case e dalle strade all’intorno. Poco più a monte, da un balzo del terreno, da sotto il viadotto di uno stradone periferico e scuro, sbucava il corso di vecchio canale, che un tempo arrivava al porto, quando il porto ancora esisteva. C’era una chiusa, al centro dell’area, un casotto composto di blocchi squadrati e bracci che, da una parte e dall’altra, uscivano a coprire il canale. Il canale, giunto alla chiusa, si divideva in due rami, complicando la geografia di quel luogo e rendendo necessario il grazioso intrico di ponticelli in ferro che collegavano tra loro gli argini, come in una Königsberg in miniatura. La presenza dei macchinari e della chiusa aveva favorito in passato il sorgere tutt’intorno di alcuni pesanti capanni con comignoli in mattone, fabbriche tessili per la gran parte. Ora la vecchia casa di manovra, dismessa in mezzo al suo isolotto, contemplava la dismissione generale di quei muri e cancelli e lucernai ottocenteschi, i capannoni vuoti, le finestre senza vetri, i cancelli chiusi, e intanto i due stremati corsi d’acqua le scorrevano a fianco, pacifici, e la circondavano facendola sembrare un castelletto con i suoi fossati e ponti ed elementi aggettanti.
Avevo chiesto a PJ che cosa aveva visto.
Non c’è un cazzo, mi aveva risposto. Non c’è un cazzo da vedere. Me lo diceva come se quella cosa, cioè il fatto che non ci fosse nulla da vedere, fosse di per sé incredibile, molto più incredibile di qualsiasi altra fantasia, molto più incredibile del non potersi immaginare nulla, in quel luogo, a eccezione del nulla stesso.
PJ era andato alla chiusa durante i lunghi giorni che erano trascorsi dal ritrovamento del cadavere, in attesa del funerale, di cui non era stata ancora decisa la data, né si sapeva quando sarebbe stata decisa. Quei giorni dovevano avere snervato parecchio PJ, che spesso chiedeva, parlando fra sé oppure con noialtri: Quanto ci vuole per decidere una data per un funerale?
Credo sia stato per questo motivo – per il nervoso che lasciano gli appuntamenti sfocati e sgraditi – che senza aspettare nessuno e senza dirlo a nessuno PJ, un pomeriggio, era sceso nella zona dei canali. Non aveva visto un cartello e perciò aveva sbagliato strada una prima volta, allora aveva imboccato un paio di altri incroci ed era finalmente arrivato sul lato giusto dell’argine, sul lato dove c’è anche un parcheggio, da dove parte il sentiero che conduce alla casa di manovra.
PJ mi aveva poi spiegato come potevo raggiungere il luogo senza perdermi, ma poi, dopo che mi aveva risposto che non c’era un cazzo da vedere, non gli avevo chiesto più niente, e lui non mi aveva detto più niente.
Ma tra le cose che non mi disse c’era che aveva incontrato qualcuno, durante la sua escursione.
PJ lo aveva visto da lontano. Sembrava un uomo, alto, non magro, con dei vestiti che appoggiavano goffamente sulle spalle. L’uomo era in piedi, una mano sulla sottile spalliera di un ponticello, fumava una sigaretta. PJ riusciva a vedere il movimento del braccio e della mano che raggiungeva la bocca, e vedeva il fumo uscire poi dalla bocca dell’uomo. Non appena PJ distolse lo sguardo, per guardare a terra e per non inciampare nei gradini in discesa del sentiero, improvvisamente sentì una preoccupazione scendergli giù per la schiena. Chi è quello? si chiese.
Il sentiero scendeva dal parcheggio fino alla base dell’argine. Qui incrociava un altro percorso, parallelo al canale, che verso sinistra portava alla campagna e dall’altra parte alla città. Vi era poi un’altra breve scaletta che per pochi metri saliva fino sull’argine. Si trattava del percorso che PJ aveva in mente di fare. Dalla cima di questa seconda scala si raggiungevano infatti i passaggi che conducevano sull’altro lato della chiusa e che erano indispensabili da percorrere, per chi avesse voluto esplorare tutta l’area e averne una visione ben definita e completa. Il problema era che proprio a metà di uno di questi passaggi c’era uno sconosciuto dall’aria sospetta, sì, senza dubbio sospetto. PJ ora, dalla base della scala, non riusciva vederlo. L’argine non era alto, ma tanto bastava per nascondere la figura dell’uomo da quel punto. L’assassino torna sempre sul luogo del delitto, venne da pensare al mio amico. Un brivido gli fece tremare i polsi e la struttura vestigiale del coccige. Cambio di programma, si disse. Lasciò perdere l’ipotesi di salire sull’argine. Non intendeva minimamente avere l’occasione di ritrovarselo di fronte a una distanza non troppo sicura. PJ si voltò verso destra. Il sentiero che aveva incrociato si inoltrava stretto, tra il ponte d’accesso alla casa di manovra e l’alto muro di recinzione di una delle vecchie fabbriche. Il mio amico stava perdendosi in una ridda di pensieri, quando improvvisamente pensò potesse trattarsi di un poliziotto. Potrebbe scambiare me per l’assassino, pensò in quel momento, anch’io sono sul luogo del delitto. Prese a camminare con decisione in direzione della città. Il sentiero, con una salita non ripida, giungeva fino al livello degli argini e subito dopo piegava verso destra dietro il muro di recinzione, all’ombra di due robinie. Il ragazzo fece i pochi passi in salita. Ora, lui e l’uomo erano di nuovo visibili l’uno all’altro, e PJ si sentiva gli occhi dell’uomo addosso. Tra un istante sarebbe stato al sicuro, tra poco ogni dettaglio sarebbe rimasto nascosto. Ma poi, inconsciamente, si voltò. L’uomo era ancora nella posizione di prima. A PJ sembrò che il tizio gli avesse rivolto un cenno, e così PJ rispose, lo salutò da lontano, agitando la mano, poi si voltò di nuovo e riprese a camminare più veloce. In breve arrivò allo stradone che sovrastava l’area. Dovette quindi camminare una decina di minuti per tornare con calma al parcheggio, senza ripassare dalla chiusa e riprendendo fiato.
Quando alla fine si seppe in giro la data stabilita per il funerale, PJ tirò un sospiro di sollievo.

2.
Pochi giorni fa Spucchio, che sapeva che ero tornato in città, mi ha telefonato e mi ha chiesto che progetti avevo per la serata. Non ne avevo e lui mi ha invitato a uscire. Così l’ho raggiunto in un locale. Con lui c’erano anche una ragazza che non avevo mai visto prima e Algenio Farolfi.
Algenio è un ex studente della nostra stessa scuola. Non era in classe con noi, ma ugualmente lo conosciamo bene. A dir la verità, esce molto più spesso con Spucchio e con lui ha sempre parlato più che con me. Mi è sempre sembrato un tizio a posto, tranquillo, perché parla poco e, quando parla, lo fa a voce bassa, come per non disturbare. So che è un ragazzo serio, credo stia studiando all’università per un dottorato in filologia germanica. Per come me lo ricordavo, non mi era mai parso particolarmente teso o preoccupato nei confronti della vita.
Abbiamo bevuto delle birre, poi ci siamo spostati in un altro locale, ci siamo seduti a un tavolo e abbiamo continuato a bere, e mentre Spucchio parlava fitto con la ragazza, e intorno c’era un gran viavai di persone e bicchieri, Algenio mi ha parlato e mi ha raccontato la sua storia.
Ti ha mai detto Spucchio che qualche anno fa coltivavo la passione per i sonetti acrostici. Nel duemilacinque o nel duemilasei, non ricordo. Mi ero detto: Ehi! Ho sette lettere nel nome e sette nel cognome, posso comporre sonetti acrostici con il mio nome e cognome. Sono andato avanti per qualche mese, ne ho completati sei o sette e altrettanti ne ho iniziati e lasciati a metà, poi ho smesso, troppo impegnativo. E che impegno. Mi ero anche riletto Foscolo. E sai cosa mi era successo? Porca vacca. Stefano. Ti ricordi Stefano? Non so se tu e Spucchio ne parlate, di questa cosa di Stefano. Io ne ero molto ossessionato, in quel periodo, ci pensavo continuamente, e una notte lo ho visto, sognato. Nel sogno eravamo sotto un portico, c’erano anche Sergio e Plato, prima parlavamo di altre cose, poi Ste mi diceva che sia io sia lui abbiamo sette lettere nel nome e sette nel cognome, e mi diceva che potevamo tutti e due scrivere dei sonetti acrostici con i nostri nomi. Poi smettevamo di parlare e lui mi abbracciava e io nell’abbracciarlo pensavo Strano, non puzza, mi avevano detto che puzzava. Io nel sogno mi ero subito vergognato di questo pensiero, non so se anche a te ti capita, vergognarti di quello che fai nei sogni. Mi ero svegliato di botto e molto vergognosamente. Questo era nel duemilasei, sì, era l’anno dei mondiali. Erano passati tre anni da quando era morto. Tu pensa: passano tre anni in cui io meno il tempo a distrarmi, a seguire diversivi e stravaganze, a cazzeggiare tra incertezze e distrazioni, tutto pur di non pensarci, e poi all’improvviso mi torna in mente con una intensità tale che lo sogno addirittura. Mi sono detto: Saremmo capaci di passare interi lustri, intere generazioni occupandoci di altro, occupando i nostri cervelli con qualsiasi cosa altra da quello scempio irragionevole. Da quel momento ho lasciato perdere i sonetti acrostici e ho deciso che dovevo fare un atto psicomagico. Sai cos’è? Un rituale che ti permette di stare meglio. Lo sai, no? E ne ho concluso che l’atto psicomagico era: capirci qualcosa. Pensavo: ci sarà stata una ragione per cui mi sono comportato così, e per cui mi sono impegnato a non pensare alla morte, e magari la ragione era il puro e semplice istinto di sopravvivenza, cioè l’istinto a evitare quel misto di inazione e demenza che deriva dal permettere al pensiero della morte di affacciarsi alla tua mente e conseguentemente invaderla e farne un suo dominio. In quel momento ho avvertito un’altra e diversa esigenza, perché d’altronde si trattava pur sempre di un giallo senza soluzione, un omicidio senza colpevole. Certo non lo avrei risolto, però mi sentivo perfettamente in grado di capirci qualcosa, o almeno credevo di esserlo. Così sono andato a vedere il posto dove l’hanno trovato. Sì, proprio così. Non te lo consiglio. Se non ci sei mai stato, non andarci, a meno che non ne hai davvero bisogno. Io sentivo di averne bisogno, e infatti a me in qualche modo è servito, ma l’atto psicomagico, sai, è una questione personale: quello che è servito a me potrebbe essere dannoso per te. Io ci sono andato il giorno dei quarti di finale contro l’Australia, verso l’ora di pranzo, la partita sarebbe iniziata nel pomeriggio. E mentre ero lì mi tornava alla mente l’aria di vetro. C’è un poeta che parla dell’aria di vetro, pallida, o arida, non ricordo. È una poesia in cui lui si gira indietro, si guarda alle spalle e vede per un istante il mondo annullato, vuoto, e poi subito, l’istante dopo, ricompaiono tutte le cose, come su uno schermo. La luce del sole, che pareva una luce d’eclissi, e una leggera foschia, quell’endemica desaturazione dei colori che hanno i luoghi sabbiosi, mi facevano pensare appunto a questo. Ho camminato per qualche minuto, non ricordo più niente di quello che ho visto, suppongo fosse tutt’altro che degno di essere ricordato. Ho fatto semplicemente un giro. All’inizio stavo bene, provavo una sensazione tutto sommato piacevole, lontano com’ero dal rumore e dal traffico della città. Ma poi mi era successo che all’improvviso avevo sentito montarmi dentro una strana nausea, che quasi partiva dalla testa. All’improvviso avevo paura, una paura boia, mi ero chiesto: Dove sto andando? Dove arriva questo sentiero? Avevo accelerato il passo, ma per il nervoso i muscoli delle gambe mi facevano male. Mi sembrava di stare camminando senza sosta da anni. Volevo fermarmi, ma sapevo che se lo avessi fatto sarebbe stata la fine. Pensavo: Poco mi manca per diventare pazzo dietro questa storia. Non ero il primo ad aver sognato Stefano, non sarei stato l’ultimo. Conosco gente che lo ha sognato e che ci sono rimasti sotto, chi più chi meno. Plato. Ti ricordi Plato? Quando delirava e si strafaceva di casa e pantofole perché così Stefano gli aveva chiesto in sogno. Ricordi? Ero certo che mancasse poco anche a me per diventare così. Camminavo in una piana assolata, le ghiaie, gli sterpi, due rivoli, un cantiere, ma mi sembrava tutt’altro, era un abisso, riuscivo perfino a sentire l’eco dei miei passi sulla ghiaia del sentiero, o forse era un mostro che mi seguiva da vicino, una di quelle bestie oscure di cui si legge sui giornali, ma non mi sono girato indietro a guardare. Mi sono detto: tieni duro, tieni duro, non mollare. Mi sono ripetuto che non volevo farmaci e non volevo malattie e non volevo sentire dolore. Ho pensato che ne avevo abbastanza, di quella ossessione, sono andato via, sono scappato via, e ti giuro che finché non sono risalito sulla strada – e davvero non so come ho fatto a tornare da dove ero partito – per tutto il tempo ho continuato a sentire qualcuno che mi seguiva, mi seguiva da vicino, avevo la pelle d’oca. Ho messo in moto e sono scappato via di corsa. Avevo un appuntamento con Spucchio per guardarci insieme la partita, l’appuntamento era proprio qui, dove siamo adesso. Giù alla chiusa non ci sono più tornato, neanche avvicinato, e adesso, anche se a volte ci ripenso e ripenso a tutta la storia, comunque non ho più fatto brutti sogni su di lui.

3.
Non avevo mai ascoltato niente di più incredibile. Ma il racconto di Algenio aveva da essere soltanto l’inizio. Quella notte ripensai al funerale di Stefano, e così tutto il giorno e la notte seguente. Mi sarei fermato in città solo per poco tempo, dovevo prendere una decisione rapida.
E così alla fine arrivai anch’io al luogo stregato, al castello dei fantasmi, alla tana degli spettri. Era davvero passato tutto quel tempo che Algenio diceva essere passato? O eravamo ancora nel giorno e nell’ora esatta in cui tutto era aveva avuto inizio?
Algenio aveva sentito dei passi che non erano i suoi, anche se poi ammettere questa anomalia della fisica gli era costato una fatica enorme e ancora ne pagava le conseguenze. PJ lo aveva visto, lo aveva addirittura salutato. Ma chi? Chi era? Entrambi si erano resi conto che egli esisteva, entrambi avevano riconosciuto uno statuto sensibile a quello che altrimenti sarebbe rimasto un fantasma, un’ombra senza corpo. Ma chi era quel doppelgänger meridiano che ci si rivelava, che si manifestava a chiunque di noi si recasse in quel luogo con l’intenzione di renderlo un luogo della nostra propria anima? Chi ci impediva di raggiungere questo scopo? Perché ce lo impediva? Chi era, come era fatto, era giovane o vecchio? Era nato al tempo delle piramidi? O si era scavato una galleria nella materia fusa fino alle croste continentali? Aveva assistito allo sbarco degli dèi sulla terra e aveva visto gli eroi combattere tra loro lungo gli eoni trascorsi dalle età mitiche a noi? O forse era egli stesso una divinità generatasi in un tempo ancor più remoto, uno spirito genieno messo a guardia dell’acqua e dell’erba? Quali erano i suoi poteri? Di cosa era capace? Di cosa erano capaci i suoi sensi, la sua vista, la sua intuizione? Perché ci seguiva? Cosa ci voleva dire? Aveva qualcosa da dirci? Di certo si trattava di qualcuno che sapeva che cosa era successo. Non poteva non saperlo. Le connessioni ancestrali che lo radicavano in quel luogo dovevano per forza averlo messo in grado di conoscere quello che lì era accaduto in una delle ultime sere della primavera del duemilatré.
Non so chi fosse. Incontrarlo e farmi raccontare tutto quello che aveva da dire non mi ha dato risposta a nessuna domanda. Sono rimasto escluso dal comprendere il cuore di tutto il mistero, quel cuore spaccato dal coltello, quello squarcio in cui non si poteva guardare. Sono rimasto ad ascoltarlo per tutto il tempo, senza quasi parlare, senza riuscire a ricordarmi come lo avessi incontrato.
Il mestiere che faceva non me lo disse, ma credo facesse il casellante, o forse lavorava in una cooperativa di giardinaggio, e neppure mi descrisse sua moglie, che pure esisteva, trovandosi lui – come mi raccontava – tutte le notti a dormire con lei, tutte le notti da trent’anni o forse più, non mi disse neanche questo, suppongo fossero una trentina o poco più. Non riuscivo a cogliere distintamente i tratti dell’uomo che avevo di fronte, e la sua età mi era sconosciuta, e tuttavia, dalla voce e da certi termini che usava, immaginavo che avesse da poco passato la cinquantina. Eravamo sul ponticello che collega l’argine esterno dal lato del parcheggio alla lingua di terra che, a ridosso della chiusa e alla stessa altezza degli argini, separa i due canali. Lui mi parlava e io ascoltavo.
Più di una volta – mi raccontava – aveva sentito la faccia gonfiarsi e la massa del corpo gonfiarsi anch’essa, come un pallone a forma di corpo umano, con braccia e gambe gonfie e con in cima una testa tonda e gonfia, anche la testa gonfia come un grosso pallone. Gli succedeva quando intorno era buio e fuori era notte, dopo essersi svegliato e trovato tra la veglia e il sonno, nel silenzio imperfetto della città notturna. L’uomo sentiva solo i loro respiri nella stanza e pochi altri rumori sottili. Ascoltava i respiri cercando nelle simmetrie di inspirazione ed espirazione un pendolo ipnotico che lo riportasse dall’altro lato della coscienza, e intanto dentro all’orecchio appoggiato sul cuscino sentiva propagarsi basso il rombare del sangue, e sistole e diastole e sistole e diastole e a tratti credeva già di vedere persone che in realtà non erano presenti e di sentire parole che nessuno stava pronunciando per davvero. A un tratto sentiva che già aveva iniziato a gonfiarsi. Era una sensazione che sempre partiva dai denti. A un tratto sentiva che i denti erano circondati da uno strato molto spesso di carne, i denti erano immersi nella faccia, perduti in una massa enfiata e turgida, e la linea della bocca era una fessura sempre più stretta, stretta tra labbra diventate enormi per via di quel gonfiore. Non azzardava di aprire la bocca, né di muovere la lingua per toccarsi i denti, né di aprire lo spesso strato delle palpebre, poiché temeva più di tutto le lacerazioni della pelle. Sentiva la pelle tirarsi, come per voler da un momento all’altro incrinarsi e spaccarsi come la superficie secca di una bolla troppo piena. Gli occhi erano gocce cristalline immerse nella carne della testa, le unghie erano frammenti lunati incastonati nella carne delle dita. La pelle era tesa, tirata, la carne insensibile, era come un’anestesia. Quando al mattino si svegliava, le dimensioni del corpo erano tornate alla normalità.
Avevamo preso a camminare lentamente, lasciandoci la chiusa alle spalle e seguendo i corsi paralleli dei due canali nel loro perdersi nella pianura.
Camminavamo sul prato lungo e stretto in mezzo alle due acque. Vedemmo una donna venirci incontro, la donna passeggiava tenendo un grosso cane nero al guinzaglio e parlava al cellulare. Quando la incrociammo, notai con la coda dell’occhio un cenno di saluto tra lui e lei. Ne dedussi che l’uomo abitava non lontano da lì. Pensai che era uno a cui piaceva passeggiare nei dintorni. Forse anche lui aveva avuto un cane, in passato.
L’uomo aveva una singolare occupazione, mi stava raccontando. Cercava di comprendere il modo in cui la città aveva spinto i confini più in là stagione dopo stagione e anno dopo anno, e cercava in ciò di arrivare all’essenza dei frammentari e persistenti cambiamenti che a poco alla volta avevano coinvolto il tracciato delle strade e la disposizione degli edifici e il profilo degli isolati, arrivando a toccare vecchi cascinali e chiuse dismesse e inglobando obsoleti corpi di fabbrica che fino a mezzo secolo prima avevano giaciuto isolati nella polvere. La città si era ingrandita come un’arancia ipertrofica, mi stava dicendo l’uomo, dovevo immaginarmi che gli spicchi di questa arancia erano delimitati dalle antiche strade che un tempo si allungavano nel contado e che ora sfociavano nel nulla di una periferia che di botto terminava come una buccia, ma questa buccia, diceva, si era in alcuni punti come spaccata e poi slabbrata e rinsecchita, e in queste lacerazioni si annidavano spiriti di ogni genere, si nascondevano storie che pochissimi ancora ricordavano.
Ci stavamo avvicinando alla base di un alto ponte, alquanto imponente, di mattoni rosso vivo. Tre grosse arcate univano gli argini esterni dei due canali (che in quel punto erano molto elevati) e sovrastavano trasversalmente il nostro sentiero. Si trattava della linea ferroviaria che dallo scalo merci, a est, conduceva bisarche, cisterne e carri alle altre varie linee che portavano in altre città. Quando stavamo per passare sotto al ponte, un treno fece la sua sferragliante comparsa, colorato di tanti e diversi container.
Di giorno – mi raccontava, – quando era al lavoro gli succedeva di vedere persone che in realtà non esistevano. Si trattava di corpi diafani – diceva, – coscienze impalpabili che sgusciavano via tra la folla, incuranti di tutto, persino della propria non esistenza, cioè credendo di essere visti e toccati, quando tuttavia ciò non
accadeva né mai sarebbe potuto accadere. Mi raccontava queste cose con un tono che mi sembrava malinconico, ma non riuscivo a comprendere perché le note della sua malinconia fossero tanto evidenti e sincere, come se stesse parlando a un vecchio conoscente, o a un figlio, e non certo al primo incontrato per la strada.
Al termine del nostro passeggiare, poco prima di raggiungere un borghetto di case, l’uomo mi indicò un punto, poco sopra il sentiero che stavamo percorrendo. Sulla nostra destra – cosa di cui non mi ero affatto accorto – non c’era più traccia del canale. Doveva essersi interrato poco più indietro, perché al suo posto giaceva un campo arato, di cui avevamo percorso tutto il lato a ovest, e poco oltre, all’angolo del campo, svettava un ciuffo verde scuro di alberi. Il luogo che indicava era in direzione di quegli alberi e mi apparve come in una specie di visione. Davanti a noi era una baracca di lamiera arrugginita e storta, in ombra sotto i bossi e i mirabolani, un vecchio magazzino per gli attrezzi, basso, col tetto piatto e senza finestre. Tutto intorno alle pareti esterne era stato teso in più giri un nastro di plastica bianco e rosso, con una scritta nera “Polizia Scientifica”. Mentre guardavo il nastro, incapace di guardare altrove, sentivo la voce dell’uomo raccontarmi una storia di violenza, di innocenza recisa, e mi si si andavano formando nella testa immagini, una pensilina del bus, una sera senza luna, una ragazza di non più di quindici anni, e dentro alla baracca un cucinino rugginoso e un materasso, una bottiglia rotta, un mucchietto di mozziconi e carta straccia.
Era la voce dell’uomo, quella che stavo ascoltando?
Stavo ascoltando la voce di qualcuno che mi parlava?
Ebbi in quel momento la visione distinta e precisa del corpo greve della belva, il cadavere del mostro sgozzato per vendetta e lasciato a marcire sotto poca terra e foglie, a non molti chilometri, non più di dieci, in linea d’aria da dove eravamo.
Mi ritrovai fuori, alla luce del giorno. Ero rimasto solo.


Ieri ho telefonato ad Algenio Farolfi, ci siamo visti a casa sua. Mi ha offerto un tè al gelsomino e io gli ho detto cosa mi era capitato. Mi ha ascoltato, ha detto che mi capiva, mi ha persino rassicurato. Ha detto che riconosceva la situazione per averne letto in qualche polveroso libro di storia: ne parlavano antichi registri parrocchiali e, da quel che ho capito, c’erano anche state delle indagini da parte dell’inquisizione, ma non me la sono sentita di approfondire il discorso. Ha detto che non avevo nulla da temere, non mi sarebbe successo niente di male, e così abbiamo finito le nostre tazze di tè parlando d’altro.
Quando sono uscito da casa di Algenio, mi sono assolutamente deciso a concludere tutta questa storia in qualche modo, non importa come, solo concluderla, chiuderla in una bottiglia e buttarla a mare oppure scagliarla lontano, come una sonda interstellare in cerca di civiltà negli altri sistemi solari.
Scrivo queste pagine mentre ancora una volta – e spero per l’ultima volta – mi allontano dalla mia città decrepita di colpe, che pecca per troppo volere e che inesorabilmente ci divora. Sono ancora pieno di tutte le domande che avevo all’inizio, le stesse domande di sempre. Il mondo, per quanto impegno uno possa metterci, non girerà mai diversamente, e una volta che sia stato pulito, è difficile vederne le macchie che ci hanno segnati.
Quel giorno, al funerale di Stefano, in piedi in un angolo della chiesa buia, attraverso gli occhi di ogni nostro amico e vicino rientravamo nei nostri, e da lì nelle nostre teste tanto più illuminate, oh, quanto ci sembravano più illuminate di quella grigia e inutile chiesa di provincia, e così, pieni di fiducia, percorrevamo le sale e gli androni dei nostri cervelli, avvicinandoci a grandi passi verso ciò che sapevamo che ci avrebbe dischiuso tutte le risposte necessarie, e già potevamo vedere in fondo ai corridoi neuronali la meta e già quell’ultima stanza – quella con le finestre più ampie – era vicina, sempre più vicina, e infine davanti alla vetrata con bovindo in stile coloniale ci affacciammo sul grande giardino che da sempre abbelliva il retro delle nostre coscienze, sicuri che avremmo contemplato la verità, sicuri di scorgere qualcosa, almeno una traccia, un indizio, qualcosa, ma davanti a noi c’era solo nebbia fittissima, sporca, del colore dell’acciaio.

@ Lorenzo Biagini