Fabio Pasquale – Il lavoro della polvere (recensione)

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Fabio Pasquale – Il lavoro della polvere – Zona Contemporanea – euro 10,00

La prima domanda da porsi, trattandosi di un libro di una ottantina di pagine, è: Romanzo breve o racconto lungo? Risposta: Boh, chi se ne frega. Infatti ce ne freghiamo, ci troviamo di fronte a una storia ben scritta, che si legge con piacere, questo è già molto. La seconda domanda è sul genere, e qui vengono in mente i giochi della settimana enigmistica, si sceglie una parola, si cambia l’ultima lettera e cambia tutto. In molti hanno definito questo libro, un Noir, invece è, più probabilmente, un libro sulla Noia. Togli la erre metti la a e cambia tutto. E poi è un libro sul controllo, sul tentativo di estendere qualche tipo di dominio alla propria condizione. Se è vero che in questo libro qualcuno morirà non per sua volontà, qualcun altro commetterà un furto, qualcuno cambierà di identità, è altrettanto vero che saranno la noia, il procedere monotono delle giornate, la ripetitività delle vite solitarie, a far da spinta, a far desiderare al protagonista il cambiamento. Un uomo decide di cambiare vita, l’occasione gli si presenta una sera in cui ordina una pizza e il fattorino che gliela porta è la sua perfetta copia. Scambio di persona. Lui è in gamba, esperto informatico, lavora in banca, sa che per far funzionare un piano bisogna essere precisi, curare i dettagli, non commettere errori. Il libro di esordio di Fabio Pasquale è costruito nella stessa maniera, i personaggi sono ben tratteggiati, il luoghi descritti altrettanto bene, i meccanismi e gli ingranaggi con cui si sviluppano le azioni sono perfettamente oliati. Un uomo decide, un altro no. Entrambi sperano. Uno inganna, uno viene ingannato. Entrambi vivono soli da parecchio se non da sempre. Entrambi parlano poco. Uno forse si libera, l’altro meno. Uno forse cambia vita, l’altro cambia e basta. E ci sono due donne, la causa e l’errore. Il ritmo è serrato e la riflessione interessante da fare, senza per questo raccontare il finale, è che quando qualcuno sceglie di cambiare tutto di se stesso a cominciare dall’identità, che sia corretta la nostra deduzione sulla noia o meno, in fondo riuscirà a cambiare davvero tutto. Un abitudinario resterà tale, un solitario pure, e così via. Quindi la domanda da porsi alla fine de Il lavoro della polvere è: Che cosa è cambiato? Cosa è realmente cambiato?

© Gianni Montieri

Esco di casa con la faccia del giorno qualunque, un giorno che potrebbe benissimo finire nel passato come spazzatura indifferenziata. Mi muovo rapido, ma non ho l’esigenza di correre, e neppure una valida ragione per farlo. Sento l’acqua scorrere sui capelli, sul viso, sulle mani. Sì, piove. Il cappotto grigio in un attimo diventa più nero che grigio, forse aumenta di peso. Non importa.

Ho sempre odiato gli ombrelli, ho sempre amato l’acqua fredda che cade dal cielo. La doccia si può aprire e chiudere a proprio piacimento, l’acqua fredda che cade dal cielo no: lo decide lei quando iniziare e quando smettere. Pensiamo di avere il controllo sulle cose, di poter decidere, pianificare, anticipare e procrastinare. In realtà controlliamo un cazzo di niente, se non qualche evento marginale, quando ci va di lusso.

Aspetto il tram sotto una nuova pensilina di plexiglass già battezzata dagli artisti della città, quelli che ai signori distinti piace definire vandali. A giudicare dalla sovrapposizione di simboli, calligrafie e colori, pare abbia ricevuto l’estrema unzione invece del battesimo. Vicino alla svastica azzurra scopro che Tony è un gran figo, e appena alla sua destra trovo il cellulare per prendere nel culo i trenta centimetri di un bisex molto socievole. Mi faccio l’idea che l’azzurro non sia un colore adatto alle svastiche. Non importa.

(dal capitolo Due – pag 11 ©Fabio Pasquale)

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