Inediti di Giuseppe Nava

da “Nemontemi”

nemontemi
se ne va il veleno a poco a poco
da quei cinque giorni innominabili
si sposta l’asse delle cose amate e dà vertigine
per noi che ci vediamo nello specchio che fuma
si raggrumano risposte, si staccano le croste
dalla pelle tatuata, si incide la ferita
e si succhia via il veleno, a poco a poco,
non fa male dici, ma l’anno nuovo
deve ancora incominciare


*


cose, mi hai detto, che ho colto tra le spugne del sonno,
cose mai dette, infilate a forza in una ragione,
circoscritte allo schema, ridotte all’etichetta consueta
delle stagioni e le loro promesse, cose, che scivolano via
se l’incoscienza delle forme dona grucce o stampelle
a sorreggere il passo verso il nulla, cose,
che l’inciampo lascia a terra a sanguinare,
e con il sangue disegnarne la memoria che ogni volta
mi scuote la testa in una smorfia, un tic, un no
detto ad alta voce


*


oggi – oggi sono gli odori, nei corridoi e nelle androne
attirano attenzioni fuori luogo, marcano territori senza ricordi,
atrii e ventricoli di case e di arterie
non palpitano attese dietro le persiane, né il cono
di luce sulla tavola, d’inverno, nemmeno quello ritorna,
nemmeno per chi cerca la ferratura di ogni cosa
per condursi sano e salvo alla corrispondenza delle forme
e non sfaldarsi, non disperdersi in aria, essenza, odore


*


è buio e l’occhio addomesticato teme il rischio
di giocare troppo con la fortuna, una luce che filtra,
una fiamma fiammella fuoco fuochino cerino accendino
che guizza d’un tratto ma dove non sai –
lo scopo del gioco è restare nel gioco, di mano in mano
passa il fiammifero acceso al contrario e forse
lo puoi controllare, partita che si apre, luce che filtra
e la fine quali dita brucerà con lo zolfo?


*


un colpo di tosse, lo squasso dei bronchi, il corpo
che trema e non cede e che insegue il tuo corpo –
da quale tradizione di geni prendiamo il sapere,
l’agire e il malare, da quale testo mai scritto
abbiamo preso parole, m’hai scritto che tutto va bene
nei tempi e nei modi previsti da un male diverso
più a fondo nella gola, fin oltre i bronchioli,
in un’asma, una tosse, un respiro che manca
all’esame dei sintomi che ci hanno condotto qui


*


abbiamo tolto i lacci e le cinghie, abbiamo sciolto i nodi,
mollato le cerniere, abbiamo oliato i cardini e le maniglie,
abbiamo stappato le bottiglie, abbiamo aperto i rubinetti e le conserve,
parliamo a bassa voce ma noi non abbiamo paura degli spiriti
che passino pure, e passeranno, chissà se a meraviglia
resteremo a bocca aperta o se sapremo chiuderla e imparare
il momento giusto per poi dire


*


se basta un gesto, lo stomaco stretto al pugno,
la notte che passa senza sonno, se basta un gesto
che sposta l’aria della fine verso il centro del mondo,
l’elenco si può modificare ogni momento, i nomi
dei morti, di anni trentuno, di anni ventiquattro,
se basta un gesto chi può dire: io non c’entro,
non conosco nessuno, non è neppure il mio momento,
se basta un gesto come girarsi, gettare con noncuranza,
scrivere una volta di più o di meno, non dire
non guardare, non controllare se basta –
avremo presto il panico alle spalle –
qualcuno dirà perché non l’hai detto,
come potevo aiutarti, bastava dire,
bastava un gesto




Nota dell’autore
Nemontemi è una raccolta in fieri che prende piede dal concetto dello stesso titolo (per quanto provvisorio): nel calendario azteco l’anno era diviso in mesi da venti giorni, più altri cinque giorni per arrivare a 365. Quei cinque giorni erano chiamati appunto nemontemi, ovvero giorni vuoti, inutili. Erano considerati giorni infausti, le azioni quotidiane erano ridotte al minimo, tutti si chiudevano in casa e ai bambini nati in quei giorni veniva predetto un futuro disgraziato. D’altra parte erano necessari a far tornare i conti, a rientrare nel circolo del tempo e a ricominciare con un nuovo anno.” (Giuseppe Nava)

3 comments

  1. Nava qua afferra il margine delle equazioni quotidiane e le cristallizza umori grafici, in immagini che crescono dagli angoli della vita. Chapeu!

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  2. Grazie anche a te, Alessandra, per questo appunto imprescindibile, che un refuso non è un vero refuso se non sottolineato. Si, intendevo dire proprio Chapeau.

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