Joni Mitchell: un’icona della musica in evoluzione, oggi

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Joni Mitchell, non-convenzionale musa del folk, poi del pop-rock, poi del jazz a fianco di artisti del calibro di Wayne Shorter e Jaco Pastorius (per citarne alcuni), e ancora del pop. Musicista e pittrice. Amelia, Edith, Hejira e, nonostante le mille facce, sempre se stessa. Una ventina di album, la maggior parte dei quali uniscono sapientemente cantautorato e poesia, arguzia melodica e improvvisativa a lyrics raffinati. Un grande talento, una grande passione, un enorme e sconfinato feel musicale.

Era da un po’ che Joni Mitchell non si concedeva al pubblico, soprattutto a causa di un periodo di malattia lungo, di un ritiro dalla scene che dura da più di un decennio e oltre – salvo qualche spizzicata apparizione fuori programma, ad esempio nel 2008 con Herbie Hancock, poco dopo la pubblicazione del magnifico album tributo che lo stesso pianista e compositore dedica alla musica della Mitchell. Joni è però tornata in scena, poco prima di compiere 70 anni (la data fatidica, il 7 novembre di quest’anno): prima ha concesso una lunga intervista alla CBC e poi si è dilettata in una spassosa chiacchierata al Luminato Festival di Toronto, a fianco del grande batterista jazz Brian Balde e del critico del New York Times Jon Pareles; presso lo stesso, ha tenuto anche una rara performance e alcuni artisti si sono esibiti onorando alcuni suoi brani celebri (maggiori informazioni qui e qui). Non mancano i riferimenti alla profondità dei suoi testi, che gli americani riconoscono come esempi di lirismo altissimo; non mancano in particolare certi criteri critici interessanti, ad esempio l’evidenziare una geometria costante, che prosegue in molti di essi. Non mancano le citazioni; non manca Duke Ellington.

Qui Joni soprattutto si (ri)racconta, con un percorso che la rende un’artista agli occhi del mondo trasversale e coerente, con un punto di vista sempre personale e solo “suo”. Non è importante, a mio modo di vedere, se si condividono le sue posizioni in merito all’arte e alla vita e alla carriera, dal primo folk a Blue, dal periodo di Court & Spark a Mingus; dai Four Quartets di T. S. Eliot mai musicati a Shadows and Light; dalla chitarra al piano, dal piano alla chitarra, e poi l’ultimo lungo periodo fuori dagli schemi, in una dimensione pop molto alta e ‘altra’. Ciò che conta – e forse non è nulla di nuovo – è solo la ri-affermazione di un sé molto poco ordinario, e in questo rivoluzionario. La sua musica resterà immortale, la sua voce unica. Questo si celebra qui: non un gossip ma un’icona, un pezzo di storia del secondo Novecento. Ci vuole molto fegato per restare come si è – “she’s really a black man in a blonde woman’s body” -, per compiere una carriera del genere nel music business, una carriera di queste proporzioni, in cui gli errori, le incomprensioni artistiche, le difficoltà non mancano. Ci vuole molta forza per affermare ancora queste parole che seguono:

per suonare e performare serve l’istinto e l’essenzialità, ma per avere un’anima artistica, un’identità si deve avere intelletto e trasparenza.

la foto è di (c) THE CANADIAN PRESS/Galit Rodan

8 comments

  1. Non ti conosco Alessandra, ma per questo tuo meraviglioso regalo domenicale, per te potrei far pazzie! Mi hai dato preziosi minuti di gioia e di sorridente nostalgia. Come posso ringraziarti? Sei da amare e spero con tutto me stesso che l’amore della tua vita sappia che tesoro di donna stringe tra le sue braccia. Scusami, ma non sono mai riuscito a separare Joni da qualcosa che nel profondo mi modella l’anima, un sentimento così caldo e intenso che mi manipola e mi rende sopportabile il mondo e i miei simili. Grazie!

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  2. anche per me è così! volevo diffondere queste due interviste, perché vale la pena di ascoltarle ed un modo per dare loro dignità era creare un post ad hoc. eccole quindi! amo anch’io joni, moltissimo. grazie.

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  3. Sono tornata più volte a leggere l’articolo di Alessandra Trevisan su Joni Mitchell, artista che amo per le ragioni ben messe in evidenza qui e per altre ancora. Sono tornata a leggerlo, perché la grazia e lo studio che ne costituiscono il tessuto si fanno filo rosso, vademecum, guida all’ascolto e insieme tributo. Non una parola è superflua; al contrario, invita al viaggio nell’opera di Joni Mitchell, che schiude l’accesso – che sia il primo o sia l’ennesimo non importa – a una ricerca in continuo divenire, “in evoluzione”, come precisa il titolo. Grazie

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