Fabio Teti, 10 poesie da “nel malintendere (2007-2012)”

[…]

l’antenna fuori è sopra       è grigia        smette     

– non è / più sé dacché subisce / l’urto dello sguardo che la torce
in poche righe scritte dopo dove capta / appena il video in cui una bocca
è di ologramma e lo rifiuta

«hai solo

queste fosse, spostamenti, per conoscere?» (si chiede dopo). sta
in una sua psicomachia per via di sera e vetro. «se hai scritto                
è necessario sparire è per questo», risponde l’altro,
che non sta impresso sulle cose e

images

freon del frigo – altre lancette. torto;
buio visto; e quando detto
ipotenusa

[…]

le cose viste stando prima no non stando
solo prima delle frasi – ricevendola è prodotta la figura,
d’impedimento, in porta e ottone, in maniglia che ha dentro
il vedersi colliquare – troppo sporco regge allora
l’intenzione, questa di vertere su vertebre,
dei fatti fare, dei fatti fuori, taciuti dalla:
la frase non li sbalza ai celesti del Bilderberg,
qui non sgancia chi la scrive dalla stanza
dei comunque necrofagi: prodotta forse la figura,
d’intendimento, non ha statura
per tenerla – sé come in deficit,
ha sentito, di finzione
potrebbe

cliccare su undo, rianodizzare le rètine

[…]

o per ipotesi la chiave, girata a vuoto,
non fa rientrare in una casa – sarebbe dopo
pioggia a taglio in cui durare
sulle tratte dei notturni fino a giorno,
che non ritorna, che è solo un nero non chiodabile
di storni, sulla stazione – quale sapere,
forme d’insetti – punte dei piedi dove troppi
strati sciolti di scontrini. le cose viste stando prima,
non stando prima della frasi
né un pensiero s’è comunque
fatto esatto – durato quanto,
quattro secondi – e non è questo:

di tibie e fìbule, di pterodattili.

circa la stanza stata vuota, invece.
oggetto «il vero». lo spazio senza specchio
speso in posa, poca,
di pece

[…]

se uscendo, se entrando, fa differenza
– strombo con morte le forfìcule, di luce.
come la fa da dove guardi la soglia / e lampadina,
anche, se svitando con un panno
gli occhi dentro il filamento
di tungsteno. (e sempre s’è
per dirne nenia, niente, «ci
vorrebbe un altro vaso di gerani»

o interrogarne ancora cuoia
di toro –

            casa tagliata nelle cuoia del toro

[…]

quarto e quinto da gastro (conato)
(costato contro il freddo) – uno ha il joystick
gli altri giù nello scotòma – non è una
scelta, sapere, o è una scelta, la frase: attraversando
il corridoio è attraversato, la frase: citofono
sentito con il nervo, e sottovoce chi da dentro
«amècche, bengasi, zabí almi». la frase allagamento,
da questo, né come; fino al
balcone va che è un margine
di corto, guardare – non fa
vedere chi le ha dette le parole
della mosca masticata
nel sonno

. . .

[…]

essendo poi lo stesso ‘non sapere’ che sostanzia
i materiali e scarsi nessi della frase       fase dove l’anno
non è quello e lui spalanca      scatola in cui tiene
plastica ocra dei soldati, trovata vuota, trovate anzi
alcune parti di neviera       lacune       acacie       poi la zucca
cava marcia coi barbieri
che in latino gli stenagliano
via i denti –

il solo fosforo vicino è alle lancette,
quando si sveglia. continua la torsione della faglia.
continua questa guerra
d’ipotetica frizione con la guerra

[…]

la decisione è dall’ammasso
degli assiomi che lo hanno (che anche fanno
la somma che assonna – è il neutro artato,
uno, e zero sempre d’ombra intorno – di qui scurirlo,
scucirlo dalla, parola casa (passi che andando
dal balcone alla cucina – con qui inasprirle,
sugli occhi, le quattro nocche fino a farsi
fare rossa e messa in forse la vista, vedere in questa
andarci storto il forno doppio alla giunzione
che se funziona ha una verifica
in conati. («la conoscenza,
quasi» – si dice;

non ripulisse il vomito da terra

. . .

                                              

                                   dein aschenes Haar Sulamith

[…]

storpiati,

nel modo di frainteso che
muri metri che hanno dentro il versamento,
e non lo hanno, di altri metri – e loro «andare e rivolvere,
molte cose» e ad un istante «non vedi,
sono fabio» – ma ha ragione: trovata foiba,
foiba compresa ora nel proprio del nome,
e non tenére di quello. (niente,
lei alzata, dormendo, si è alzata,
«che fai qui», ti chiede,
e le sclere:

«che tu qui non dovresti esserci» –

e avesse detto, certo, avesse invece
detto essere                 cosa avresti poi potuto
                        obiettare

[…] 

che l’hai calato, da mano a spalla nella gola;
trovando il fondo, no, trovato il tenero dov’era
quella, (dov’era l’unghia), e scuro un fóndaco, ecco,
con seviziati… (cosa serrata nel cranio,
fai non sedata). [nome, anche diceva, è dopo grumo
di carne di sangue, e ricevuto; e il ricevuto no, suo andare
identico, murato, da un archivio a un archivio,
e architettando pareti, per scorte, poi scarti, parnasi:
panneggi buoni, sapendo, al non sapere…
[la cava cavia invece che puoi farne, fra uno
e uno: se tiene aria, dentro;
se attraversata

. . .

[…]

immagini anche quelle come con le
ali i piraña, ridanno ora sfondati, dei vetri,
un getto di soldi per questo per molto
nascondere la stanza quella lorda nell’ascolto
dato agli ìndici o una permuta, invece, dei dati
qui se il dubbio nello spazio è dello spazio, seguìto
è un ragno oltre lo schermo vede i cavi
poi la polvere, l’incàvo
lì sarebbero le lampade
infilate, le chimiche, nell’ano,
le spaccate sulla pelle,
il fosforo che
brucia

[…]

*

Fabio Teti è nato a Castel di Sangro (AQ) il 17/12/1985.
È redattore di «gammm.org», «puntocritico.eu», e di «eexxiitt.blogspot.com». Suoi testi sono comparsi in diverse riviste, lit-blogs e web-zines tra cui «Semicerchio», «Nazione indiana», «L’Ulisse», «lettere grosse», «Allegoria», «Sud». ha partecipato a “Poesia totale – In voce” (Roma, dicembre 2010), alla quarta edizione di “RicercaBO – laboratorio di nuove scritture” (Bologna, novembre 2011), e da ultimo ad “Ex.It – Materiali fuori contesto” (Albinea, aprile 2013; nel volume antologico che raccoglie i materiali ivi presentati, è possibile leggere la sequenza di prose in fieri sotto peggiori paragrafi).

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

7 commenti su “Fabio Teti, 10 poesie da “nel malintendere (2007-2012)”

  1. […]
    E’ come in una chiesa sconsacrata,
    è un rosario
    di non credenti, recitano cose proprie e arcane.
    Chiedere cos’intendono?
    A occhi bassi ascolti
    e ti guardi le mani.

    A. M. Carpi

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  2. “In me la parola giunge da vicino”, scriveva De Angelis. Non so se fosse in questo senso che lo diceva, ma in queste tue poesie mi colpisce l’auscultazione millimetrica, “spasmodica”, degli scatti e delle contrazioni di corpo, mente e (non-, dis-) visione. Complimenti.

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  3. vi ringrazio per le letture e l’ospitalità.

    @ Maddalena Lotter:
    chi scrive e chi legge (chi scrive è – anche – chi legge) stanno e possono stare *dentro* un testo allo stesso modo, affiancati, oppure diversificare le proprie strategie conoscitive; le intenzioni contano relativamente, restano su un piano metafisico, rispetto alla materialità di quanto è scritto, e al suo inevitabile rigenerarsi in seno all’esperienza del lettore.
    la “verità” di un testo, in altri termini, può non essere l’adeguamento a ciò che “voleva dire” l’autore (altrimenti sì, ci sarebbe un altare – un potere, di estetizzazione e comunicazione – a separare i due momenti, i due soggetti, e non, invece, una differenza di contesto e dunque di esperienza, un salto o una discontinuità passibili di aprire ogni volta a nuove relazioni).

    Un saluto a tutti,

    f.t.

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  4. Desidero ringraziare Andrea e Japoco per i loro commenti ,Fabio per la disponibilità e per l’integrità della sua ricerca e Maddalena che con una bella poesia di Anna Maria Carpi ha posto delle chiare domande a Fabio e alla sua Poesia. Credo che non ci sia molto da dire, ha risposto perfettamente già Fabio. La poesia – credo sia principalmente differenza e diversità di visione ed esperienza, per questo deve essere in ogni modo libera e viva anche e soprattutto nelle sue molteplicità.

    Un abbraccio a tutti,

    Luca

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  5. assolutamente sì, caro Luca, tutta l’arte (non solo la poesia) deve essere in ogni modo libera e molteplice.
    grazie a Fabio per aver risposto gentilmente alle mie perplessità, dopotutto siamo qui anche per farci delle domande su cosa sia e come si esprima, appunto, l’arte. :-)

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  6. la densità e il ritmo con i quali Fabio imprime i suoi scritti fa sì che questi testi ingabbino il lettore in un circuito d’immagini e significanti tendendo ad una sorta di risultato linguistico balbuziente, reso a scatti, che nella forza di questa semantica altalenante riconduce ad un’attenta analisi e profonda scansione emotiva. Precisi gli echi di certa poesia, da Mesa, su tutti, a Giovenale e Raos, dalla Guatteri ad altri, non scopro niente di nuovo…però il dettato è personalissimo e originale, mi sembra solo strano che un editore non si faccia avanti per pubblicare Fabio e permetterci di leggerlo su carta, ché ormai mi risulta sempre più difficile concentrarmi al pc…speriamo presto in un suo libro.

    A presto e grazie

    Bux

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