Da “Mappature”. Inediti di Massimiliano Bossini

– Enoch –

vorrei da questa bocca buco cavarmi fuori
tutto come nulla fosse
estrarmi l’intero finito perfetto e che non venga (è assurdo)
da me dentro
perché lo voglio così aperto e lontano
sempre stato lontano
dal chi sono –
in questo modo strano sconosciuti
io e il mio totale a sprofondare nella fanga del verbo a ritroso
fino all’ossidiana
alla violenza
fino all’osso che dice vivi vivi vivi
vivi
bellissimi e avversi per mera incomprensione
gran freddo di pelli bagnate
languore
spaziosa paura
e sarà solo colpa mia
come lo è di dio
e avrà dunque tutto ragione di scontrarmi primitivo
e di costringersi in bestia
e ancora scomporsi e annientarsi per potermi potenza rientrare –

*

– Babilonia –

come uno sciamano
reiterando l’utile opportuno
movimento alla catena
mai cessando col suo strepito di cimbali
di sonagli bosch e hilti e makita
oscillando il capo ossesso nelle fabbriche pianeta
e sgranando gli acidissimi rosari eccolo
che infine cade in uno stato di trance –
e la mediazione
l’illuminazione
la diretta connessione ultraterrena
non è tanto una luce
come ci viene da sempre narrato
ma più un botto buio e un’onda d’urto
che ti accelera una soglia attraverso
che ti cola le punte di ferro delle scarpe –
un istante prima l’eletto
si chiede se sia esplosa la bombola del propano
uccidendolo
un istante dopo mezzo posseduto
con gli occhi mezzi rovesciati
rivela di se stesso biascicando il vaticinio:

non sarà mai più quest’uomo un buon servo
punitelo per questo
additatelo come poeta untore cantore
cultore di ciò che non serve

*

– Yahoo –

il cielo ci ha voluti
nel malinteso
che è un foro passante
bifronte e limbico

comunque un luogo anche questo
di spionaggio
più che d’altro –
da uccellagione

di qui intravedo breve un buio lucidissimo
quasi un cielo più lontano –
dall’altro lato si giura al contrario
una gran vicinanza:

lei scrive certa di sapermi arrivare fino alla feccia
al quasi succhiarla

*

– Butua –

è acustica la massa
che si frappone

sostanza cosa oggetto defalcante noi
che siamo quindi lingue di vuoto
aperte sulla sua superficie –
poggiamo timpani ore
tiepide fronti a feritoie
a questa grata indoviniamo ansie
toraci espandersi

frulli d’extrasistole

*

– Brave New World –

raffreddata la cellula accecante
dai flutti di liquido azoto
si poté finalmente accedere al nucleo
che con tutto sommato poco sforzo
venne scisso e penetrato –

dell’alieno perito non ci è detto
ma solo delle sue poche buone cose
peraltro quasi indegne di nota
(cose come un tòcco di pane
spazzolino laser
specie di mutande)

robe in fondo prevedibili che sfiga
tranne forse una –

la crème degli esperti
ci mise 7 anni e 77 milioni di amero
per decifrare con ragionevole certezza
il geroglifico frammento in tasca al pellegrino siderale
ed era il lamento di un ragazzo
per una ragazza
che non ricambiava
il suo amore

*

BIBLIOGRAFIA

Massimiliano Bossini nasce a Brescia nel 1976 e attualmente vive in provincia di Como, sul confine italo-svizzero. Ha pubblicato Forcipe (Il filo, 2008) di cui si possono leggere stralci e note in rete; sempre in rete è apparso Sullo scrivere, sei poesie (absolute poetry, 2009). Il trittico Motosega, finalista a Poesia di strada XIII edizione, fa parte dell’antologia relativa al premio (Vidya Editore, 2010). Nel 2011 ha partecipato alla manifestazione culturale Invasioni (Teatro Sociale di Como) con una serie di testi sull’unità di Italia intitolata Rotazione. La plaquette Abbiamo identiche mani è stata selezionata al Premio Mazzacurati Russo 2012 e sarà dunque in parte accolta nel prossimo Registro di poesia (Edizioni d’if, 2013).

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9 commenti su “Da “Mappature”. Inediti di Massimiliano Bossini

  1. @Massimiliano: ti offenderesti se ti dicessi che non ho capito niente? Tu fregatene, naturalmente, ma mi chiedo chi ti ha ispirato? A quale “poetica” fai riferimento? E soprattutto, non pensi che la parola debba essere per sua natura (non sfogo o delirio) ma atto comunicativo? Cordialmente Renato Bruno http://www.matitarossa.com

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  2. davvero metalinguisticamente vorticose – poche poesie oggi hanno questa discesa a spirale, mi piacciono! r.

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  3. @Massimiliano: ti offenderesti se ti dicessi che ho capito tutto perfettamente? Che le tue immagini mi hanno dato un enorme piacere, perché le ho trovate così dolcemente familiari ai miei momenti di angoscia? “Delirio” non ha alcuna accezione negativa, e dietro quelle immagini non c’è alcuno “sfogo”, signor Bruno, ma una profonda onestà che arriva diretta come una freccia, a patto di voler entrare in comunicazione con lei. E se per qualsiasi ragione – temperamento, natura, diversa concezione estetica – non se ne ha voglia, non vedo alcun motivo per questo ingresso a gamba tesa.

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  4. Bruno, no che non mi offenderei. Tra l’altro sto pensando a quanto sfogo e delirio SIANO atti comunicativi, e straordinari.
    A parte questo, che poco c’entra con i testi qui gentilmente postati da lucaminola che ringrazio, tengo a precisare che i suddetti rubano il titolo ai nomi delle città invisibili menzionate in chiusura allo splendido poema di Calvino. Probabile che stessi cercando (queste poesie, riscoperte da qualche settimana, risalgono ad una decina di anni fa) di scrivere di luoghi reali o immaginari nei/dai quali proiettare una mia visione di umanità frastornata (armata del suo ‘metalinguaggio vorticoso’ come lo chiama Roberta) alle prese con una dimensione spietatamente immensa e schiacciante (vedi l’angoscia che cita Giovanna); ecco allora la città di Babilonia trasformarsi in fabbrica e catena di montaggio; la città di Yahoo diventare lo Yahoo! delle pionieristiche e rivoluzionarie relazioni via chat; la città di Brave New World diventare di colpo il luogo dei luoghi, quello sul quale faccio naufragare il primissimo alieno mai visto, e via dicendo. Mi fermo perché mi pare un tantino di cattivo gusto mettermi qui ad offrire io autore possibili chiavi di lettura; spero quindi sia almeno servito a rendere i perplessi meno perplessi, magari spronandoli ad andare oltre al richiamo pubblicitario (matitarossa) e oltre ai Mah e ai doppi Mah.
    Grazie per l’ospitalità, per la lettura e per i commenti (non vedo più il commento di Fabio Michieli, conteneva domande che non ricordo e quindi non posso rispondergli).
    mb-

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  5. @r.bruno
    Spiace incontrare ancora (nei commenti, per fortuna) il tradizionale fraintendimento del concetto di comunicare/comune. Credo sia giunta l’ora di pensarlo con l’attenzione che merita, visto che disponiamo ormai di tutti gli strumenti necessari.
    Non si capisce poi perchè uno scrittore debba giustificare il proprio linguaggio dichiarando l’appartenenza a una determinata corrente poetica, o tracciando la genealogia della propria ispirazione. Davvero queste informazioni complementari rischiarano il linguaggio, lo illimpidiscono, ne sciolgono fino in fondo i nodi? Davvero le parole hanno smesso di bastare a se stesse, tanto che lo scrittore deve, una volta messo qualcosa in \comune\, fornire parallelamente anche la chiave per aprire il suo dono, per goderne fino in fondo?
    Ma poi, e soprattutto, anche fingendo che questa concezione del \comune\ sia ancora valida: l’interrelazione, l’inter-comunicazione, non è poi contraddistinta dalla semiosi? Dal fatto che il segno è sempre portatore/propagatore di nuova interpretazione, e che questa interpretazione richieda, oltre alla passiva presenza, anche lo sforzo dell’interpretante? Non è sempre (e ogni volta) questo il vero carattere del linguaggio, il movimento cui esso è destinato, la sua vitalità stessa? La carica interpretativa che aspetta di essere detonata appunto dallo sforzo, dalla dedizione e dalla fatica di un interprete?
    Lei a questo punto magari penserà: “certo, ma con un testo del genere, questa dedizione e questo sforzo sono fatica sprecata, perchè non si arriva a niente.” E’ proprio questo il punto. Siamo sicuri che la sua dedizione e il suo sforzo siano stati sufficienti? E ancora, anche se si arrivasse davvero a qualcosa, anche se la distanza che l’interpretante deve percorrere fosse ridotta al più piccolo dei passi, davvero il suo compito potrebbe dirsi concluso?
    ns

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  6. c’è solo una cosa più inutile della poesia ed è il volerla spiegare
    ed una differenza: dell’inutilità della poesia non si può fare a meno

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