C’era una volta lo sciopero

C’ERA UNA VOLTA LO SCIOPERO

 

Era bello andare in assemblea, ascoltare i dibattiti tra i sindacalisti di tutte le sigle. Ai tempi, parlo di dieci, quindici anni fa, alle riunioni indette dai confederali (CGIL, CISL e UIL) partecipavano anche i Sindacati di base e viceversa. I dibattiti erano interessanti, spesso molto accesi. I “vaffanculo” erano una deliziosa abitudine. Verso la fine di ogni incontro c’era la fila per gli interventi al microfono prenotati dai colleghi. Poi, le mozioni al voto. Sfottevamo e criticavamo aspramente quelli che alle assemblee non ci venivano; che, addirittura, a fine anno, non usufruivano di tutte le ore disponibili per gli  incontri sindacali. L’anno scorso ne sono rimaste quattro anche a me. Se mi guardo indietro mi sembra di vedere immagini in bianco e nero, come di un’altra epoca. Invece accadeva l’altro ieri. Dopo le assemblee si andava al presidio, poi venivano gli scioperi, le manifestazioni; la partecipazione era intensa e sentita. Negli ultimi anni sono accadute molte cose e ognuna di queste ha fatto sì che punti fondamentali per i  diritti dei lavoratori pubblici (nel mio caso) e privati perdessero di significato. La prima volta che intuii che qualcosa non girava più per il verso giusto fu, se non ricordo male, otto o nove anni fa. Durante un’assemblea, alla Camera del Lavoro (un nome bellissimo) qui a Milano, un sindacalista della UIL, chiamato a intervenire, dal palco si rivolse alla platea esclamando: “Voi dipendenti” e tu cosa cazzo saresti coglione? Questo fu (per me, ma ho scoperto in seguito anche per altri) un primo segnale di scollatura tra organizzazioni sindacali e dipendenti. Da quel giorno tutto si è lentamente addormentato, per certi versi: finito. Sindacati che faticano a riunirsi, confrontarsi, organizzarsi. Piccoli o, grandi, giochi di potere tra leader (soprattutto quelli confederali). Sindacati di base (per ragioni di grandi numeri) esclusi dalle decisioni importanti, orari d’assemblea non concessi loro in orario d’ufficio, costretti quindi ad organizzarle di sera, dopo il lavoro, come i moti carbonari. I dipendenti sempre meno coinvolti dallo, e nello, spirito di corpo (miglioramento collettivo) ma (a torto o ragione) concentrati sul proprio piccolo, l’orticello come si diceva un tempo. I “Tanto non cambierà mai niente” si sprecano; piuttosto, il singolo si rivolge al sindacalista amico per risolvere un problema personale (permessi, trasferimenti, mobbing). Nessuno sciopera più. Nessuno crede più che la protesta possa portare a qualche cambiamento. Gli  scioperi vengono indetti in maniera slegata, nello stesso mese possono capitarne tre, con motivazioni differenti di poco. Prima la CGIL, poi CISL e Uil, infine quelli di Base. Ora, per carità, le divergenze d’opinioni sono sacrosante e guai se non ci fossero. Il fatto è che spesso per mantenere un principio, o per dispetto, o per manovra politica, l’interesse dei lavoratori viene perso di vista. Lo sciopero del pubblico impiego è indetto – quasi sempre – per l’intera giornata di lavoro o turno. Quella giornata costa a un impiegato medio più o meno cento euro lordi, costo diventato pesante da sostenere per chi ha famiglia, affitto, eccetera. Per chi ha stipendi bassi. La percezione è  che nessuno di questi scioperi porterà a nulla. Spesso sono indetti per protestare contro accordi già presi, leggi già approvate. Fumo negli occhi. Più volte, parlando con amici sindacalisti,  ho detto che lo sciopero andrebbe ripensato e che, forse, in settori come il pubblico impiego, andrebbe giocato sulle due ore di sciopero, giornaliere, divise in più fasce; in modo da distribuire il disagio e far sentire i due singoli che aderiranno allo sciopero importanti tanto quanto i dieci che non lo faranno. Dove è finita la capacità di motivazione dei sindacalisti? Il saperci trascinare in una protesta totale come succede in Francia o in altri paesi? Ancora per quanto tempo dopo uno sciopero dovrò sentirmi dire: “Ma tu l’hai fatto? E chi te lo fa fare, butti via i soldi, tanto non cambia niente” e pensare che in fondo chi me lo dice abbia un po’ di ragione? Mi piacerebbe provare le sensazioni vissute di riflesso qualche anno fa, durante i giorni di sciopero a sorpresa dei mezzi pubblici a Milano. Grossi disagi, risultati ottenuti. Ricordo ancora, con un misto d’ammirazione e invidia, la sera che feci i cinque chilometri a piedi da Piazza Duomo a Lampugnano, maledicendo quegli stronzi che avevano il coltello dalla parte del manico e, allo stesso tempo, volendogli bene perché pensavo fossero nel giusto e che noi una roba così ce la sognavamo.

Gianni Montieri 

9 commenti su “C’era una volta lo sciopero

  1. c’era una volta lo sciopero, e ci dovrebbe essere ancora. E’ vero, costa tanto: ma i diritti non li ha mai regalati nessuno.
    I sindacalisti che siedono in parlamento sono nel posto giusto? O non hanno fatto una scelta su cui si potrebbe discutere?
    Bellissimo post. Da diffondere. Grazie.

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  2. Credo che i sindacati svolgano appieno ed efficacemente il loro compito; canalizzare e narcotizzare la protesta sociale. E’ il ruolo che il sistema ha assegnato loro. La borghesia capitalista, pubblica o privata, non tollererebbe mai organizzazioni dei lavoratori realmente antagoniste al loro potere. I sindacalisti mangiano alla stessa mensa dei padroni. Leggermente diverso il discorso per alcuni sindacati di base, che in passato hanno portato avanti qualche battaglia in maniera abbastanza autonoma e indipendente, pagando con la marginalizzazione cui gli stessi lavoratori manipolati li hanno relegati.

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  3. Che sia in atto una autentica controrivoluzione, mi pare evidente.
    Dopo l’insorgenza operaia degli anni ’60 e ’70, i padroni sono alla riscossa. Ed intendono disegnare i confini della società umana a loro uso e consumo.
    Il modello sovietico, il capitalismo di Stato, non era null’altro che capitalismo. Si sfruttavano gli ultimi a vantaggio d’una nuova casta burocratica. E non era una alternativa. Tutt’altro.
    I partiti comunisti hanno fatto il resto. Distruggendo la Sinistra rivoluzionaria e distruggendo se stessi, eticamente e politicamente, con l’adesione al neoliberismo. Cioè, alla forma che oggi assume il capitalismo.
    I sindacati non sono null’altro che complici di tutto ciò.
    Se mi guardo indietro, vedo che abbiamo perso tutto. Tutte quello che s’era conquistato in virtù delle lotte che i lavoratori hanno fatto di loro spontanea volontà. E i sindacati le hanno dovute inseguire, per non perdere terreno ed egemonia.
    Scioperare oggi, anche se il diritto di sciopero è stato pesantemente limitato, non serve a granché. Neanche gli scioperi del sindacalismo di base ottengono l’effetto sperato. I padroni vanno avanti nel loro progetto, implacabili. Torneremo alla servitù della gleba e allo ius primae noctis?
    Scioperare stanca. E ha i suoi costi. Che non tutti possono sopportare.
    E nessuno, nemmeno i cobas, hanno mai pensato a scioperi che danneggino soltanto la controparte.
    A me sembra una assurda pantomima.
    Non so chi ha scritto che la Sinistra è l’anticamera del fascismo.
    Mi auguro che così non sia.
    Io non sono di sinistra. Ci mancherebbe. Sono semplicemente un anarchico che ha a cuore i destini degli ultimi.
    Prima che scoppi un altro conflitto mondiale, è bene intervenire in qualche modo.
    Manca un progetto credibile di trasformazione dell’esistente e manca l’organizzazione che lo supporti.
    Il resto è drammaticamente aria fritta.
    Socialisme ou barbarie.

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  4. Per Montieri. affermo che ha presentato un pezzo
    che tocca temi sociali scottanti, ed è peraltro un
    bel pezzo. Per sergiofalcone dico che sono in parte
    d’accordo con lui. Per quanto riguarda me, dico
    soltanto che non ho mai approvato scioperi
    selvaggi e dannosi a scapito della povera gente.
    A tutto, credo, c’è un limite, scioperare è sacrosanto;
    ma attenzione! mettere in ginocchio la comunità
    soprattutto in tempi di crisi planetaria, francamente
    mi sembra un’esagerazione che si puo’ e si deve
    evitare. Anche in questi casi bisogna far lavorare
    la materia grigia di cui ognuno di noi è fornito. ud

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  5. noi siamo già boicottati, siamo già messi “bocconi”, cosa non possiamo perdere ancora? Abbiamo già perso dignità, credibilità, presso noi stessi ed è imutile nasconderci dietro false congetture o ipotetiche teorizzazioni. Serve rivoluzionare il sistema e fare la rivoluzione costa, costa in ogni senso, ma questo silenzioso olocausto ha messo in una camera di compressione tutto il futuro e schiaccia da ora ciò che sarà ogni domani. Pensa che il denaro sia il peso che ci schiaccerà. Ma chi si vuole svegliare e pensare che come hanno inventato questo sistema se ne possono inventare anche altri? Innumerevoli altri, compreso quello di raccogliere conchiglie e pagare con quelle.L’economia non è un mostro, è solo la maschera dietro cui si nascono i più meschini fra gli uomini
    f.f

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