Michele Obit: Poesie

(Un ghigno o una vergogna dolorosa)

I
Nello stare in bilico e nella tenerezza
nell’edera che ambigua sta sospesa
sui campanili e tra i cornicioni – nel ricordo
di mio fratello che non conosceva
la solitudine della notte ubriaca (ma poi
si rifece) – nelle scale
scricchiolanti scese a cercare l’euforia
nascosta nei pantaloni – piegata al dolore –
vedo e rivivo quei pochi momenti
come un crampo alla gola – un immergermi
nell’odore di vomito e resina
che sale dalle caldaie spente
e si propaga – certo di arrivare
là dove il conforto non ha pace né grida.

II

Leggo del silenzio: che è altro
che tacere – e dunque per anni
quando mi indicavano come quello
che taceva – avrei dovuto obiettare.
Invece stavo zitto: dentro un ghigno
appena – io il perdente perché il silenzio
era il mio esilio – il vuoto di un morso.

III

Da dove provengo non ha nulla
del mio divenire – io sono il mio passaggio
e le mie stanze vuote ed i traslochi
in pochi metri quadri – l’andirivieni
con l’occhio velato a guardare dall’alto
oceani e miserie – rabbie e amoralità –
la dignità venduta a dispense
che si scioglie come un temporale
quando le palpebre si socchiudono
al principio di un falso chiarore.

IV

Bene – io sono arrivato. Mi piacerebbe
poter dire – sentirlo almeno
il peso del passo più lieve
e l’idea che un posto sia il mio posto.
Un posto che è il mio posto – ripeto
queste parole che vorrebbero
aggrapparsi al terreno – si sforzano
di penetrarlo. Ma quando ci provo
sono l’ombra che mi passa accanto
e fugge al primo tocco del sole
di sbieco a cercare le vittime ignare.
L’ombra di un luogo – l’orizzonte
che si incendia e l’incavo tenace
in un tronco di quercia. Quello è il mio posto.

V

Persone che sono nubi – non pelle
e non corpo – ci fosse un’inutile
passione a distinguere
l’uomo dalla bestia –
ed era appena ieri che dicevamo
il nostro barbaro disinteresse
davanti all’autopsia di un Paese:
lavarsi le mani – guardarle
di nuovo sporche – procedere
al medicamento delle falangi –
concedere allo spettatore attovagliato
“un ghigno o una vergogna dolorosa”.

 

(Un ronzio di carne e di cuoio)

a Roberto Bolaño

In piedi – a volte alzandosi
sulle punte – due occhi toccano
il dorso dei libri – scivolano
sui titoli e quasi si perdono
sulle prime lettere di ogni autore.
Io sono di spalle e solo
posso immaginarlo mentre con garbo
sposta ad uno ad uno gli ingombri e
trova ciò che cerca.
Ad una certa età
si può bere solo con leggerezza.

 

*
Avremmo dovuto fare di questi alberi senza rami
un giusto guardare – un lasciar scorrere
la schiuma che cerca il suo scolo

e di questa terra fredda – di questa neve
che tarda ad arrivare – strozzata dall’Artico
e dagli aborti d’aurora – un giusto sentire.

Avremmo dovuto fare di qualcosa che pare
uno sguardo un modo per sfuggire
all’abisso che ogni giorno tra noi si ricrea

e di noi stessi – nell’oblio della vita –
il peso che sta al bordo di una nube
e la lingua che non sa raccontare l’idea.

 

*
Ja – pa grede, ko si gledu
po hiši an kos karte
an recikliran list od tistih, ki toja
hči uporablja, da te preseneči
grede oginj se je ugasnu
– plamen je padu – an je pokazu
s parstan tamò tam notar
vprašu je vonju kave an tišini
tisto domačnost ki v tuojm slabem
korakom nie znau ušafat.:

Sì – ma intanto che cercavi/ per la casa un pezzo di carta/ un foglio riciclato di quelli che tua/ figlia usa per sorprendenti// intanto il fuoco andava spegnendosi/ – la fiamma cadeva – indicando/ con il dito il buio là in fondo/ chiedeva all’aroma del caffè ed al silenzio quella confidenza
che nel tuo passo / incerto non trovava.

 

(Un divenire)

Che è un duplice divenire – scrive:
straniero nella propria terra – fuggente
a ciò che per lui è estraneo:
che sia casa parola regola
(come un gesso che si spezza senza urto).

Che è un divenire – un io-gesto
un’eclissi che si allontana
mentre attorno la mala tempora
sparge incenso sulle baraccopoli
(come un gesso che si spezza senza urto).

Come un gesso – una polvere appena
dal vento soffiata – e lenta
a cadere si sparge sulle vie assolate
di una città di un sud del mondo – fuggente
a ciò che per noi è estraneo.

 

Nota: Le poesie qui raccolte sono tutte pubblicate [eccetto quella a Roberto Bolaño e (Un divenire)] nell’antologia poetica Le parole scolpite, Edizioni Culturaglobale, Cormòns (GO)

(grazie a Renzo Furlano e a Francesco Tomada)

 

Michele Obit (1966) vive a S. Pietro al Natisone (Udine). Ha pubblicato le raccolte poetiche Notte delle radici (1988), Per certi versi/Po drugi strani (1995), Epifania del profondo/Epiphanje der Tiefe (2001), Leta na oknu (2001), Mardeisargassi (2004), Quiebra-Canto (Colombia, 2004), Le parole nascono già sporche (2010) e Marginalia/Marginalije (Lubiana, 2010). Ha tradotto in italiano i più importanti poeti sloveni delle giovani generazioni e scrittori come Miha Mazzini, Aleš Šteger e Boris Pahor.

12 comments

  1. Grazie, Gianni, per avere pubblicato qui le poesie di Michele.
    Al di là del rapporto di affetto e di stima personale verso di lui, io penso che sia uno dei migliori poeti in assoluto; inoltre andrebbe ringraziato per la sua opera di traduzione e divulgazione del lavoro altrui. Lo scrivo io perchè so che lui (Michele) di sè non lo scriverebbe mai.

    Francesco t.

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  2. Per noi di Poetarum (e per me personalmente) è un piacere ospitare le poesie di Michele che è bravissimo sul serio. In merito alle sue traduzioni, ne ho già parlato con lui e parlerò anche con Francesco Marotta (che ne ha già pubblicate) per fornirne una selezione anche qui su Poetarum.

    Grazie a tutti

    g.

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  3. Poesia autentica ai miei occhi, perché poesia migrante per sorte e per elezione; leggo i versi di “(un divenire)” come una dichiarazione di poetica in tal senso. Sono felice di leggere le poesie di Michele Obit anche su Poetarum Silva.

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  4. Mi piacciono tantissimo. Grazie per averle condivise, anche quelle che non avevo letto nel bel volume per Culturaglobale.

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