Nicola Tonelli, Biondo con gli occhi celesti

BIONDO CON GLI OCCHI CELESTI

Racconto di Nicola Tonelli

« E se adottassimo un bambino?»
Lo chiede con occhi disperati.
« Potrebbe essere un’idea», rispondo senza convinzione.
« Ho tanta voglia di un bimbo da tenere in braccio.»
« Ci saranno da compilare documenti.»
« Non m’importa.»
« Ci saranno colloqui con assistenti sociali e psicologi.»
« E allora? Non ho paura se mi sei vicino.»
«Lo sai amore che sono pronto a tutto.»
«Magari biondo con gli occhi celesti.»
Penso d’aver dilatato le pupille e a stento ho trattenuto un sorriso.
«Si, così ci faremmo notare ancora di più. Ora dormi cara, ne riparliamo domani.»
Mi giro sul letto dandogli la schiena, per un attimo la sento sospirare, un sussulto del materasso mi dice che sta soffocando il pianto.
Potrei passarle il braccio sotto la testa e avvicinarla a me. Quante volte l’ho fatto e altrettante mi ha sciorinato la sua tristezza di non essere più donna, il suo panico verso ogni cosa, la sua rabbia verso il mondo. Ma stanotte non posso esserle d’aiuto. Mi sistemo in posizione fetale.
Domani andrò in comune a chiedere la documentazione per iniziare le pratiche d’adozione.
«Buongiorno Signor Rosi cosa desidera?»
La conosco di vista perché ci incontriamo ogni mattina al caffè del centro.
«Buongiorno, vorrei tutta la modulistica per adottare un bambino.»
«Un’ adozione a distanza?»
«No! Un bambino vero, possibilmente di pochi mesi, biondo e con gli occhi celesti.»
Sguardo stupito, voce titubante.
«Signor Rosi, e sicuro di quello che sta facendo?»
«Non si preoccupi signora. Buongiorno.»
Mi guarda uscire ed io la vedo, nel riflesso della porta a vetri, che si gira verso il collega della postazione accanto. Indicandomi sorride di biasimo.
Guardo il foglio che mi ha consegnato. Oltre ai soliti certificati, ci sono descritte le procedure per richiedere l’adozione: indagini da parte di servizi socio-assistenziali, colloqui con psicologi, analisi dell’ambiente familiare, situazione economica, motivazione della domanda.
Ha avuto tre aborti spontanei entro il terzo mese, con l’ultimo raschiamento le hanno tolto le ovaie. Desidera un figlio più di ogni altra cosa.
Penso sia sufficiente come motivazione.
«Sono tutta eccitata, non vedo l’ora di iniziare i colloqui.»
«Non credi ci saranno problemi?»
«Perché? Siamo una famiglia felice. Abbiamo una bella casa. Di certo non ci mancano i soldi.»
«Va bene, però non scordarti che potremo trovare difficoltà.»
«Si, ma tu sei tenace, e non ti lascerai frenare dagli ostacoli.»
«Alcune domande potranno far male.»
«Tu mi sarai accanto.»
«Dormi ora; domattina abbiamo il primo incontro con lo psicologo.»
Sistemo il cuscino ben sotto il collo, chiudo gli occhi cercando il sonno tra i mille pensieri che si sovrappongono: moglie, lavoro, adozione.
Mi giro nel fianco preferito, ma il sonno non arriva, allora adotto un vecchio rimedio: con il pensiero comincio a correre. Corro scalzo lungo una strada, dritta e infinita: alberi, gente, case passano accanto in un susseguirsi ipnotico.
E il sonno arriva con gli incubi.
Una grande stanza senza finestre ne porte. Bianca.
Pavimenti, muri, soffitti si mescolano in una soluzione senza alcuna interruzione, senza angoli bui ne ombre.
Sono seduto ad un tavolo bianco dietro al quale due persone ridono.
Le riconosco: la mia insegnante di matematica e il mio ex caporeparto di quando ancora lavoravo in fabbrica.
Ridono sguaiatamente; ridono a bocca aperta mostrando denti giallastri; ridono gettandomi fogli bianchi appallottolati. Non parlano, ridono sollevando la testa all’indietro e facendosi illuminare dal neon il collo pallido. E mi sveglio.
«Buongiorno signori Rosi, questo è il vostro primo colloquio. Io sono Carla, l’assistente sociale mentre alla mia sinistra la dottoressa Luana, psicologa, nominata dal tribunale dei minori.»
Non mi piace la confidenza del nome al primo incontro.
Dopo le strette di mano ci sediamo, intimoriti dall’accoglienza controllata, la stanza non è bianca come nel sogno, anzi anonima e alquanto disordinata.
Al centro un tavolo con sopra solo una cartella, tutt’attorno scaffali in ferro con appoggiati decine di faldoni con date e nomi. Le poche pareti che si possono intravedere sono scrostate e la pittura rosa confetto ormai sbiadita. Al soffitto un neon rotondo illumina male tutta la stanza, due finestre nella parete di fronte sono coperte da una tenda che in origine doveva essere bianca.
Il pavimento veneziano è in più punti consumato, ormai diventato grigio.
L’assistente sociale apre la cartella con il nostro nome e comincia ad esaminare tutta la documentazione che avevo spedito nel corso dei due mesi precedenti: stato famiglia, certificati di nascita, titoli di studio, fotografie formato tessera, dichiarazione  dei redditi e certificati di sana e robusta costituzione.
«Signor Rosi tutti i documenti sembrano in regola, forse un piccolo errore nell’autodichiarazione dei redditi, uno zero in più che si può subito modificare.»
«Non credo. Lo ha compilato il mio commercialista.»
«Vuole dirmi che il suo reddito netto è di 150.000 euro e non 15.000?»
«Esatto,» dico sorridendo, «non ci sono zeri in più. Anzi, non era chiaro se si doveva trascrivere il reddito netto o lordo, voi capite che se fosse lordo crescerebbe ulteriormente.»
Attimo imbarazzante da parte delle due esaminatrici, sottolineato da un’impercettibile inarcamento delle sopraciglia della psicologa, chissà quanti pensieri volgari passeranno nelle loro teste.
Scioglie il silenzio la psicologa.
«La vostra richiesta è alquanto originale.»
«Perché dottoressa?» chiede mia moglie.
«Esistono dei limiti a cui tutti dobbiamo attenerci.»
Ecco, ora comincia la trafila delle allusioni.
«E i nostri quali sarebbero?» chiedo io.
Silenzio nella stanza.
Rumori esterni: auto che passano, bambini che giocano nella vicina scuola materna, la sirena di un’ ambulanza.
Rumori nella mia anima che sente gridare i suoi antenati, i suoi genitori, i mille soprusi subiti dall’ ex caporeparto e dall’insegnante di matematica.
«Non avete pensato di adottare un bambino asiatico?», chiede l’assistente sociale.
«No!» risponde decisa mia moglie.
«Credo sia molto più facile per voi, magari uno del sud America, cileno o uruguaiano.»
«No!»
«E se provenisse dalla Costa d’Avorio o dal Camerun?»
«Senta signora,» dico io, evitando di chiamarla per nome, «ci sono centinaia i bambini italiani in attesa di un’adozione, perché dovremo rivolgerci all’estero. Noi siamo cittadini di questo stato e quindi chiediamo un bambino italiano.»
La psicologa non si scompone e continua a scrivere nel suo taccuino. Io tengo stretta la mano di mia moglie sotto il tavolo. L’assistente sociale sfoglia distrattamente i documenti. Trascorrono secondi, forse minuti, sicuramente anni nel mio cuore, poi la dottoressa alza la testa e interviene dicendo:
«Sappiate che la trafila per l’adozione di un bimbo locale è molto più lunga e non sempre ha buon esito. Se presentaste una domanda di adozione internazionale il percorso sarebbe più semplice; senza contare che a voi le finanze per un viaggio nel paese d’origine non mancano.»
La liquido con un sussurrato “Ci penseremo”.
Ormai non ci sono altri argomenti, le guardo senza parlare, così la signora Carla, con un forzato sorriso, chiude la cartellina e dice:
«Bene signori Rosi, per oggi possiamo terminare il primo incontro, la prossima volta ci vedremo separatamente.»
Si alzano all’unisono, l’assistente sociale raccoglie con la sinistra la documentazione e mi porge la mano.
È sudata, molle, una stretta appena accennata.
Prima di andarmene faccio l’ultima domanda a tutte due:
«Secondo voi possiamo sperare in un adozione?»
«Certamente signor Rosi», risponde la signora Carla.
«Biondo con gli occhi celesti?» chiede mia moglie.
Silenzio.
Risponde la dottoressa di cui già non ricordo più il nome.
«Comprenda signora Rosi, noi dobbiamo garantire la salute psicologica del bambino.»
«Credevo bastasse solo tanto amore.»
Lasciamo la stanza mano nella mano, poi, sul marciapiede, fuori della porta d’ingresso del consultorio, lontano dallo sguardo indagatore di quelle due, abbraccio mia moglie e la stringo forte.
Passano due vecchi trasandati in anonimi abiti grigi che fanno risaltare i nostri Kaftan verdi con risvolti turchesi. I colori della terra dei nostri antenati.
«Varda Toni stì do neri come i se basa.»
«Si Bepi, me toca vedar simmie anca fora deo zoo.»
«Tuti in Africa i dovaria esar spedii.»
Non finirà mai.
Mio nonno aveva ragione: anche se vestirai come un bianco rimarrai sempre “Quello di colore”.
Incontro gli occhi scuri di mia moglie, sorrido, prendo le chiavi e apro la porta della Jaguar parcheggiata di fonte.
Ci accomodiamo sui sedili in pelle, accendo il motore e mi immetto in strada.
Vedo i due vecchi in attesa alla fermata dell’autobus, grigi come la loro vita; abbozzo un sorriso.
La vendetta è un piatto che si serve freddo diceva sempre mio padre.
Schiaccio l’acceleratore e ci allontaniamo.

 

Breve Nota (auto)Biografica

Sono nato a Dolo il 21/11/1961, laurea in Economia e Commercio a Ca’Foscari, insegnante di matematica presso un istituto tecnico. Ho partecipato con miei racconti alla pubblicazione di Cucina di Storie, volume 1, 2, 3, 4 a cura di Annalisa Bruni, Lucia De Micheli. Ho vinto il concorso “La Seriola” a Dolo, il concorso letterario a Campodarsego (Pd), il concorso Poesia Conviviale a Mestre (Ve), segnalato al concorso letterario a Ponte San Nicolò (Pd) e un racconto è stato inserito nella raccolta Angeli nella mia vita pubblicato nell’inserto del Corriere del Veneto del 19/09/2010. Finalista infine al premio “Il GiovaNE Holden” 2011.
Attualmente insegno matematica presso un istituto tecnico a Mestre (Ve), curo incontri letterari per la biblioteca della scuola e seguo un progetto scolastico per pubblicare un’antologia di racconti scritti dagli studenti.
Quando dico che scrivo molti fanno un sorriso di circostanza: pensa te, un insegnante di matematica che scrive racconti.
Ma forse che i professori non possono sognare?

 

 

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