Interruzioni, transfert, derive – (uno sguardo su Illacrimata di Nina Maroccolo) (post di Natàlia Castaldi)

Interruzioni, transfert, derive – (uno sguardo su Illacrimata di Nina Maroccolo)

“[…] parlare (scrivere), equivale a non pensare più soltanto in vista dell’unità, e a fare delle relazioni verbali un campo essenzialmente dissimmetrico dove vige la legge della discontinuità; come se, una volta che si sia rinunciato alla forza ininterrotta del discorso coerente, si trattasse di identificare un livello di linguaggio dove si possa acquistare il potere non solo di esprimersi in modo intermittente, ma di far parlare l’intermittenza, con una parola che non unifichi, che accetti di non essere più un passaggio o un ponte, una parola che non pontifichi ma sia capace di superare le due rive separate dell’abisso senza colmarlo e senza ri-unirle (senza far riferimento all’unità)” (Maurice Blanchot)

Certo, ci sarebbe da intenderci sul significato della parola intermittenza, o meglio ancora di quelle che lo stesso Blanchot definisce: «interruzioni». Le interruzioni sono anche quelle zone franche in cui l’io narrante crea – consapevolmente o inconsapevolmente – uno spazio atto a ricevere l’altro, una sorta di luogo ove l’altro possa venire all’io. Un luogo ove relazionarsi, anche e soprattutto verbalmente e letterariamente. Nina Maroccolo, conscia di queste necessità, non solo mette in opera l’io e l’altro, ma si concede il lusso di creare una nuova figura che deriva da una sorta di transfert. L’uso, talvolta spiazzante, della prima persona (un uso al neutro, avrebbe detto Blanchot, perché restituito da un terzo) le permette difatti di divenire Antèlami o Eichmann (i personaggi a cui sono riferite due delle sezioni del libro), o meglio di far sì che il divenire letterario si costituisca attraverso un corpo fisico (il suo) impegnato a restituire le «intermittenze» di altri due corpi, quelle per così dire forzate del discorso “processuale” tra Eichmann e i suoi accusatori, e quelle mistiche che arrovellano Antèlami. Da qui (e da tanto altro) la mancanza di linearità propria dell’opera.

Ci sono testi che hanno bisogno di note, chiarimenti, riferimenti e altri invece che viaggiano da soli senza bisogno di guide. E ci sono anche testi che – per la loro ricchezza e complessità – sono naturalmente destinati a spalancare porte, creare punti di fuga.

Questi ultimi sono i testi la cui funzione – più o meno salvifica; ma questo dipende dalle singole sensibilità – è principalmente quella di evocare, di moltiplicare le strade da battere, di creare delle situazioni letterarie dove il gesto dell’autore pretende un gesto di ritorno da parte del lettore.

Testi come Illacrimata possono avere dei risultati altalenanti nel gradimento soggettivo, ma non possono creare una situazione di indifferenza.

In ambito letterario questo è sicuramente un pregio.

Attraverso un processo che è allo stesso tempo estensivo e intensivo, l’asse paradigmatico di quest’opera – pur possedendo precise connotazioni – più che ancorarsi saldamente a stili, tradizioni e riferimenti sembra perennemente impegnato a spezzare qualsiasi tipo di catene, per meglio consegnarsi alla deriva. Forse perché in una situazione di deriva diviene naturale sospendere e rinviare piuttosto che fissare e definire. Forse perché la deriva presuppone una sorta di abbandono. Ma non un abbandono totale. La deriva consente di restare nei pressi della cosa. Ecco allora che Maroccolo disegna una distanza che le permette di tenere sotto controllo il suo parto e di indirizzarlo verso vie sempre più strutturate e articolate. (Enzo Campi)

***

 

V’è qui reale:

lo allevamento di crocifisioni, li derelitti.

Fra tante nominanze Tu, cinghiato da l’odissea

verso l’alto. Ché qua giù, ne lo basso insaziato,

mica s’ascende! Per lo sepolcro terragno

quel ch’eravam varca ‘l confine,

s’inerpica d’intorno la testa,

vuole per ‘l nostro vuoto trafitto

schiodarti, sì far molle quel braccio crollato

arresa cagion di carezza. Che Madre Tua accolse

del dolore lo atto, la stretta notte.

Carezza che, onde a vista fece allungar mano,

a vista inumata si fece.

*

V’è qui certezza:

più tosto volli manifesto ‘l marmo.

Lo scalpello picchiai a scroscio movendolo.

Fu suo lo battito, fiume di vene,

come d’ira l’arteria.

Mentr’io battea

soffersi li occhi tuoi,

anima sovr’altra anima

come traesse vita

la tua da la mia.

Non v’era nulla di vero.

Non v’era più fiato.

E da la Croce,

ov’io urlai Cristo germoglia!,

deposi gl’arnesi. Smettendo ‘l core

di dire, l’Equatore intravidi.

E tu, per un nido superno

venisti.

*

V’è qui lo abbraccio:

in figura di cuore scosceso.

Parea tuo vero quest’avvinto padre

con sì grande amore.

Era Giuseppe peregrino, misero

d’Arimatea. Che amò lo midollo

divino fondamento con medesima lingua.

Ma quando li sonni suoi divennero

d’un romor stupiti, poter fuggirsi vento

anzi ch’esser tramortito di presso

‘l tuo crudo petto,

ch’egli sostenne quasi mancando.

Or che gl’occhi s’insalino

di lacrime nove

Giuseppe torni tacito figlio

per l’increspature del costato.

Vicino ti patisca.

In fine, com’estinto lamento

lo pullular s’aggiri de l’afflitto.

Quivi lasciasse vento

‘l divenir.

*

E l’albero di duecento catene ebbe allucinazioni,

forse illuminazioni. C’aveva, l’albero, una saggezza

che abbracciava tutti, pure i ciottoli di Aci Trezza:

 

Né prima né dopo né altrove

perché notte non riedifichi giorno

né addenti il sole insaccato

o mi perderò tra ciclopi dissepolti

– ospiti marini scroscianti visioni

quanto una folla di spettri,

nel passo turbinante d’un cieco

nello strillo acuto del calcagno.

Palpito sfiorito

dove crudeltà è più verde.

L’accanito tramonto

– un coperchio.

*

L’albero di duecento catene pianse nuova linfa alle gemme origlianti

e alle zagare intristite. Ebbe a dire che la Natura ce l’aveva con

l’Uomo e che Natura e Uomo dovevano, invece, allearsi:

 

Sfiatano gli addii i canti dei pescatori

ammarrati come barche

alle pietre di Aci Trezza.

Discendono gl’occhi – le stille

non s’acquetano.

Troppa tristezza per galloriare.

*

L’albero di duecento catene terminò la sua intima preghiera al

mondo. Insieme ai Malavoglia, Natura e Uomo lo ascoltarono:

 

Trattenetemi innervato

alle branchie increspate dell’Etna

bendato da questa luce granitica

che pesa ­– pesa

come la deriva d’un respiro di corda,

accasciato tremulo pesce

alle reti.

Vita alla pietra.

***

[…]

Non occorre certo uno specialista di vivisezioni per cogliere in questo libro elementi di classicità antica e di lingua medioevale da Jacopone a Dante, allusioni all’alta letterarietà neoclassica (l’illacrimata di Foscolo) come allo scabro verismo verghiano o all’espressionismo novecentesco, comprendendo in quest’ultima categoria anche, magari, le torsioni sintattiche e semantiche di Zanzotto o di Amelia Rosselli. Attraverso un tale intreccio, spesso fitto come una selva oscura, ciò che riusciamo anzitutto a cogliere è l’emergere, nel cuore del magma, del mistero e del caos, di alcuni nodi di senso aguzzi come punte, pietre, rocce, scogli o frammenti d’osso. Queste punte assumono la forma di coppie oppositive, di parole, immagini o idee in contrasto reciproco: vita/morte, alto/basso, notte/giorno, visibile/invisibile, conoscibile/inconoscibile… Grazie a queste, e altre, linee di tensione il tessuto testuale si dispiega come un tormentoso incontro-scontro tra forze lampeggianti e cieche, cosmiche e storiche, sacre e malefiche, umane e divine… Per creare l’«odissea verso l’alto» della Crocefissione, Antèlami abbatte sulla pietra uno scalpello pesante d’ira, rabbioso come un ingorgo di vene o uno spasmo della carne, mentre le figure zoomorfe create da lui stesso o dai suoi allievi sul Battistero di Parma guizzano come “vuote illusioni”, “lemuri mentitori” o “scimmie su e giù per la schiena” del tempo (quasi come in una visione di Burroughs da LSD) schiudendo, paradossalmente, degli spazi di verità. In modo simile e diverso, un eucalipto radicato sulle pendici dell’Etna dialoga col fuoco e la lava del vulcano, col sentimento dell’esilio o dell’infermità, col vento, le zagare e l’anima dei poveri per testimoniare ciò che vive “dove crudeltà è più verde”, ciò che muore quando la voce della guerra chiama. Tutto è se stesso e altro da sé: le parole fiottano come frecce, gridi, invocazioni, squilli, preghiere o paure; s’inarcano e si flettono, si rattrappiscono o s’impennano per cercare di dire qualcosa che nonè contenibile in nessun linguaggio, e che potremmo, forse, indicare come il cuore stesso, infinito del sacro: il battito insondabile del mondo nel miracolo del suo continuo rigenerarsi attraverso e oltre lo scandalo della morte e del male.

[…]

La modernità come l’autrice la intende è anzitutto il rischio di un’impasse linguistica: se da una parte l’Etna mangia la voce dell’albero – coscienza inerme di un trapasso storico a cui può solo assistere, anima del mondo in esilio –, d’altra parte il processo ad Eichmann evidenzia come si possa “morire d’una morte / lessicale”, come, cioè, il linguaggio, strumento di ogni ideologia, possa distruggere la vita, terribile e ottuso come un’arma senz’anima. (dalla prefazione di Paolo Lagazzi)

***

Fate parlare il Tempo!

 

Nudo d’una nudità impertinente, il Sole, Signore della luce

Infinita, proliferò come elemento devozionale: custodito,

sorvegliato, vigilato, benvoluto da tutti.

Nell’universo intero apparve il riflesso eternato, immortale.

Scintillante trono di Loto.

Secondo il patto di velocità, l’astro divenne padre; in divenire,

figlio.

Divenuto, rinacque bambino: Loto d’Oro, il piccolo Buddha.

Terra Madre ne fu felice. Ma era stanca, molto stanca per godersi

quella bella novità cosmica.

Prima di addormentarsi ebbe solo la forza di sussurrare:

“Per oggi ho camminato abbastanza…”

***

Nina Maroccolo, Illacrimata, Edizioni Tracce, Pescara, 2011

http://www.tracce.org/Maroccolo.htm

***

Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004. Scrittrice, performer, artista visiva – è curatrice di libri e antologie. Ha fatto parte della casa discografica CPI (Consorzio Produttori Indipendenti, Firenze), responsabile dell’Associazione Culturale “Il Maciste”. Ha partecipato a trasmissioni su RAI1, RAI2 ed altre emittenti televisive. Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999), con prefazione di Alda Merini; Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009), postfazione di Eleonora Pinzuti; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004); Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova Cultura 2008), a cura di Fabio Pierangeli; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008), a cura di Marco Palladini; Nitrito d’Argento (Neobar 2009). È presente in numerose antologie.

4 commenti su “Interruzioni, transfert, derive – (uno sguardo su Illacrimata di Nina Maroccolo) (post di Natàlia Castaldi)

  1. Come lo sguardo di Enzo Campi indica in ampiezza e in profondità, con precisione e ricchezza di riferimenti, testi come “Illacrimata” di Nina Marroccolo “non possono creare una situazione di indifferenza”. Il percorso tra i versi di chi, tra discontinuità e derive, sceglie di spezzare catene, richiede di affrontare curve, salti, dislivelli. Eppure, se si sussurra, come Terra Madre spossata al termine del giorno: “Per oggi ho camminato abbastanza…”, si avverte pienezza di senso. Non un sentiero è lasciato inesplorato.

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  2. Né prima né dopo né altrove

    perché notte non riedifichi giorno

    né addenti il sole insaccato

    o mi perderò tra ciclopi dissepolti

    – ospiti marini scroscianti visioni

    quanto una folla di spettri,

    nel passo turbinante d’un cieco

    nello strillo acuto del calcagno.

    ……………………….

    o della deriva reticolata…

    Complimenti a Nina e a Enzo per la bella recensione…
    lettura che richiede molto tempo…e molte note…e molte riletture…

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  3. Piacevolmente sorpresa da tanta espressività poetica.
    L’originalità è anche riprendere un liguaggio dimenticato e farlo diventare più vivo che mai.

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