[Novità editoriali] Angelo Orlando Meloni – Io non ci volevo venire qui – Recensione a cura di Francesco Forlani (post di Natàlia Castaldi)

Una risata disseppellirà: Angelo Orlando Meloni

di
Francesco Forlani

'a risa - la risata - Una delle prime incisioni su discoC’è un libro, Io non ci volevo venire qui, (ed. Del Vecchio) di Angelo Orlando Meloni di cui vorrei raccontarvi ma per poterlo fare ho bisogno di proporre le seguenti considerazioni preliminari.
Quando vedo una scena con Peter Sellers non riesco a trattenere le risate. Al contrario, quando mi è capitato di vedere Salemme in televisione, non solo non ridevo, ma mi sentivo anche un po’ pirla rispetto ai miei vicini che si scompisciavano nonostante conoscessero quelle battute a menadito. Non c’è niente da fare. Non si ride tutti delle stesse cose! La questione diventa ancora più complessa quando si varcano i confini e si scopre che la comicità, come la poesia, è spesso intraducibile, non esportabile da un paese all’altro. Non ricordo infatti nel mio lungo soggiorno francese di aver visto un solo film di Aldo, Giovanni e Giacomo nelle sale d’oltralpe e  ho realizzato recentemente quanto un grande comico francese di nome Coluche sia assai poco conosciuto dalle nostre parti. Come è possibile allora inquadrare, canonicamente, una letteratura che si dica comica?

Ed è a partire da tale questione che ho interpellato dei miei amici filologi (segue trascrizione della intercettazione via facebook)

Francesco Forlani: Regà, come ridevano i greci? come si diceva “risata”? etimologia? effeffe
Wednesday at 8:30am

Gigi Spina: allora, siamo seri! in greco ridere si dice gelao (pronunzia ghelao se no sembra un gelato), che ha anche un significato di risplendere, brillare, c’è un libretto recente del Melangolo, Come ridevano gli antichi, di Tommaso Braccini, che è un dottorando senese che conosco, il testo di riferimento è il Philogelos, una specie di antologia di barzellette, che è anche edito da Mario Andreassi, Le Facezie del Philogelos, barzellette antiche e umorismo moderno, editore Pensa Multimedia di Lecce (2004); quanto al latino rideo e risus nessuna etimologia sicura, forse lo si lega a una radice sanscrita che significa jouer, danser. Mo sei contento mo? Speriamo che Daniele non smentisca tutto!!!!
Wednesday at 12:04pm

Francesco Forlani: Me ne scrivi una? di barzellette greche antiche (con testo a fronte) il cui tema sia quello dell’identità,,,dai Gigi poi ti pago da bere o vuoi dei bondi di stato Pompei?
29 minutes ago

Gigi Spina: Questa è la più carina: “Come te li taglio? domandò un barbiere troppo loquace, In silenzio, disse un tipo dalla battuta pronta”.
Sull’identità posso suggerirti (ma non so se funzionano per i tuoi scopi, identità è tante cose):

“Uno dei due fratelli gemelli morì. Un cervellone (scholastikos), imbattutosi in quello ancora vivo, domandò: Sei tu che sei morto, o tuo fratello?”;

“Dopo aver visto la luna, un cervellone chiese al padre se anche nelle altre città vi fossero delle lune simili”;

“Un tale cercava uno scorbutico. Quello rispose: Non sono qui! L’altro si mise a ridere e disse: Menti, riconosco la tua voce. Canaglia! disse lo scorbutico, se te l’avesse detto il mio schiavo gli avresti creduto, io invece non ti sembro più attendibile di lui?” Cicerone nel de oratore racconta lo stesso aneddoto a proposito di Ennio e Scipione Nasica (questa te la scrivo in latino!):

“Cum ad poetam Ennium venisset eique ab ostio quaerenti Ennium ancilla dixisset domi non esse, Nasica sensit illam domini iussu dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quereret, exclamat Nasica domi non esse, tum Ennius: Quid? Ego non cognosco vocem – inquit – tuam?. Hic Nasica: Homo es impudens: ego cum te quaererem ancillae tuae credidi te domi non esse, tu mihi non credis ipsi?”

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Bene!

A parte il mistero che ammanta il reparto maternità dei jokes, blagues, e suvvia dicendo (chi l’ha scritta per primo? Come ha viaggiato?) dal prezioso suggerimento possiamo desumere che il cervellone (scholastikos), ricorreva allora nelle barzellette greche come il carabiniere nelle nostre, il belga in quelle francesi e le bionde nelle anglosassoni. Quando si scrive un romanzo, vd il recente, La battuta perfetta di Carlo D’amicis, o il comico viaggio sentimentale di Angelo Orlando Meloni, la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che il carabiniere, la bionda, il belga, lo scholastikos, sono tutti concentrati, quasi sempre, nella voce narrante. Sia quando fa battute, in prima persona, sia quando le battute se le fa raccontare e ce le racconta.
Nel caso di Io non ci volevo venire qui  ritroviamo, effettivamente, questo condensato di mots d’esprit che come minuscole tessere sparse un po’ ovunque, ricompongono l’allegro mosaico di un romanzo (comico) di formazione. A differenza di altri libri che tentano l’assalto al riso del lettore, ricorrendo al celebratissimo, televisivo cabaret che ormai non fa ridere più nessuno e che negli esordi letterari si manifesta attraverso quella che chiamo letteratura giovanilistica yuppi yuppi, dai titoli assurdi e spesso televisivi, la prova di Angelo Orlando Meloni, a mio parere si colloca, seppure timidamente, in quella tradizione letteraria secondo cui, come ebbe a scrivere Milan Kundera : ” Uno degli sbagli dell’Europa è di non aver capito l’arte più europea, il romanzo, né il suo spirito né le sue immense conoscenze e scoperte, né l’autonomia della sua storia. L’arte ispirata dalla risata di Dio non dipende per sua essenza, dalle certezze ideologiche, ma anzi le contraddice. Come Penelope, essa disfa, nel corso della notte, la trama che teologi, filosofi, scienziati, hanno tessuto durante il giorno. […] “
Ancora una volta loro, i greci…
Mi sono permesso di usare un pezzo da novanta come lo può essere un libro quale “L’arte del romanzo” perché a dispetto di quanto non si possa credere, il comico è uno dei generi più bistrattati dalla critica e dall’editoria in generale. Ma cerchiamo di capire allora come un giovane autore siciliano sia riuscito nell’impresa.
A mio parere è la sua abilità di montaggio, più specificatamente nell’organizzare transizioni da un modulo all’altro – ora un test della personalità pescato su di una rivista, ora un ricordo scolastico, l’allestimento di uno spettacolo teatrale, l’iniziazione a un corso di scrittura creativa – secondo un timing che non eccede mai né sottrae tempo a quello necessario alla storia per farsi viva e colpire nel segno.

Bene sa chiunque abbia raccontato barzellette ma soprattutto ne abbia ascoltate che basta prolungare di un minuto la narrazione perché l’effetto comico salti. ma come stabilire quel tempo? Da questo punto di vista non penso che esista un ricettario del tempo, diciamo che è un po’ come il QB, quanto basta, indicato nella preparazione di certi piatti (l’AM, A Muzzo, secondo un amico cuoco) e così come si riesce a salare bene l’acqua lasciando alle mani di decidere quanto sale grosso ci vorrà (a proposito le battute si dicono sempre salaci e mai zuccherose) così in certe narrazioni comiche non si sa perché né come quel tempo è indovinato.

Vi propongo così uno dei capitoli iniziali:

2
Fammi un’altra birra

di

Angelo Orlando Meloni

Un giorno, alle elementari, la maestra vi dice: – oggi facciamo le frasette a fantasia.
Santa donna. però quel giorno le cose non vanno per il verso giusto. L’essere che sta forgiando i vostri destini fa una pausa a effetto e aggiunge:
– Mi raccomando, stavolta dovete usare la parola “lungamente”.
Non l’avesse mai detto. Ricordi ancora la faccia del tuo compagno di banco.
Terrore puro.
C’è chi dice rassodi la buccia.
C’è chi dice prepari alla vita.
C’è chi non è della stessa idea.
La parola “lungamente” per voi bambini è peggio di un Ufo.
«Tirò il pallone lungamente» è il meglio che riesci a cavare dalla tua penna. Uno sforzo creativo devastante e infelice negli esiti, in quella giornata nella quale in molti sperimentate il fallimento.
Il tuo migliore amico diventa rosso magenta, vira sul blu cobalto nel tentativo di inseguire l’ispirazione, scrive:
«Il papà ha comprato la macchina lungamente» e sviene a pelle di leone sul pavimento mentre consegna il compitino. Un giorno forse diventerà il paroliere di Carmen Consoli, ma per ora non riesce a convincere la maestra.
Gli avverbi!
Se gli insegnanti più scafati li usano per oscure ragioni pedagogiche, i redattori delle case editrici e gli insegnanti di scrittura creativa li temono come la peste, a causa del loro potere proliferante. Peggio dei conigli. Peccato che per insondabili motivi sia ASSOLUTAMENTE impossibile farne a meno.
Mettiamoci l’anima in pace, è inutile domandarsene la ragione, meglio, molto meglio non lasciarsi ossessionare dalla lunghezza degli avverbi e vivere tranquilli, senza chiedersi troppi perché.
IMPROVVISAMENTE un infingardo potrebbe sentire i nostri lamenti e mettersi in testa di darci un consiglio. Ma se gli avverbi sono inevitabili, lo stesso non si può dire dei consigli.
Non dovremmo né darne né riceverne. lo so che è difficile resistere, ma la grandezza dell’uomo è tutta qua. la forza senza controllo è niente.
Chi non ha paura di un buon consiglio?
Io per esempio ho paura. Molta paura. evito di darli e di riceverli, e se li ricevo mi sforzo di dimenticarli. quando non li dimentico, poi, cerco di applicarli male. come vi potrà confermare più di un buon samaritano, dedicarsi ai problemi degli altri è uno sport pericoloso, perché il sonno della nostra indifferenza genera mostri e, in casi sventurati, un consiglio può generare addirittura “artisti”.
Ecco perché se un nostro amico sbatte le ciglia e ci mette il suo cuore in mano, l’unica soluzione è quella di fare il finto tonto. dissimulare, mentire, nascondersi, darsi alla macchia ogni qual volta sentiamo quell’arietta freddina che accompagna la domanda: «secondo te, cosa dovrei fare?».
Certo, non tutti sono in grado di cambiare discorso come un politico preso in castagna. non tutti possiedono faccia da culo e calma glaciale. non tutti riescono a mimetizzarsi nella folla fino a scomparire. Ma non facciamoci prendere dal panico. non sto dicendo che se un amico o un’amica mettono il loro cuore nelle nostre mani dobbiamo stenderli con un uppercut o sparire come un ninja in una nuvola di fumo. questo, in casi estremi. Il più delle volte sarà sufficiente ordinare una birra e offrire una sigaretta.
È infatti innegabile che fumo e alcol, se pure da evitare al fine di una vita tutta fitness, possiedano qualche pregio di tutto rispetto. Altrimenti, perché l’uomo ci si dedicherebbe da secoli? Il rapido susseguirsi di boccali e sigarette sembra fatto apposta per sviare l’attenzione fino a che, a causa del mal di testa, avremo dimenticato il problema e il relativo consiglio. A quel punto non ci resterà che accompagnare a casa il nostro compare e sospirare di sollievo. e per di più il compare dormirà sodo, annientato dalla sbornia, credendo che la vita è bella.
Certo, non possiamo trascurare l’eventualità che un bicchiere di troppo causi l’effetto opposto. la facile eccitazione tipica delle birre irlandesi, per non parlare del surriscaldamento causato da un paio di gin tonic, potrebbero far perdere la trebisonda anche a un signor spock. ed è storicamente accertato che i consigli più nefasti siano stati dati in seguito a epocali bisbocce.
– Che facciamo con quei rompicoglioni dei Parti, Giuliano? – chiesero all’imperatore dopo un brunch di dodici portate.
– Armate la flotta, ragazzi. – Ma forse il divo Giuliano voleva dire: «fammi un’altra birra». È per questo che a me, se mi scappa un consiglio, viene subito da aggiungere: – non mi prenderai sul serio, vero?
Ed è un sollievo sentirsi rispondere: – fossi matto.

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Enfin

La prova di Angelo Orlando Meloni, da qui intendersi come Prova in senso teatrale (i francesi le chiamano répétitions) è un crescendo di situazioni, paesaggi, per cui man mano che la voce racconta,- al principio sembra intrattenere con il lettore un discorso da io a tu – si popola di personaggi, registi, figuranti, spettatori, mondi. Il materiale che fa da supporto copre tutte le arti, da quelle visive, soprattutto il cinema, a quelle teatrali e letterarie.
La lingua che racconta la voce ha la purezza dei ragazzi, alla Holden, la stoltezza dei soldati, alla Schweik, o quella romantica dell’ Hidalgo. In ogni caso ci sembra di riconoscerla come se fosse la nostra, quella dell’infanzia. Viene allora, da chiedersi, in chiusura, quello che a un certo punto, per test interposto l’autore si chiede, domanda al lettore, e rispondere, naturalmente con la lettera c.

    1) Hai avuto un’infanzia felice?

a) no.
b) sì.
c) non ricordo

3 comments

  1. forse un po’ fuori teme, ma leggendoti era ovvio ripensare a quello che una volta si leggeva sui muri
    “una risata vi seppellirà”
    forse si doveva prendere meglio la mira.

    un amico sere fa mi raccontava di un anziano e vanesio uomo di potere, che durante una cena privata in un lussuoso ristorante romano, raccontava stupidissime barzellette, meglio se a sfondo sessuale, tra le risate forzate e finte dei suoi ospiti.
    ci (gli) hanno tolto anche la libertà di ridere di cuore!
    o forse è sempre andata così, nelle stanze del potere, solo con un po’ più di discrezione..

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  2. secondo me hai colto nel segno
    così come per altri casi (che guevara uno di noi, scritto sotto le insegne dei neofascisti) anche la capacità rivoluzionaria del riso è stata espropriata (esproprio poteraio) a beneficio di un moralismo cupo e cattocomunista ma soprattutto di barzellette raccontate male
    effeffe
    moltOT

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