Carla Saracino su Lorenzo Calogero (per le voci della luna)

 

Dipinto come un lapis. La Poesia di Lorenzo Calogero.

Da Le Voci della Luna n. 47

di Carla Saracino

«Tu non fai che amarmi», esordiva Lorenzo Calogero in una delle sue poesie più conosciute, contenuta nella raccolta Quaderni di Villa Nuccia (1960). Colpisce di questo verso l’ostinazione dell’atto, la ripetizione di un piacere che è l’amore, indubbiamente, quando diventa conseguenza di un’azione e quindi sua moltiplicazione, seppure attraverso forme impreviste e tenacemente prolungate.
L’ostinazione di un atto fa presagire il sovra-presente, una categoria a sé, diremmo, un presente superiore perché chiamato a raccolta dalla dimensione della profondità. Il presagio si divincola su quella soglia che, un attimo prima d’essere varcata, è il limine del tempo raccolto, il tempo talmente raccolto da non aver più l’urgenza di descriversi in un passato, in un “adesso”, in un futuro. Tu non fai che amarmi, scrive Calogero. La tensione della forza ripetuta. Lo sforzo, senza il compromesso.
Ecco, il presente di Calogero dovette essere questo affondamento e questa risalita ad interim, questo ascendere e discendere nel sovra-presente. Immaginiamolo il sovra-presente: un interstizio, anzi il Regno degli Interstizi di Pessoa, il fiume che scorre, sì, ma dentro la luce, l’incalcolabile ansia di mettere fine al tempo e dare inizio allo spazio («tu sapevi il ritorno sul desiderato / spazio […]»).

Lorenzo Calogero nacque il 28 Maggio del 1910 a Melicuccà, in Calabria. A un secolo esatto dall’anno del suo genetliaco, oggi se ne rievoca la nascita attraverso un progetto di studio documentabile all’indirizzo on-line www.lorenzocalogero.it e portato avanti realmente – con  una fatica che trova giustificazione solo nella passione – da Nino Cannatà e dal Gruppo Sperimentale Villanuccia. Il Gruppo, che agisce fattivamente a Firenze, da dieci anni si preoccupa di rafforzare la memoria del Poeta attraverso operazioni artistiche svolte sui suoi lavori editi e inediti. Calogero, com’è provato, dal 1934 e per tutto il resto della sua vita, provò, non ascoltato, ad inviare i suoi testi a scrittori e intellettuali del panorama culturale nazionale. Soltanto Leonardo Sinisgalli lo accolse, lo lesse e accettò, per apprezzamento autentico, di sostenerlo in un ambiente in cui il Poeta stentava ad affermarsi a causa probabilmente delle sue origini geografiche periferiche e di una scarsa disposizione al fare strategico di molti  interessi pseudoletterari.
Oggi Calogero insiste. Insiste, pur nel buio che per anni l’ha celato all’editoria di consumo, quella delle affermazioni titolate, sperimentate dal gusto, dalla moda (ma la moda e il gusto sono isole della frammentazione, isole che non vogliamo visitare, perché tanto malmesse nelle sabbie mobili dell’effimero); insiste in una produzione (divisa tra poesie e prosa, epistole, addirittura disegni a margine dei fogli con bozzetti di facce alate, case, figure femminili) vastissima, che conta circa ottocento quaderni manoscritti per gran parte inediti e tutti attraversati da quella sua inconfondibile grafia minuta, un ricamo della pagina, una piroetta del lapis. Una produzione che ha l’ingegno di sorprendere chi si accosta, il lettore amico-nemico. Il verso di Calogero è un “tu” domestico che a sua volta si riferisce a un “tu” non precisato: lo si ritrova, puntuale, in molti testi: «Tu le interne strutture sapevi/ e questa piccola agile danza. […]; e tu dai vascelli cadevi nel letargo/ nel suono di quelli che sanno essere […]; Tu forse questa sagoma/ alata sapevi inquieta. […]».
Chi è il tu? Un tu che trascende l’identità, che è nota frammentata di uno spartito musicale altissimo, un tu sempre deviato, un tu che vive in verbi spesso scritti all’imperfetto (un tempo vinto dal sospetto di un tempo diletto, sovraesposto, non più ascrivibile a quello, casuale, delle cose umane). E forse, per definire la perfezione di un tempo altro, per scardinare la giuntura di uno scrigno e farne traboccare l’oro, ossia il miracolo del krónos catturato, è morfologicamente necessario il verbo all’imperfetto. C’è qualcosa che frantuma i versi di Calogero senza che essi diventino alienanti o dissipino i nuclei tematici (assolutamente accertabili in ogni loro fisionomia); c’è qualcosa che si esclude e include convulsamente, come un battito cardiaco regolato da frequenze inesatte, e tuttavia non deleterie al punto da provocare la fine del respiro, quel respiro che nel Poeta invece esiste e che arriva ad eliminare il rischio d’una poesia sleale, autoreferenziale, chiusa in sé sola. Poesia, al contrario, generosa, poesia stranamente abbarbicata su un verso distratto, scivolante, sintatticamente sperso ma sempre prossimo al riavvicinamento. Poesia che fluttua sul suono per infrangersi. Il suono c’è e proviene, più che dalla combinazione dei fonemi, dall’apertura delle immagini, dalla loro resa a una volontà creatrice concentrata a crearne il più possibile: queste immagini dialetticamente entrano in contatto con fenomeni atmosferici, più in generale elementi della natura, creature vegetali e animali: «Forse l’ape sgorgata dalla comune tua e mia memoria/ geme […]; Tu eri congiunto con un ramoscello/ solo per ricordo, per amore/ e sul’erba stretta si abbeverò un cavallo/ all’aria che guazza […]; Come acqua cruda/ colava il solstizio ed implacabile/ era il capelvenere: così nel sole/ o nella tua memoria/ imparai molte cose a metà vere. Così mi rapiva infine il sonno»: vasi simbolici – a tratti misterici –  d’una interiorità che spicca nello spazio, forse anche il luogo calabro, la linea dell’orizzonte che ogni conchiglia natale circoscrive nei nostri sensi ricreandone le attitudini emozionali ed espressive. D’altronde, Calogero non abbandonò mai definitivamente Melicuccà. Laureatosi in Medicina a Napoli nel 1937, finì con l’esercitare la professione nel suo paese e nel circondario, si spostò poco: una foto più nota d’altre lo ritrae forse a disagio in una città, Milano (in cui si recò nel ’54 per cercare un qualche contatto editoriale), che potrebbe essere un posto qualunque, il posto improprio, l’anormalità che squilibra un Poeta a cui non è ancora stata restituita completamente la luce, neanche in senso editoriale (di lui abbiamo due tomi delle Opere poetiche, entrambi pubblicati postumi presso l’editore Lerici: il primo del 1962, a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi; il secondo del 1966, a cura del solo Lerici).
«Ma nella cella di un sognatore gli oggetti familiari diventano miti dell’universo», scriveva Gaston Bachelard ne La fiamma di una candela. Leggere le poesie di Calogero è un’esperienza per sognatori. Non per quelli che una lettura comune vuole facilmente abbacinati da una visione statica, ma per quelli sovranamente in grado di partecipare del sogno indossandolo come modello estremo per una “passeggiata” nel Cosmo, quale esso sia, dal Cosmo iniziale delle intuizioni a quello particolare delle rivelazioni. Sembra che il “tu”, sopracitato, cui è impressionante come Calogero non smetta di rivolgersi, altro non sia che un cercare, tra le fronde delle immagini, nella teoria delle immagini, quella estrema, quella trionfale: la suprema. Di qui la ripetizione ossessiva: «tu sapevi», «tu la neve folta potevi», «tu eri lungo i sentieri», «ma tu sapevi questa vicenda», «e tu attendevi».
Parlerei, per Calogero, di un’adesione a un doppio, inteso come interlocutore alternativo, che funge da unico cronometro ammissibile per esercitare il salto verso l’altra regione, quella incline alla celebrazione dello spazio. Un cronometro fantastico, il tu, una zattera da cui partire e però da abbandonare, una volta varcata la terra umida di un’altra sponda.

Sapevo quanto un attimo
era distante al largo e ripartendomi
dentro un enigma chiuso, non chiesi,
non desidererei scendere avantieri
sulle rive del fiume. Forse queste voragini
vuotati candelieri erano, un ritmo
che più non ti persegue o vuoti i sentieri
erano. Dal cammino all’indietro
sarei disceso volentieri dal letargo
sul largo ove, seminando, si odono
i ritmi di ieri, ma simulando,
secondo te era vero uno sguardo.

Non si poteva avere prossimità di questi rimedi.

I versi di Calogero discendono, pur entrando in biforcazioni e viottoli e gallerie e strettoie della immaginazione, in una calma paradossale, minuta e sottile, in una scena apparentata sempre con una precisa comunicazione morale. Morale è la natura che si spettina sul corpo; morale è Marzo, così bigio in fondo al pozzo; morale è ogni fenomeno che mette in dialettica gli esseri animati e quelli non animati, fino a conferire, per il loro tramite, la verità dei fatti. «Tu sei due volte splendente / sotto il giro del sole [] e questo più volte / avvenne a settembre […]». Epifanie in corsa, lungimiranti sorpassi del pensiero, ascese della lingua verso lande di maiuscolo incanto.
C’è una parte di muro, nella casa natale di Melicuccà, rovinata in un angolo dai segni dei fiammiferi che Calogero sfregava per accendersi le sigarette. Forse, annientare il tempo tramite la poesia è un movimento affine a quell’attrito sulla parete, attrito da cui è naturale insorga una fiamma. Forse, è sempre una reazione il principio da cui ha inizio la verità.
I versi sopracitati sono estratti da “Lorenzo Calogero – Dai quaderni del 1957″, a cura di Lucia Calogero, Comune di Firenze, Assessorato alla Cultura, 2006. Tra gli altri testi che di seguito compariranno, alcuni sono tratti da copie di quaderni manoscritti inediti risalenti al 1936, consegnate al Gruppo Sperimentale di Villanuccia dal fratello del poeta, Avv. Francesco Calogero, e trascritti  da Arianna Lamanna in occasione della tesi di laurea in Estetica sul poeta Calogero, presso l’Università di Firenze. Le poesie tratte dalla raccolta Quaderni di Villa Nuccia sono state edite nel 1962 nel primo dei due volumi di Opere poetiche apparsi presso l’editore Lerici.
Si ringrazia il Gruppo Sperimentale di Villanuccia, in particolare nella persona di Nino Cannatà, per la possibilità offerta alla sottoscritta di accedere al materiale, compreso quello inedito proveniente da Avaro nel tuo pensiero del 1955, già visibile sul sito www.lorenzocalogero.it. Un ringraziamento finale va a Michelangelo Zizzi per avermi fatto scoprire, un giorno, il nome di questo Poeta.

© Carla Saracino

5 comments

  1. Grazie per questo contributo che dimostra l’amore dell’autrice per poesia calogeriana.
    Mi piace confermare a arla Saracino quanto ho già hio avuto modo di esprimerLer a voce, a Melicuccà): il suo contributo è tra i pochi scritti che riescono, a mio viso, a dare il giustro valore poetico a quel “tu” sempre presente nella poesia di Lorenzo Calogero.

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