Marco Annicchiarico – e poco più lontano

 

Ho conosciuto Marco Annicchiarico e le sue poesie qualche mese fa, due incontri importanti. Cose che dureranno. Le poesie di questa raccolta “e poco più lontano” mi sono piaciute da subito. Se dovessi sintetizzare in uno slogan la poetica di Marco userei urla sommesse (leggendo qui forse riderà).
Urla sommesse perché? Perché Annicchiarico quando scrive, che sia protesta, denuncia, dolore, amore; quando ci racconta in versi arriva dritto al punto, ogni volta. E ci scuote, ci fa pensare, ci riporta avanti e indietro nella nostra storia, nei nostri tumulti che siano interiori o esteriori. Ogni volta lo fa, come se ti parlasse a bassa voce, ti appoggiasse una mano sul polso e ti dicesse: ascoltami. Senza alzare la voce ma con più forza di tanti inutili strilli.
C’è musica nella vita di Marco Annicchiarico, sua grande passione. La si sente nei versi, nel suono e nella scelta delle parole:
“Le case che affacciano sulla ferrovia, d’inverno hanno
tutte la stessa facciata di gesso e di vento”

da “le case d’inverno” pag. 26

Nulla mi pare superfluo nelle poesie di questo poeta, non c’è l’enfasi eccessiva (sempre rischiosa) di cui non ha bisogno e che è da lui molto lontana. Questi versi, mi pare, ci conducano all’essenza delle cose, alla loro importanza senza strafare, senza annoiare mai.

Qui sotto alcuni testi tratti dal libro

1)

Sedici Marzo Settantotto

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.
Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

2)

Hanno detto

Hanno detto che il tempo non ci trova
mai fermi nello stesso punto. Sempre
in movimento, quasi fosse solo
un divenire di passi a noi ignoti.
Hanno detto che tutto passa e se
per caso ci troviamo ad aspettare
un gesto, questo gesto non sarà.
Mio padre, ingrato, lo sapeva bene.
Il giorno in cui lo fucilarono ero
in prima fila. Aspettò un mio segno
forse il perdono. Invece uscì un sorriso
e lui capì. Non chiese parole
chiuse gli occhi e con un semplice sogno,
in una sola lacrima, capì il mio odiare.

3)

Nella carne

Nella mia carne
si muove lenta, gira
il dito nella piega.
No, non vuole svelare
cosa manca a essere
guarito ora e per sempre.
Il verso è un gesto
che non riesce, che resta
fra le braccia e se dorme
il sonno è girato
dalla parte sbagliata
quella della tua carne.

4)

Piazza Monte Titano

Milano sotto il sole
è l’asfalto che scotta,
che si disegna d’orme
sul marciapiede, mentre la strada
porta fuori città e non lascia traccia.
Alle spalle c’è sempre qualcuno
che segue, qualcuno che odia pedalare
in salita e ti guarda distratto.
Io continuo a camminare dritto,
sfidando la stanchezza delle ombre.
Tu sorridi, e sai già
di quelle storie che non posso raccontare,
nelle mani una bottiglia di Porto
e un indirizzo nuovo,
altri regali in attesa del freddo.

@ marco annicchiarico – e poco più lontano – ed. Lietocolle anno 2009

 recensione di gianni montieri

3 commenti su “Marco Annicchiarico – e poco più lontano

  1. La prima tra le poesie presentate è subito un segno di distinzione. Sedici marzo settantotto: spartiacque, inizio dell’inferno di morte, torbido riflusso, insabbiamento. Alle “urla sommesse”, sintesi precisa di Gianni Montieri, aggiungo: coraggio della chiarezza. Niente è superfluo, è vero, niente è scontato. A sé e agli altri non si fanno sconti. Il rigore, tuttavia, non è mai indice alzato con vuoto sussiego:
    “Tu sorridi, e sai già
    di quelle storie che non posso raccontare”.

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  2. geazie a giovanni e anna maria, e a tutti per lettura. Ovviamente grazie a marco

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