Charles Simic – due poesie (post di natàlia castaldi)

 

La meraviglia della quotidianità che si fa arte, bagliore di conoscenza e comprensione come per un bambino la fantasia che nasce dalla pura osservazione del mondo ancora da scoprire.

Charles Simic rende poesia la trivialità dei gesti coniugali, dei rumori più comuni e degli umori vitali.

Osservazione e penetrazione di fatti e gesti che conducono a metafisiche divagazioni che, da una fase empirica e quasi tattile, sfociano in uno stato di attonita meditazione sul significato più “essenziale” dell’effetto e dell’interazione tra le cose, gli oggetti e l’uomo.

Pareti, muri, colori sembrano avere una vita propria che interagisce empaticamente con l’umanità scarna e routinaria che non si sofferma ma che passa avanti a se stessa rincorrendosi in modo “automatico”, più per inerzia che per consapevole ed individuale volontà.

Ingranaggi che si disegnano nella penombra d’un interno in cui si muovono figure di vecchi amanti, spogli degli ardori, appassiti dei loro stessi fiori, eppure ancora vivi negli odori delle proprie carni e nei riflessi delle pelli in un raggio d’alba che penetri la scena da una tapparella a dare un senso arcano ai soliti gesti.

“…. Erano le 7 del mattino. / Aspettavi che un raggio di sole / ti scaldasse un poco i piedi gelati, / o che tua moglie entrasse assonnata / con la vestaglia azzurra consunta, / e si chinasse con i capelli sugli occhi / a raccogliere il giornale che ti era scivolato di mano /
con quel titolo e una grande fotografia, / e restasse così, piegata, a leggere / intenta, con la vestaglia che si schiudeva a poco a poco, / con le mammelle pendenti e il pelo scuro / ancora umido di sonno che si scoprivano del tutto, / mentre continuava a leggere con quel sussurro spettrale.”
(C. Simic “Il titolo”, trad. Damiani Abeni)

Ricordi d’infanzia e scenari d’un realismo velato d’immaginifico onirismo si stendono sulla carta in modo narrativo, fotografico e piano, rivelando solo alla fine dell’intera lettura un senso di sgomento segreto ed intimo, che rievoca paure lontane eppure vive nell’immaginario adulto ed insonne di un bambino che ha sempre stentato a dormire sonni sereni nell’incubo delle guerre e della precarietà dei suoi fragili giorni.

Hotel Insomnia, Charles Simic

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
“My Blue Heaven.”

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

***

Hotel Insomnia

Mi piaceva il mio piccolo pertugio
e la sua finestra che guardava un muro di mattoni.
Nella stanza accanto c’era un piano.
Un paio di sere al mese
un vecchio sgangherato ci veniva a suonare
“My Blue Heaven”.

Il più delle volte, però, tutto era tranquillo.
Ogni camera aveva il suo ragno in pastrano pesante
intento a catturare la sua mosca nella rete
tra fumo di sigarette e fantasie.
Era così buio
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavandino.

Alle 5 del mattino il passo dei piedi nudi al piano di sopra.
Lo “Zingaro” che dice la fortuna,
al negozio giù all’angolo,
se ne va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, anche il pianto di un bambino singhiozzante.
Era così vicino che per un momento
pensai che a singhiozzare fossi io.

Trad. n.c., 2009

Il disincanto mantiene il suo fascino e la sua aura di mistero nella rispettosa e silenziosa osservazione della natura e dei suoi antichi presagi, inscenati ora dal volo degli uccelli all’orizzonte, ora da un tramonto sanguigno che colora le pietre di un sentiero in un affresco di tinte forti e ricche di contrasti, che delinea i pochi elementi esterni che fanno da sfondo alle vicende degli attori tragici di una quotidiana commedia, che irrimediabilmente si consuma logorandosi entro quattro mura.
Così, mentre il tempo dell’amore inizia, si consuma e finisce nella durata d’un soffio di candela, inscatolato in ritmi e spazi costruiti e fissati per sé dall’uomo stesso, fuori – inspiegabilmente ed incurantemente – tutto scorre nel succedersi di buio e luce.

Clouds Gathering, Charles Simic

It seemed the kind of life we wanted.
Wild strawberries and cream in the morning.
Sunlight in every room.
The two of us walking by the sea naked.

Some evenings, however, we found ourselves
Unsure of what comes next.
Like tragic actors in a theater on fire,
With birds circling over our heads,
The dark pines strangely still,
Each rock we stepped on bloodied by the sunset.

We were back on our terrace sipping wine.
Why always this hint of an unhappy ending?
Clouds of almost human appearance
Gathering on the horizon, but the rest lovely
With the air so mild and the sea untroubled.

The night suddenly upon us, a starless night.
You lighting a candle, carrying it naked
Into our bedroom and blowing it out quickly.
The dark pines and grasses strangely still.

E si ammassavano le nuvole

Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all’orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell’aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi,
ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.

trad. n.c., 2009

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