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BiL: Bologna in Lettere. Premio poesia contemporanea 2018

Giunto alla sesta edizione, il Festival Multi-disciplinare di Letteratura Contemporanea “Bologna in Lettere” si propone al pubblico come appuntamento consolidato nel panorama delle manifestazioni nazionali (e non solo nazionali) che si diano come fine ultimo la diffusione, la promozione, della poesia contemporanea come realtà viva e non stantia, e ancor meno modaiola.
Rientra proprio in questa linea editoriale il bando per il Premio di poesia contemporanea “Dislivelli”; banco che scadrà il prossimo 31 gennaio 2018. (fm)

BiL: Bologna in Lettere 2018
Dislivelli
Premio di poesia contemporanea per opere edite e inedite

 

Il premio è aperto a opere di poesia edite (sezione A), inedite (sezione B) e a poesie singole (sezione C).
Per inediti si intende mai pubblicati in forma cartacea. Testi apparsi solo in rete sono da considerarsi inediti.

I primi premi per le sezioni A e C sono in denaro, mentre per l’opera inedita (sezione B) il primo premio consiste nella pubblicazione gratuita dell’opera da parte dell’Editore Marco Saya.

Tutti i volumi editi partecipanti al concorso saranno inseriti nell’Archivio di Poesia Contemporanea di Bologna in Lettere.

Gli altri premi:

Sezione A
Le opere classificate ai primi 3 posti verranno presentate nel corso degli eventi del festival. Gli autori delle opere classificate dal quarto al sesto posto riceveranno un attestato e verranno invitati a partecipare al festival in uno dei reading in programma.

Sezione B
L’opera vincitrice verrà presentata criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.
Alcuni estratti delle opere classificate dal secondo al sesto posto verranno assemblati in un e-book con scheda e presentazione critica.
Tutti gli autori finalisti riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.

Sezione C
Gli autori delle opere classificate dal secondo al sesto posto riceveranno un attestato e saranno presentati criticamente nel corso della cerimonia di premiazione.

Inoltre, per ognuna delle tre sezioni la giuria si riserva il diritto di conferire una serie di segnalazioni alle opere più meritevoli. Gli autori segnalati saranno invitati a partecipare al reading collettivo che inaugurerà la stagione di eventi successiva (settembre/ottobre 2018). Inoltre il presidente delle giurie si riserva il diritto di conferire direttamente uno o più premi speciali per ognuna delle tre sezioni. I vincitori dei premi speciali verranno presentati criticamente nel corso del reading di cui sopra. (altro…)

Giorgia Meriggi, “Riparare il viola” (di I. Grasso)

meriggiGiorgia Meriggi, Riparare il viola (Marco Saya Edizioni, 2017)

Recensione di Ilaria Grasso

 

 

Riparare il viola è l’intrigante titolo della raccolta di Giorgia Meriggi, finalista al Premio Internazionale di Letteratura della città di Como.
Prima di leggere queste poesie mi sono interrogata sulla natura di questo colore viola e mi erano venuti in mente solo i raggi ultravioletti e ammalanti del sole o a versi impregnati di un femminismo un po’ agé. Immaginate lo stupore che ho provato ascoltando l’io lirico della Meriggi che mi cantava di un mondo vegetale dotato di una grande capacità evocativa. In passato l’unica cosa di vagamente affine era stata per me Fiori fantasma di Ronald Fraser, edito qui in Italia da Edizioni di Atlantide.
La bellissima prosa del libro di Fraser ci racconta di Judy, una giovane botanica “insofferente delle regole della società maschile in cui vive e di un fidanzamento che le sta troppo stretto”. Insomma una fanciulla tutto pepe che reagisce a questo genere di costrizioni attraverso l’atto di immaginare i fiori come esseri dotati di interazione anche erotica con gli uomini che la fa approdare persino a una dimensione mistico-spirituale.

Cominciò a perdersi in lunghe riflessioni, i suoi occhi fissi sulle verdi aste acuminate della thalia genicolata al bordo dell’acqua, pennellate accese nel mezzo di quel mondo smeraldo […] la sua immaginazione si allontanò mentre lei riposava e cominciò a vagare nel mondo delle piante, ma senza troppa audacia, perché la sua anima era diventata troppo sensibile alla percezione di presenze che la osservavano e la studiavano. L’atmosfera umida si era fatta opprimente con il suo carico di essere invisibili. E l’immaginazione dei fiori? Era possibile che anch’essa fuoriuscisse da loro per entrare in comunicazione con una qualche parte di lei, liberata in un anomalo sonno del corpo o della mente?

Nell’io lirico della Meriggi trovo qualcosa di diverso rispetto al personaggio di Judy. Nei testi della Meriggi sono infatti presenti riferimenti culturali e filosofici ben precisi. D’altronde ha studiato filosofia e si percepisce in maniera forte la speculazione che sottende ai suoi versi. La parola usata dalla Meriggi non appartiene a una descrizione bucolica e ingenua del mondo vegetale, anzi ciò che incontriamo nei suoi versi è sì nominato utilizzando il linguaggio del botanico e dell’entomologo ma anche arricchito di un significato nuovo:

So di due coleotteri smarriti
che non sanno niente del vetro.

Di calligrafie rigorose, quiete
di pioppi, risaie fatte a maglia,
no.

La poeta sviluppa, tramite i fiori, i grandi temi del femminile partendo proprio dalla calla, fiore simbolo del fascino femminile che con eleganza essenziale e forza delicata esprime tutta la sua solida bellezza. Alla calla appartiene inoltre una iconica bellezza (viene da kalos cioè bellezza) e una purezza divina. È infatti un fiore utilizzato sia nei bouquet delle spose sia nelle corone funebri dei giovanissimi. Ma la calla era associata, nella mitologia romana, a Venere, la quale si sarebbe risentita della bellezza del fiore, della sua fertilità e del suo ardore e gli fece nascere un lungo e vistoso spadice per abbruttire quel fiore. Di questa leggenda si respira la traccia in questa bellissima poesia:

Recidiva la notte chiude il palmo
fino a combaciare interno delle linee.

Si dischiude la calla, si abbevera
la raganella.

La fortuna è nel contegno del cuore
quando si corica di lato al buio.

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Sonia Caporossi, Da che verso stai?

Sonia Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi. Postfazione di Enzo Campi, Marco Saya Edizioni 2017

Di che cosa si occupa la critica? Quale è la sua funzione, quali sono gli ambiti di ‘esercizio’? I saggi di Sonia Caporossi qui raccolti entrano subito in medias res e sgombrano il campo – prendendoli di petto con le armi, da altri buttate al macero o lasciate ad arrugginire, del «principio di ragione» – da qualsiasi tentazione a indugiare sia in lamentazioni di prefiche (al grido di “La critica letteraria è morta!”), sia da procedimenti che poco o nulla hanno a che fare con la critica. L’intento comune a tutti i contributi è chiarito fin dall’introduzione: l’approccio al testo letterario, il metodo ermeneutico che possa dirsi veramente tale, la critica vera e propria, ancorché – come vedremo più avanti – programmaticamente impura, si avvalgono di strumenti che vanno costantemente posti al vaglio del procedere delle opere e dei giorni, vale a dire dei testi e dei contesti: «abbisognano ugualmente di un approfondimento e di un aggiornamento continuo, di una verifica fortiniana dei poteri, dei saperi e dei doveri ad essi sottesi.»
Alla disamina e alla messa al vaglio degli strumenti si accompagna l’analisi, oltremodo interessante, di fenomeni e fenotipi, che fornisce a chi legge una ulteriore bussola per orientarsi in selve, fumi, radure e chiarità dei campi dell’indagine annunciata e affrontata con polso fermo, conoscenza ampia e brio felice nel coniare immagini e comparazioni. Se ci imbattiamo in formule effervescenti come dissipatio Auctoris, sindrome di Rimbaud, insieme di Cantor, principio di Heisenberg, avremo tuttavia l’accortezza di non considerarle meramente come accattivanti ganci dell’attenzione. Il loro pregio sta nella loro natura (viene da pensare a una riuscita fusione tra genesi e finalità dell’enunciato), giacché si tratta di pregnanti sintesi di un discorso ben articolato e ben argomentato. Insomma, signore e signori, dietro il titolo sul cartellone non si corre il pericolo di imbattersi in un fondale vuoto, ma, per ogni contributo, c’è una pièce densa di pensiero e azione, con tanto di plot e sub-plot, galleria di personaggi, smascheramenti (di miti in voga, di dicerie e, soprattutto, di false polemiche), agnizioni, riconoscimenti, ripartenze e una robusta colonna sonora. D’altro canto, ciascuna di queste pièce aspira a pieno diritto a essere considerata come parte di un opus metachronicum (i livelli meta-, metalinguistico, metastorico, meta culturale sono parte fondamentale del pensiero critico di Caporossi), per prendere in prestito il nome di una ricca e originale opera narrativa dell’autrice, in continuo progresso e con personaggi-punti di vista in vicendevole richiamo. (altro…)

Utopia fuggiasca, Federica Giordano (di Enzo Rega)

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Iniziando a parlare del libro di Federica Giordano, Utopia fuggiasca, Marco Saya Edizioni, 2016, è il caso di cominciare dal titolo e dalla copertina. Dunque, il titolo: Utopia fuggiasca. È solo la terza e ultima sezione del libro a intitolarsi Utopie. Ma se poi il libro tutto riceve questo titolo, vuol dire che per l’autrice la questione è cruciale, nel suo libro, nella sua poesia, nella sua vita. Possiamo dire che la letteratura, e la poesia in primis, è sempre “utopia”, e che l’utopia, come qualcosa che non si raggiunge e non si realizza mai pienamente, è sempre fuggiasca, fuggente, sfuggente. Chi scrive (ma anche chi legge, e attraverso ciò che legge) si protende tra il qui e ora e l’altrove, tra i reperti – sia detto in senso psicologico-psicoanalitico – della propria quotidianità, che cerca di comprendere, e un mondo altro, inteso sia in senso esistenziale che in senso altamente politico, che tenta di prefigurare. Una possibilità altra, un mondo migliore. Utopia, è vero, già nel titolo della celebre opera di Tommaso Moro, è costruzione dal greco ou, cioè non, e topos, luogo: quindi il non-luogo che non esiste. Ma in inglese si gioca con l’omofonia, costruendo il termine con eu, buono, e topos, luogo: in inglese si pronunciano allo stesso modo, ottenendo una polisemanticità che sta quindi a significare: un luogo buono che non c’è; che non c’è ancora, possiamo aggiungere, ma al quale i nostri sforzi potrebbero farci approssimare. Il poeta, e quindi Federica Giordano, e quindi questo libro, stanno tra il qui e l’altrove: tensione tra concreto/astratto che, come nota Bruno Galluccio nella sua prefazione, è ben rappresentato dall’illustrazione di copertina di Riccardo Varini: radici in basso e, dopo una sospensione che in linguaggio matematico oltre che in quello letterario potrebbe essere rappresentato dai puntini, i rami che si protendono verso l’alto, verso un sole, la cui luce è indispensabile per la vita, un sole che non verrà mai raggiunto: ma senza questa tensione/tentativo non ci si muoverebbe, non si crescerebbe.

Una lunga premessa che però credo serva a cogliere il senso della poesia, e l’intentio, di Federica Giordano. Ecco, semplificando, la prima sezione, Luoghi bianchi, è il qui, il concreto, il reperto anche spesso geograficamente localizzato, una geografia non solo orizzontale, ma anche verticale che va in profondità per gli echi che suscita. Luoghi: appunto, per dirla in greco, topoi. Sono luoghi bianchi, forse perché puri, incontaminati. Infatti, nel testo d’apertura, che dà il titolo alla sezione, leggiamo: “Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo: / gli occhi del cavallo – ossi di nespola / il pianoforte e la scordatura avorio, / il sorriso alla sconosciuta. / Il volo del nibbio sulle case, la giornata lenta di Morano”. Dove “luogo” non indica solo il “posto”, uno spazio fisico, ma anche un luogo della mente, nel senso che può avere l’espressione che troviamo a volte in coda a qualche volume e che recita “indice dei luoghi”: ovvero i temi, le tematiche trattate. Ed ecco altri luoghi, concreti e astratti allo stesso tempo, come Ercolano, Pompei, Il teatro di Miseno, Cuma che, pur visitabili qui e ora, si ripresentano nell’eterno ritorno del mito, come diceva René Girard. Anche luoghi più prossimi nel tempo, come il Petraio a Napoli, che potremmo consumare nella distratta quotidianità attuale, si trasfigurano nella luce del mito e della storia: “Luce gialla sul Petraio, / Gatto-Anubi impietrito sulle scale. // Giù dal porto brulica una confusione turca. // Il Mediterraneo intrappolato nei suoi occhi, / una scossa talentuosa e criminale”. Il toponimo “Petraio”, rafforzato dall’assonanza creata con l’aggettivo “impietrito”, ci richiama più cose: da un lato, la concretezza materiale del riferimento e il radicamento alla terra, dall’altro le pietre, intrise di storia e mito, delle stesse città di Ercolano e Pompei. Per quest’ultima, per fare un esempio, leggiamo: Quella pietra longilinea / è risveglio di madre antica”, in cui troviamo il tutto conciliato nell’immagine della madre-terra come origine. La chiusa di Ercolano parla di una “corolla avvelenata / che ha nome memoria”. Questo sentimento originario è racchiuso anche nei versi dedicati a una regione italiana interna, ma nello stesso tempo con affaccio sul mare: “La Basilicata è tutta un timore di mandria che perturba il silenzio. / Primitivo e perentorio il canto corale delle pietre”; una Basilicata bucolica e mitologica insieme che ci ricorda Leonardo Sinisgalli. Sulle ciglia fatte navigli, siamo portati all’altro capo del mediterraneo, a Istanbul, nell’incontro di Europa e Bosforo con versi che hanno cadenza ieratica accentuata dalla spaziatura che tra verso e verso interpola uno spazio bianco e un respiro trattenuto: “Con gli occhi neri e scavatori / guardasti tutto ciò che dentro di me era Europa, / per te è stato niente, una delle onde del Bosforo, / le tue ciglia lunghe navigli”.

Un’utopia che dunque guarda anche al passato, un passato che, rivissuto nella memoria storica, diventa acronico non luogo, un non luogo senza tempo, e perciò eterno, e perciò futuro. È il modo con il quale viene reinterpretata la figura di Ifigenia, sacrificata per propiziarsi la conquista di Troia. Nella seconda sezione, infatti, intitolata appunto Ifigenia siamo noi, la giovane greca incarna tutte le donne, madri sorelle mogli figlie, che lottano per la libertà in qualunque tempo della storia e in qualunque luogo della terra. Con il loro sacrificio, come scriveva Giuseppe Vetromile, introducendo l’antologia a più voci femminili Ifigenia siamo noi (Scuderi editrice, Avellino 2014), in cui originariamente è comparso questo gruppo di poesie di Federica, sono le donne che con il loro ‘sacrificio’ (il sottotitolo di questa sezione è infatti “poesie-sacrificio”) trasformano la civiltà e la storia: un’utopia fuggiasca che si va realizzando spostando continuamente avanti il proprio traguardo. E scrive Federica: “Scegli Ifigenia, / scegli in questo tempo di non morire. / Scegli e conserva il neo sul viso, / scavalca la vicenda”, dove proprio lo scavalcare la vicenda c’indica la progressione del progetto utopico, espressione che chiude anche il testo della pagina precedente. E nel testo che chiude la sezione viene seguito il ciclo di vita di una bambina che diventa donna e poi vecchia nel senso anche di una ciclicità vitale ritornante. Il “pugno chiuso” dell’età che s’incontrano e intrecciano compare anche dopo.

La vita nuova, la vita che si rinnova, ritorna infatti anche nell’ultima sezione Utopie. Così l’autrice registra e ascolta la vita che cresce nel suo grembo: “La bimba si muove inascoltata / nel mondo dei suoni d’acqua. // Non misura la terra / e il suo tempo enorme. // Lei pensa che il suo calcio /giunga fino a te / ed è vero”. Questa nuova vita imprigiona, come in un attimo di eterna sospensione “il tempo nel pugno”. E infatti la madre invita la bambina a restare “ancora per un po’ / dentro il suo giocattolo”, in un tempo prima del tempo, denso di tutte le possibilità future: il grembo materno come non luogo, come utopia. La gravidanza diventa dunque una danza (pro)creazione: per la procreazione appunto come creazione di nuove vite per poi “costruire case, costruire destini, / costruire sulla carogna del caso”.

In questa raccolta la poesia di Federica giunge a una nuova maturità, una poesia a levare, a ripulire, per lasciare ciò che è necessario. Ecco dunque testi molto brevi, pur affianco a composizioni più lunghe, in una varietà di toni tenuti insieme da una voce unitaria e riconoscibile. Opportunamente osserva Galluccio nella prefazione: “è poesia restia ad abbellimenti superflui, si muove sul filo di una tagliente essenzialità per un’esigenza etica di responsabilità della parola poetica e di ascolto del respiro profondo e ciclico della vita; vi prevale calma e lentezza, la concretezza e la nettezza delle immagini, e gli elementi ritmico-sonori costituiscono parte non secondaria nella costruzione dell’armonia compositiva delle immagini e il senso della costruzione in uno spazio-volume”. Nel rapporto parola-silenzio Galluccio opportunamente individua l’influenza di un Paul Celan. Ma nell’utopia retroattiva, che cioè guarda al passato, e al viaggio come ritorno, vi si può ritrovare, intenzionale o meno, l’impronta di un Hӧlderlin. Già nella prima sezione leggiamo di un ritorno, in versi non a caso più distesi del solito, come a raccogliere e riabbracciare quanto lasciato, e con l’interpolazione di un termine dialettale napoletano con forte valore connotativo: “Durante la mia assenza resta immutato il lavorio provinciale. / Sotto le nocelle tutto prosegue, ignorante e in sordina. / Si distinguono gli odori dei fiori, le ormai abituali allergie / e costruzioni mostruose che non finiscono, non fanno presa / tra questi contadini che aspettano la festa. / Nella testa torna un’infanzia intera e non capisco quale parte di / me sia bugiarda”. Un ritorno che, circolarmente unisce la terra dei “ragazzi di Germania” (un testo quasi in chiusura), la nuova patria culturale della germanista Giordano, con la terra dell’infanzia di Federica. Anche questa una, tutta personale, “utopia” in un non luogo che tutti i luoghi raccolga. E dove “festa” e “testa” rimano insieme.

Enzo Rega

Simona De Salvo, La camiceria brillante dei miei anni

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Simona De Salvo, La camiceria brillante dei miei anni, Marco Saya, 2016, € 10,00

*

L’aritmetica della pazzia

Prendete una villetta con giardino, un cane, una famiglia,
parenti affettuosi,
amici numerosi, vacanze al mare. Prendete un padre buono
e una madre accondiscendente.
Togliete la villetta con giardino e mettete una stanza allagata
e scrostata.
Togliete il cane e mettete un vibratore.
Togliete la famiglia e mettete una badante rumena che non
lava i piatti, un padre disagiato,
una madre depressa.
Togliete i parenti affettuosi e mettete datori di lavoro
esigenti.
Togliete gli amici numerosi e mettete solitudine.
Prendete un uomo che vi completa.
Ed ora toglietelo.

*

Quando scende la sera l’Apocalisse si avvicina
ed ogni istante viene spiato muoversi
dai vetri del tram
con occhi spalancati dallo stupore
silenzioso, interrotto solo a tratti dal miagolare di un gatto
tenuto in gabbietta sulle ginocchia
di uno studente.
Quando scende la sera
inizia a piovere sulle pareti
e i vecchi morti si bastonano le gambe
con reciproci inchini al Malvasia
occhi di lupo
mentre quelli di trent’anni restano
con il mento in mano a fissare lo scorrere del paesaggio
post-industriale dipinto
sugli zaini, pochi, del rientro.

*

(altro…)

Sonia Lambertini, Danzeranno gli insetti

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Sonia Lambertini, Danzeranno gli insetti, Marco Saya Edizioni, 2016

Recentemente, Claudio Magris è tornato a percorrere la linea della vanitas, canto della caducità, che non vede, a ragione, limitata alla letteratura barocca europea e di cui individua motivi ricorrenti e variazioni nella poesia italiana dell’Ottocento e del Novecento.
Danzeranno gli insetti di Sonia Lambertini si inserisce con la forza e l’autenticità della meditazione, non meno sofferta perché quotidiana, in questa linea. Chiama a sé, subito, due voci che la caducità hanno modulato lungo tutto il corso della loro scrittura. Sono le voci di Thomas Bernhard e di Ingeborg Bachmann. Di Bernhard è riportato in epigrafe il passo conclusivo di So che nei cespugli ci sono le anime, dalla raccolta Alla terra e all’inferno («So che i morti/ sono gli alberi e i venti,/ il muschio e la notte/ che le sue ombre/ posa sul mio tumulo»), di Ingeborg Bachmann un brano dal Libro del deserto (ma leggo in controluce anche il XV dai Canti lungo la fuga dalla raccolta Invocazione all’Orsa Maggiore: «Ha un trionfo l’amore e la morte ne ha uno,/ il tempo e il tempo dopo./ Noi non ne abbiamo alcuno.»).
Danzeranno gli insetti, sul tumulo. Nel canto della caducità il tempo futuro predispone la certezza. Che cosa intercorre nel frattempo? (altro…)

Bologna in Lettere 2016

logo-bil-nuovoParte domani, Giovedì 12 maggio la IV edizione del Festival Multisciplinare di Letteratura “Bologna in Lettere”. realizzato con il Patrocinio del Comune di Bologna e con il Patrocinio – per le iniziative legate alle Scuole – dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna, in collaborazione con Marco Saya Edizioni e con la Libreria Biblion di Granarolo Emilia

Il Festival è dedicato ad Amelia Rosselli, nella ricorrenza del ventennale della scomparsa, tra le varie iniziative, sono riferiti due concorsi letterari per adulti e ragazzi, e vuole cogliere l’occasione per approfondire in particolare la struttura metamorfica e il multilinguismo che caratterizzavano la sua scrittura. A tal proposito in collaborazione con l’editore milanese Marco Saya è stato curato un volume collettaneo di contributi critici e creativi espressamente riferiti ad Amelia Rosselli, “Il colpo di coda. Amelia Rosselli e la poetica del lutto”. Il focus rosselliano, che verrà disseminato in quasi tutte le giornate del festival, prevede, tra le altre cose, interventi critici di Niva Lorenzini, Francesco Carbognin, Plinio Perilli, Salvatore Ritrovato, Cecilia Bello, Laura Barile, Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, una partitura dodecafonica di Gian Paolo Guerini, una performance di Tiziana Cera Rosco, una mostra fotografica di Dino Ignani, un progetto di scrittura collettiva, un recital multimediale, la realizzazione di un video.
Prevista una performance di Andrea Inglese e Gianluca Codeghini.

Il programma è scaricabile direttamente dal sito https://boinlettere.wordpress.com/programma/

 

 

 

 

Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte

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Gianmario Lucini, Istruzioni per la notte, Marco Saya edizioni 2015

Hanno il sapore di una veglia prolungata, dilatata dal rapido scorrere di chilometri dal sud al nord della penisola; hanno l’impronta (che, sì, fa pensare Mario Rigoni Stern di Amore di confine) della familiarità con la montagna, suggellata dalla consuetudine che si dipana giorno dopo giorno, ascesa dopo ascesa; hanno la novalisiana conoscenza rivoluzionaria dell’oscurità − rivoluzionaria perché rovescia i consueti rapporti di valore, novalisiana perché una delle tappe fondamentali di tale conoscenza è costituita dagli Inni alla notte di Novalis − le Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini. Hanno, più di ogni altra cosa, la voce inconfondibile dell’autore, queste sue Istruzioni che vengono pubblicate a distanza di alcuni mesi dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, editore, “costruttore di pace“. Si tratta di un’opera di altissimo valore, all’effetto profondo e incisivo della quale concorrono tutte le qualità e le caratteristiche della scrittura di Lucini: l’intreccio-fusione di ruvidezza e spiritualità delle Sapienziali, la critica argomentata − e sempre diretta, ché il poeta guarda in faccia gli avversari, di volta in volta nominati e identificati −  del tempo, che ha ispirato le sue numerose iniziative ‘corali’ − L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cronache da Rapa Nui, Keffiyeh. Intelligenze per la pace, per menzionarne solo alcune −, il gesto poetico nato dall’indignazione di Vilipendio. Conoscere le tenebre, praticare l’ascesa, rendere più acuta la vista, tendere l’orecchio, essere sempre pronti per il viaggio, trovare argomenti che vincano «con pazienza/ogni resistenza»: questo è l’impegno, questo è il percorso, questa la proposta per la quale ogni verso rende testimonianza, si popola di vissute “istruzioni”. «Ci vuole un aiuto anche alla metafora / dell’ascesa»: questo aiuto ci giunge, meditato e colmo di risorse, da Gianmario Lucini con le sue Istruzioni per la notte. (Anna Maria Curci)

Domenica 29 marzo, alle ore 17:00, Istruzioni per la notte di Gianmario Lucini sarà presentato all’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic. Relatori: Luca Benassi, Manuel Cohen, Marco Saya. Annamaria Giannini leggerà la prefazione che Giovanna Iorio ha scritto al volume. Per informazioni qui.

.

*

Dalla sezione Istruzioni per la notte 

 

VII – Routine

Quando rientro da lunghi viaggi
è sempre fonda la notte. L’Italia
stuprata dalle luci elettriche mi scorre
veloce a lato,  mi trova e mi lascia
col volto duro del barista all’Autogrill
a pisciatoi orrendi e straniti che declamano
due millenni di cultura col puzzo di latrina
numeri di cellulare scritti col lapis
da disperati sulle ceramiche dei cessi – gli specchi
più fedele del nostro progresso –

e quando dopo il lago appare la mia valle
–  chiara di luna la mia valle e cime innevate –
io non mi sento rincasare ma soltanto
precario sostare alla periferia d’una notte
provvisoria
in un luogo improbabile dove un fiume scorre
a metà strada fra l’inferno e il paradiso;

e mi pare di tornare dagli inferi
per dire tutto ma non so qual cosa dire
con la terra che mi balla sotto i piedi e il corpo
che in balìa di se stesso barcolla
nella notte
anch’esso provvisorio.

(p. 17) (altro…)

Luca Vaglio, Milano dalle finestre dei bar

luca

Attila è musica che rimbalza
sul rumore che arriva dalla tangenziale
……………………………………………….controcanto
miracoloso, mentre Nicola suona
note distorte nel vuoto minerale
che sono elettrodi, cavi, batterie
e gambe di ruggine, tubi lunghi
fino alla grande cassa armonica,
il silo dimenticato di Lambrate

gioco elettrico tra erba e fango
inverno diafano e cappotti
pochi giorni prima che lava
di petrolio coprisse silenziosa
il letto depurato del Lambro

veneri da leonka, capelli lisci
pensieri che raggiano sorrisi

Attila dice “tutti sotto”, ma stiamo
un po’ fuori, vicini ma fuori, tanti
maghi religiosi a sentire un’eco
di ferro che sta sospesa nel freddo

(Nel febbraio del 2010 i musicisti Attila Faravelli e Nicola Martini hanno suonato al silo Insse di Lambrate. Il testo qui sopra trae ispirazione da quella performance. Di lì a pochi giorni si verificò uno sversamento doloso nel Lambro di 10 milioni di litri di oli combustibili provenienti dall’ex raffineria di Villasanta.)

 

*
Seduto tra le voci e la musica
del birrificio di Lambrate osservo
che è poca la differenza tra il colore
rosso-bruno di una Porpora
e il marrone della torta al cioccolato
– anche il tavolo di legno sta lì,
a fare da contrappunto –
e mi sento quasi un evaso
da non so bene dove
forse dalla mia casa
lontana trecento metri
o da una chiusa del tempo.

Penso che fuori dai cassetti
ben ordinati della memoria
ci sia vicinanza tra le cose
che l’anima della distanza
sia un fatto di forma
che alla fine solo la paura
separi il passato dal futuro

 

*
Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta

cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

 

*
Luce fredda che vira
verso l’azzurro-grigio
nella sera di un aprile
di quasi estate
quadro minimo di infinito
nella grata della finestra
che guarda sul cortile

la metafisica delle cose
diventa sensibile
prende forma
se dentro un bar di Milano
si riesce a vedere fuori

 

*
Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
unica luce a far vedere le cose
insieme all’alba afosa di luglio

Linda – è il suo nome italiano,
la sua identità milanese –
mi porta un succo d’arancia
e si siede a un tavolino
non le serve stare al bancone
ci sono solo io
che leggo la Gazzetta dello Sport

si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
tutte primissimi piani
forse poi le mette su Facebook
oppure lo fa per misurarsi il sorriso
la curva dell’incarnato avorio
lei ancora ventenne
arrivata bambina dalla Manciuria
per una parte da diva
qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

 

*
Sei di mattina alla fine di agosto
bar ancora chiusi e quasi nessuna
auto, se ti siedi vicino al suolo
sotto un albero o sul marciapiede
di un incrocio ti accorgi che Milano
ha un suono, come un vento metafisico
che si muove tra le case forte, sordo
forse la nota continua della Terra
che vince sul silenzio della città

 

*
Colico, 4 marzo

Bianco di nebbia
sul lago e l’ombra
lunga del Berlinghera

freddo che sfiora
arriva leggero
senza fare male

scatto due foto
luce di piombo
tra acqua e cielo

vedo la mia assenza
muoio a me stesso
sono differenza

 

*
Fantasma residuo
esito che sfuma
lascia liberi di mancare
di morire forti
a nuova vita
vergini e depurati
da un’essenza troppo nuda
da una volontà di esistere
nel tempo degli altri
nello spazio che trova forma
tra sentire e pensare

La forma del dolore: sperimentazioni linguistiche nella poesia di Maurizio Landini. di Martina Daraio

Pubblichiamo oggi il secondo dei due interventi di Martina Daraio, dottoranda in Scienze linguistiche filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova. Il suo ambito di ricerca è quello della poesia contemporanea marchigiana, terra in cui è nata**, ambito d’indagine cui fanno riferimento anche questi articoli.
Il post riporta la presentazione del poeta Maurizio Landini, che è stata fatta di recente in occasione dell’VIII edizione del festival di poesia “La punta della lingua” di Ancona, con una selezione di testi.

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Maurizio Landini è nato ad Ancona, dove vive, nel 1972.

La scrittura poetica lo accompagna sin da giovanissimo ma la scelta di pubblicare nasce solo in seguito la morte del padre. Il titolo della sua ultima opera è un esplicito riferimento a questo evento: la raccolta, edita nel 2012 dall’editore Marco Saya, si intitola infatti Lo zinco, Lozinco-MaurizioLandini_zps078b8aaee nella dedica leggiamo subito il perché: dice: “mio padre e la cenere li separava lo zinco”. Come spiega l’autore nel suo blog, “di zinco è realizzato l’involucro che ricopre la bara di mio padre, a un anno dalla sua morte, durante il trasporto verso il cimitero di San Benedetto del Tronto, dove si trova il forno per la cremazione. Obbligatorio per legge, esso impedisce una possibile fuoriuscita di sostanze tossiche derivate dalla decomposizione. (…) Lo zinco ci separa dal marcio, dal miasma ma non può nulla contro il dolore del lutto.” Lo zinco è dunque il materiale della cassa in cui è trasportato il corpo senza vita del padre, lo zinco è ciò che divide la vita dalla morte, quello che vediamo da quello che non possiamo vedere, il prima dal dopo, ma che in questo suo potere di separare spazi e tempi non arriva ad impermeabilizzare il dolore.

La raccolta è allora costruita interamente attorno a questo tentativo di avvicinarsi al dolore col solo strumento possibile: la poesia. “Si va con la poesia / incontro alla morte”, recita infatti il primo testo. Con questo obiettivo di comunicare l’ “indicibile” l’operazione compiuta da Landini si configura innanzitutto come ricerca sul linguaggio. Particolarmente interessante proprio per l’alto livello di sperimentazione è la seconda sezione della raccolta, intitolata –sonnia : –sonnia, spiega ancora l’autore nel suo blog, è “la radice sonnolenta dell’insonnia”, è la condizione di attesa del sonno e insieme di arrendimento al dolore. Una condizione di intorpidimento della razionalità in cui a prevalere è l’aspetto percettivo e sensoriale che vive di istanti e squarci piuttosto che di condizioni o situazioni: le dimensioni temporali e spaziali, infatti, nelle poesie di Landini sono pressoché assenti o comunque limitate in stati puntiformi.

Questo tentativo di rappresentare nel testo poetico una sensazione pre-razionale o pre-consapevole rappresenta il fulcro dell’interesse descrittivo di Landini sia a livello tematico che a livello formale ed è, come vedremo, anche l’aspetto più attuale della sua scrittura. Gli anni che stiamo vivendo infatti, e che sono stati definiti iper-modernità, sono da poco succeduti ad un altro periodo, chiamato post-modernità, che per tutti gli anni Ottanta e Novanta ha regnato incontrastato nell’Italia di Craxi e del crescente spirito neoliberista: in anni, cioè, in cui i “padri” erano stati simbolicamente uccisi dalle rivolte sessantottine, le ideologie politiche erano ormai finite o fallite, e il dialogo col passato sembrava possibile solo in forme parodiche. Gli psicanalisti ci parlano della società odierna come di una società caratterizzata dall’ “eclissi dei padri”, dalla mancanza di punti di riferimento univoci e solidi, che ha provocato forte senso di spaesamento e di attesa molto simile alla condizione di –sonnia descritta da Landini. Alla figura del padre si è sostituita quella che provocatoriamente potremmo dire del papi, che è una specie di giovanilistico cugino o fratello maggiore come esemplifica Landini in un suo testo quando scrive: “I padri che vedo sono giovani; / i figli sulle spalle vestono uguali / ai padri”.

L’arrivo dei media, inoltre, ha attivato il processo di virtualizzazione e spettacolarizzazione di ogni evento trasformando anche le tragedie umane in una sorta di show: basti pensare a tutte le guerre che abbiamo “combattuto” davanti alla tv a cominciare da quella Golfo fino all’indimenticabile attentato delle Torri Gemelle, in cui più che all’effettiva devastazione di corpi e di vite sembrava di assistere ad un film. Dagli anni Ottanta e Novanta la finzionalità ha così iniziato a pervadere ogni ambito dell’esistenza (dai discorsi della politica alla retorica del marketing e della pubblicità) producendo un’ipertrofizzazione del discorso e la conseguente impressione che nulla si potesse più dire o fare di veramente autentico. La parola stessa appariva esaurita in un contesto in cui tutto sembrava già stato detto e già stato svuotato di senso. Per dire “ti amo”, spiegava Umberto Eco, ormai era necessario dire “come direbbe Liala, ti amo disperatamente”.

Alla luce di queste premesse si può quindi comprendere perché la contemporaneità, o iper-modernità, per uscire da questa fase di impasse e di torpore debba attivare un processo di ricostruzione che parta dal ridefinire le fondamenta dell’uomo e tra esse, come fa Landini, c’è la ricerca di un nuovo linguaggio. Per spiegare questo aspetto, che è quello cruciale, mi avvarrò anche della lettura del testo ancora inedito di Landini che uscirà a novembre sempre per Marco Saya editore col titolo Dorsale: in questa raccolta, ancora più che in –sonnia, Landini cerca di solidificare la percezione di spaesamento e lo fa innanzitutto ricercando il primordiale, ricorrendo all’archetipo. In Dorsale il vuoto diventa piombo o ferro, antico e rugginoso. Ma non solo: si parla di danza, nascita, morte, proprio in una riscoperta dell’esistenza delle sue componenti più elementari, dalla tavola degli elementi.

All’interno di questo processo di riscrittura delle origini dell’uomo e della poesia si inserisce poi un secondo archetipo che caratterizza la scrittura di Landini e di molti autori contemporanei, e che è quello dell’oralità: la poesia rinasce per essere letta, percepita dai sensi, performata, il poeta stesso rinasce a sua volta nella sua funzione pubblica e ridiventa un cantore, proprio come accadeva secoli e secoli fa agli esordi del genere poetico. Assume allora una grandissima importanza il lavoro prosodico, sui suoni e sui ritmi, attraverso il quale rendere sperimentabile il senso della mancanza come qualcosa di fisico. Nella realtà di una parola mutilata, ad esempio, si rivive l’esperienza disorientante di una perdita, del senso di vuoto. Il silenzio della pagina e gli spazi bianchi vanno quindi in misura sempre maggiore ad insinuarsi all’interno del verso o della parola stessa (con espressioni come “chi-amano”, “mi-dolgo spinale”, “fai come dio, sanguimi” invece se seguimi) producendo un senso di straniamento attraverso il quale dare forma al sentimento della mancanza. Una mancanza, o distanza, che però non riguarda più solo le persone scomparse ma anche quelle presenti: si tratta infatti di un’inautenticità dei rapporti, un’impossibilità di incontro umano che è tutta postmoderna e dalla quale si vuole uscire.

Per concludere, tornando al nesso tra la scrittura di Landini e la perdita del padre, vale la pena domandarsi all’interno di questa rinascita dell’uomo come si costruisca il rapporto coi padri in senso lato: quali siano i modelli a cui l’autore si ispira. Nel corso del periodo postmoderno si sono infatti perse delle figure solide di riferimento anche dal punto di vista storico-letterario. Alla tradizione storiografia desanctisiana si è sostituito un orizzonte polifonico e relativista. Non c’è una sola scuola, non c’è una sola tradizione in cui inserirsi, ma anche grazie ad internet ciascuno è libero di leggere quello che vuole di scegliere i suoi “padri” e costruirsi un percorso personale. È stato infatti significativo che quando io ho chiesto a Landini poeticamente quali fossero le sue “radici” lui in un primo momento mi abbia risposto parlando di “influenze” citando autori presenti, passati, italiani e stranieri il cui unico punto di contatto era l’interesse di Landini nei loro confronti e quindi, in particolare, nei confronti delle loro scelte linguistiche. Questo, che in un primo momento può apparire un limite disorientante e difficile per chi volesse tentare di costruire correnti e criteri di incasellamento degli autori, è però il punto di forza della poesia contemporanea che proprio grazie a questa libertà nella scelta dei modelli e dei percorsi può fornire solide basi ad ogni tentativo di riscrittura creativa, e sostanziale, dell’uomo e della società.

© Martina Daraio

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Si va con la poesia
incontro alla morte, a giorni,
a brani, uno per pollice
gli acini dei rosari.

I

L’attimo prima
del taglio è il rumore

di carne che cede
l’urlo che taglia il lume degli occhi.

III

Cuci mia labbra luminanza
gracile luce la gialla

sbiadisce l’attesa   fila nero
la sutura del giorno.

IV

Occhi calcari mi chiamano
all’ordine de la polvere

le penombre
chi amano indietro i mattini.

da Lo zinco, Marco Saya Edizioni, Milano, 2012.

*

Maurizio Landini è nato ad Ancona nel 1972. Ha scritto le sue prime poesie nel 1986, ispirandosi a un disco di Jean Michel Jarre. Poi si è appassionato a un sacco di cose come la musica elettronica, la fantascienza, i soldatini e l’antropologia culturale, senza rinunciare alla mania di scrivere. La sua prima silloge, Permanenze Lontane (Edizioni della Sera), è del 2011. Nello stesso anno ha creato il progetto di poesia e immagine VersigrafìeEsacerbo (Maldoror Press) è invece un e-book pubblicato nel 2012; nello stesso anno, per Marco Saya Edizioni, esce Lo zinco. Il suo blog si trova qui.

**Martina Daraio è nata a Ancona nel 1987. Dopo aver conseguito la maturità scientifica si è iscritta a Lettere Moderne (indirizzo Storico-artistico) presso l’Università di Bologna, dove si è laureata nel 2009 con una tesi sulla letteratura italiana di migrazione. Nel 2007 ha vinto la Summer Undergraduate Research Fellowship presso il Caltech di Pasadena (Los Angeles) effettuando una ricerca sulla produzione letteraria da luoghi di reclusione nel XVI secolo. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Filologia Moderna (indirizzo Teoria e critica della letteratura) presso l’Università di Padova con una tesi sull’attualità di Calvino. Nel 2013 ha iniziato il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Padova occupandosi del rapporto tra poesia e territorialità attraverso l’analisi geocritica e geopoetica del caso marchigiano contemporaneo.