Dino Campana

Manuel Cohen, A mezza selva #5: Davide Cortese

 

Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo. Darkana di Davide Cortese.

«Il secondo stadio dello spirito è lo stadio mediterraneo. Deriva direttamente dal naturalismo. La vita qual è la conosciamo: ora facciamo il sogno della vita in blocco. […] Sì: scorrere sopra la vita questo sarebbe necessario questa è l’unica arte possibile» (D. Campana, La Notte)

La nuova raccolta di Davide Cortese, Darkana, è la sesta prova in versi di una voce interessante e inquieta e anche, con quest’ultimo libro, davvero singolare, che ha in attivo anche una buona produzione narrativa e versi nel dialetto della sua isola d’origine. Si tratta di un libro di poesia vero e proprio, che si presenta con i tratti peculiari di marcata e di consapevole distanza, tonale e ritmica, dal presente linguistico: non è casuale ed è una scelta voluta, precisa e insistita, consapevole e rischiosa. Come se l’autore ci tenesse a rimarcare il proprio dissenso, o piuttosto, la propria disappartenenza a una lingua della poesia contemporanea comunemente connotata da formularità lineari e da medietà tonali e sintattiche spesso tendenti a una comunicazione tanto semplificata quanto ovvia, e spesso sconfinante nelle lingue di sabbia o di plastica della comunicazione e della prosa più adiacente o prossima.
Sarà questa una delle ragioni per le quali assistiamo, da lettori, a una progressiva discesa nell’enigma, tesa alla ricerca delle ragioni più intime, o propriamente, ‘buie’ dell’essere, nel continuo affronto o combattimento dualistico tra sé e altro da sé, tra bene e male, tra inferno e salvezza. Il viaggio è dunque da intendere quale continuo affondo nell’immaginario linguistico e nell’imagerie fisica e psichica: una catabasi. L’arretramento di marca Orfica, e la ricerca fino alle scaturigini del senso e della sua rappresentazione o resa verbale, visiva e sensoriale, penetra come in un percorso a ritroso nelle ragioni e nella figuralità remota, arcaica e proto-novecentesca di Dino Campana, alla cui risonanza o ascendenza sembra idealmente riconnettersi. Una ascendenza o paternità, citata in un exergo ancillare e anticipatore dello scenario in cui muovere pensiero e azione: ‘bocca-serpente’, ‘cuore-mistero’. Nello sprofondare nell’oscurità, la lingua ha accensioni allegoriche, attua apparenti esercizi di surrealtà, inscena continuamente frizioni di immagini e di senso con metafore ossimoriche che sottendono una lingua tesa, neo-barocca e neo-orfica, verticale, e drammaticamente esposta: un pulsare di bagliori e di luci nella notte, un ardere di figure, un bruciare figurale dell’interiorità sovraesposta, inseguita, cacciata o rincorsa; e allora sono “lampi di buio”, “ruggire luce”, “tigre di luce” e uno “sguardo allucinato”, nel solco della metafora più canonica e di una poetica dell’analogia, dell’inseguito e dell’inseguitore: una pantomima dell’io che si rincorre, confuso nella sua identità di viaggiatore nella notte, o di più classico ‘viaggiatore d’ombra’: «Mi vede./ Lo vedo./ Ha il mio volto.» Tutta l’impostazione della voce è alta, impostata e ieratica (dalla solo apparente fissità o rigidezza) e sebbene priva di ogni enfasi, indica un percorso vertiginoso, una lingua da vertici e vertigini campaniane: il ‘sogno della vita in blocco’. Si prenda, a esempio, il testo Incedo ieratico e fiero:

Incedo ieratico e fiero,
nera perla di silenzio minerale. 
La mantide verde tra i miei capelli.
La bocca come un taglio sul volto.
Mi illumina il fuoco dell’inferno.
Esulta la geenna nei miei occhi.
La strada guizza come serpe nera,
è destriera della mia nudità.
Mi porta sul suo dorso, la strada,
è la serpe che cavalco nera.
Incedo solenne nel nudo mistero
con il vento che trema tra i capelli.
E la mantide verde ha i miei occhi.
Mute vergini in una mandorla gotica
venerano la mia nudità.
Le baciai un giorno che fui bambino
e la tenebra non mi sembrò verità. (altro…)

Davide Cortese, Darkana

Davide Cortese, Darkana, LietoColle 2017

Non è un semplice tributo alla corrente ‘dark’ che attraversa da alcuni decenni – e, volendo riconoscere modelli e ispirazioni, da tempi ben più lunghi – arte e costume; non è propriamente una “descente aux enfers”, una discesa agli inferi (come giustamente, per la raccolta precedente, Anuda, aveva scritto Antonino Caponnetto), perché qui l’immersione è completa e appare senza ritorno, e inoltre perché essa viene definita qui, con un procedere per ossimori che è cifra di questa scrittura, come «ascesa agli inferi». Mi riferisco a Darkana (LietoColle 2017, con un bel saggio di Manuel Cohen, Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo, come prefazione), «l’ottava prova in versi» (Cohen) di Davide Cortese.
“L’altra parte”, marchiata e marcata con il nero, che sia intuita nel proprio intimo o contemplata in un’immagine speculare, non è soltanto colta in un momento di trionfo e dannazione – o meglio, di trionfo della dannazione – ma incede, «nera perla di silenzio minerale», ieratica e fiera, sigillo permanente.
Il “compagno segreto” (Joseph Conrad), così come il doppio svelato in poesia da Alfred de Musset in La notte di dicembre, e, ancora, il «cereo compagno» di Heinrich Heine in Quieta è la notte, non si accontenta più di essere paventato come vergogna, ma si manifesta in ripetuti incontri-intrecci di scorci e personaggi, umani e non, come avviene spesso nella poesia di Cortese e dunque anche in questo suo lungo inno al segno indelebile dell’altro sé, alla sua possente, ancorché invisibile, cattedrale.
Il suo nome proibito, dunque, brucia sempre tra le labbra, naviga nel buio che l’io lirico porta sempre con sé, è «poesia fantasma» che lo attraversa, che solca mari e scava solchi nella carne. La sua presenza è insopprimibile, arroventa e avvinghia – figura balzante da un quadro di Théodore Géricault o di Arnold Böcklin – il prodigio della fusione tra poesia e arte figurativa, tra paesaggio lagunare (Venezia principalmente, alla quale non sono estranee le suggestioni di Sorgegondolen di Tranströmer e che Cortese era ritornato a dipingere di parole in una poesia scelta per Diramazioni urbane) e isolano (la nativa Lipari in cima a tutte le isole), tra impulsi esterni – le percezioni fortissime e senza sfumature ad attenuarne l’incidenza – e intime pulsioni.
Per dare la parola alla vertigine permanente, Davide Cortese fa ricorso a quella lingua «neo-barocca e neo-orfica» (Cohen) che da sempre contraddistingue la sua produzione poetica. Stavolta, tuttavia, è lo stesso autore a dichiararcene l’ascendenza, con l’esergo che riporta i versi di Dino Campana: «La mia bocca è un serpente che riposa./ Ma il mio cuore brucia di mistero.»; è con questa chiave di accesso, dunque, e con la disposizione ad affrontare l’effetto spiazzante e travolgente dell’enigma, che consiglio di esplorare Darkana di Davide Cortese, di navigare il suo buio e di fronteggiare la sua «bugia di luce nera». Se poi proprio non si può resistere al desiderio di arginarne la marea, imbrigliandola in categorie rassicuranti, si tengano a mente questi due versi di Cortese: «Provate, o illusi,/ a imbavagliare la tempesta.».

© Anna Maria Curci

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Navighi nel mio buio
tacendo la canzone antica.
Remi nel mio sogno di te.
Fendi il mio mare segreto
nell’alba tragica dei miei occhi.
Tracci il periplo del mio volto
e indugi sulla mia bocca.
Ti sento tra le labbra
bruciare come nome proibito,
come una parola celata
che tutto avvelena del suo mistero. (altro…)

Al diavolo, ovunque sia.

Marradi 23 01 1916

Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono, verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò.

Dino Campana

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Dino Campana, Al diavolo con le mie gambe, L’orma 2015

La raccolta di lettere di Dino Campana che Chiara di Domenico ci presenta nel volumetto Al diavolo con le mie gambe,  inserito nella collana “I pacchetti” di Orma Editore, offre un ritratto del poeta che rende nuovamente giustizia al guastafeste che cento anni fa comparve come un fulmine nel ciel sereno di una Firenze abbottonata e culturalmente bigotta per esplodere poi, postumo ma necessario e fondamentale nel dibattito culturale degli anni successivi alla sua morte. Gli episodi legati al rapporto con Sibilla Aleramo e le leggende associate alla sparizione del manoscritto originario rischiavano di delimitare la sua poetica e la carica culturale nei confini di una figura problematica, di passaggio: il paesanotto, il violento, il vagabondo, l’esiliato, la macchietta destinata a scomparire entro breve nella sua stessa incostanza.  Il Dino Campana che emerge da questa selezione è sì una figura tormentata, incostante ai limiti dell’incoerenza all’interno delle stesse poche righe, ma le cui argomentazioni, le riflessioni, la volontà di ricerca e di espressione, appaiono dolorosamente e consapevolmente schiacciate tra  la coscienza spesso sarcastica di essere perennemente in fuga da prigioni (la Marradi natia, il liceo di Faenza, l’ambiente culturale fiorentino, la terapia e l’internamento definitivo)  e il muro di gomma della compassione se non della derisione. La consapevolezza dolorosa emerge, riga dopo riga, data dopo data, ma non dà mai adito alla disperazione e alla rassegnazione; è una lotta fino alla fine quella che avrebbe volontariamente potuto consegnare al diavolo Campana, una lotta sedata dalla trappola sociale più violentemente banale; l’internamento, la reclusione fino allo spegnimento e la morte. Campana e la sua voce si fermano, si dissolvono e allora oggi anche io, non molto distante da Marradi, mi fermo qui, non perché la fine è nota o perché di Campana si è detto già troppo. Mi fermo qui perché Chiara di Domenico ha ridato parola al ragazzo mugellano che ha stravolto la poesia italiana del dopoguerra e oggi, centenario di quella dichiarazione di guerra a Giovanni Papini e a tutto il nulla che rappresentava è doveroso ascoltarla e ripeterla ad alta voce. Vi lascio però solo una suggestione. Se siete di passaggio per la stazione di Firenze Santa Maria Novella e avete qualche minuto di tempo per osservarla nella sua struttura architettonica e proprio non masticate la storia dell’architettura dovreste soffermarvi all’interno del salone delle biglietterie e dare un’occhiata all’installazione che presenta un interessante sunto della storia di ciò che ancora oggi resta un caposaldo dell’architettura italiana. Leggete bene la parte relativa alle polemiche verso il progetto e scorrete l’elenco dei nomi degli “intellettuali” fiorentini che si opponevano alle dirompenti novità architettoniche proposte dal “Gruppo Toscano”, vincitore del concorso progettuale e guidato dal professor Michelucci. Siamo nel 1933, Dino Campana è morto da un anno e lo stesso ambiente che lo aveva isolato, ancora recidivo e becero,  comincia appena a dissolversi nella sua scarsa lungimiranza.

© Jacopo Ninni

Una nota su Sergio Corazzini e Dino Campana (di Emiliano Ventura)

Sergio Corazzini

Sergio Corazzini

La recente pubblicazione del volume Sergio Corazzini. Tutte le raccolte (Arbor Sapientiae – Fondazione Mario Luzi, 2014) offre l’occasione per riattraversare la breve stagione poetica di uno dei più interessanti poeti del primissimo Novecento. È una nuova edizione delle poesie edite in volume dal poeta romano Sergio Corazzini nell’arco della sua breve vita; si tratta dei libriccini: Dolcezze (1904), L’amaro calice (1905), Le aureole (1906), Piccolo libro inutile (1906), Elegia (1906), Libro per la sera della domenica (1906).
I curatori hanno prestato particolare attenzione anche ad altri elementi compositivi: insieme alle singole raccolte poetiche il testo presenta gli apparati critici, le immagini, un’accurata bibliografia critica, un profilo bio-bibliografico del poeta, un richiamo alla poetica crepuscolare e al periodo storico in cui si manifestò.
Crepuscolari fu l’aggettivo con cui Giuseppe Antonio Borgese definì questo esiguo numero di poeti che si espresse nel primo ventennio del XX secolo e che interpretò in modo particolare la sensibilità del Decadentismo; con loro, secondo Borgese, la poesia italiana si stava spegnendo in un “mite e lunghissimo crepuscolo”.
Il grande movimento della poesia italiana, l’Ermetismo, è ancora lontano. La scena è dominata da Carducci (il grande artiere), da D’Annunzio (il poeta vate) e da Pascoli (il poeta come un fanciullino). Il punto di rottura e di novità dei Canti Orfici di Dino Campana è ancora di là da venire (la prima edizione è del 1914). È in questo breve interstizio temporale, dopo i tre grandi poeti nazionali e prima l’arrivo dell’Ermetismo, che si situa la parabola e la poesia dei poeti crepuscolari.
La metafora del crepuscolo coglie l’essenza del tono poetico di questi giovani infatuati della poesia, il gusto per le sfumature della vita, l’amore per gli aspetti meno appariscenti e meno solari dell’esistenza umana.
Un locale nel cuore di Roma, il Caffè Sartoris, diviene il luogo dei primi incontri letterari di Sergio Corazzini; partecipano a questo cenacolo Alfredo Tusti, Alberto Tarchiani, Gino Calza-Bini, Fausto Maria Martini (di cui si dirà in seguito), Giulio Cesare Santini, Antonello Caprino, Enrico Brizzi, Corrado Govoni. Sono gli stessi giovani poeti che tenteranno anche di fondare la rivista “Cronache Latine”.
Il tempo a disposizione di Corazzini è poco: il giovane è infatti malato, e in pochi anni pubblica tutte le poesie composte, e ora raccolte nel nuovo volume. Il giovane poeta nel 1906, per l’aggravarsi della malattia, viene ricoverato nella casa dei Fatebenefratelli di Nettuno per un grave stato febbrile.
La sua poesia è focalizzata sulle “piccole cose”, dietro le quali non emergono valori segreti, ma si nasconde un vuoto. I versi esprimono un malinconico desiderio per quella vita che la malattia gli negava, dall’altro un nostalgico ritrarsi dall’esistenza presente, proprio perché avara di prospettive future. Come in Gozzano emerge una nostalgia senza desiderio, per usare una formula cara a Luzi, non solo il desiderio e la certezza che il passato sia un’età più felice, una sorta di paradiso perduto, ma la sua visione non conosce possibilità di riscatto, è appunto priva di desiderio.
Nelle poesie di Corazzini si possono cogliere due tendenze, semplicità e ironia: il povero poeta sentimentale che racconta la propria malinconia con un linguaggio semplice e dimesso e il poeta ironico che adotta un linguaggio meno trasparente, più polisemico, a volte anche simbolico.
Nel maggio del ’07 torna a Roma, ma il suo stato di salute si aggrava e il 17 giugno, nella sua casa di via dei Sediari, muore di etisia (tubercolosi).
Viene pubblicata postuma la poesia Morte di Tantalo (è il 28 giugno), considerata il testamento poetico dell’autore, ed è ovviamente presente nella nuova edizione,; eccone alcuni versi particolarmente significativi:

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre. (altro…)

Paolo Triulzi – Kerouac, Campana e l’arte della fuga (Le Liane #2)

Zapatistas Desayunando en Sanborn's Azulejos  di Agustin V. Casasola

Zapatistas Desayunando en Sanborn’s Azulejos di Agustin V. Casasola

Kerouac, Campana e l’arte della fuga, di P. Triulzi
(a Paolo Cabrini)

I Canti orfici li ho letti in due stanze di ospedale; On the road inchiodato al tavolino di un bar, durante una vacanza al mare semiclaustrofobica. Libri di viaggio entrambi, assaporati nell’immobilità. On the road, racconto di modalità di spostamento e di vita, mi faceva venire voglia di altre vacanze, di altri viaggi. I Canti orfici, ricchi di scorci salmastri e insanguinati e vivide sensazioni, mi facevano semplicemente venir voglia del mondo e di riavere le gambe.

Dire libri di viaggio però è dire male. L’esigenza che spinse Campana e Kerouac al grande numero di vagabondaggi che ognuno di loro ha compiuto la identificherei non tanto con quella di partire, quanto con quella di allontanarsi. Un’esigenza di ricerca intransigente, che non ammetteva compromessi. Una fuga, quindi, da quanto già conosciuto e da quanto già predisposto dall’ambiente di origine, alla ricerca di una verità di sé in grado di prescindere.

FUGA – I movimento, Alla guerra

Per entrambi i nostri, un primo movimento in comune lo troviamo nell’attrazione per la vita militare. Dopo il liceo, passato a fatica e soprattutto a causa della scarsa propensione a socializzare, Campana – nel 1903, diciannovenne – sceglie l’Accademia militare di Modena per continuare gli studi. Ne verrà escluso dopo un anno, cacciato ipotizza Vassalli in La notte della cometa. Poi venne l’università, ma la prima scelta già appare più come scelta di vita che di istruzione.

Kerouac sotto le armi ci passa a ventuno anni, nel 1943. L’università l’ha già alle spalle, non terminata. Jack vuole andare per mare, e in seguito ci andrà, ma il suo primo tentativo è comunque nella marina militare. Risultato ancora più disastroso di Campana. Infatti dopo solo 10 giorni Kerouac marca visita. Vuole l’aspirina, ha mal di testa, le regole lo fanno impazzire. L’esercito lo tiene un po’ in osservazione, poi lo congeda con una diagnosi: personalità schizoide.

La fuga sembra iniziare per entrambi con una specie di anti-fuga. Come un movimento all’indietro, alla ricerca di un ordine maggiore da contrapporre all’ordinato caos della vita civile. La vita militare, che è una vita di disciplina e comunione, sembra quasi una scelta mistica e indica la determinazione del carattere a scegliere una via estranea a quella convenzionale. Il tentativo sortisce per entrambi l’effetto del rimbalzo e, come una molla, diede il via agli eventi successivi.

FUGA – II movimento, Contrordine

Il fatto è che fermi non ci potevano stare. “Ha nella testa una sinfonia di cui sente ogni singola nota”, dicono i referti dell’ospedale militare di Kerouac, e: “è molto preoccupato per questioni metafisiche”. Campana invece: “Legge molto ma studia poco”, è impulsivo, esaltato e dedito a vita errabonda. Il padre lo fa interdire non appena diventa maggiorenne, in seguito alla sua prima fuga, quella che ritroviamo dentro alcune brevi prose all’inizio dei Canti Orfici.

Ricostruisce Vassalli quel giorno di febbraio in cui Dino, bocciato a un esame di chimica, da Bologna piglia il treno e, invece che tornare a casa, si chiude nella toilette e arriva forse a Piacenza. Poi a piedi fino a Milano, al seguito di un robivecchi. Poi fino a Parigi, pare. L’alternativa alla vita misurata che si auspica per lui, costruendogliela addosso come una trappola, a Campana pare solo la fuga. Vuole esser lasciato stare, libero di vedere il mondo, di trovare un altro ordine.

Kerouac, invece, non è braccato dalla famiglia, ma dagli interi Stati Uniti d’America. L’ordine a cui si sottrae è quello sociale: la spinta omologante della nazione più potente del mondo che si prepara al boom. Il primo romanzo di Kerouac, The Town and the City, piace alla critica degli ambienti newyorkesi. È il 1950 e Jack dice: “Devo scegliere fra questa roba e i camion delle strade. Credo sceglierò i camion, dove non c’è niente da spiegare e non c’è niente di spiegato.”.

FUGA – III movimento, In viaggio

Kerouac si rimette in viaggio. On the road viene pubblicato sette anni dopo. Sette anni in cui va da costa a costa diverse volte, e poi giù fino in Messico. Sette anni passati a completare l’opera di strapparsi di dosso tutte le radici che la società aveva messo in lui, e quindi a distruggersi per riordinarsi profondamente. Quando scrive On the road persino dalla grammatica ha estirpato quanto risultasse pre-impostato e quindi di ostacolo all’espressione genuina.

“E come puro spirito varca il ponte”, Campana cita Nietzsche sul frontespizio de Il più lungo giorno, il famoso manoscritto smarrito dei Canti Orfici. Il libro è completato nel 1913, sono otto anni che Dino alterna fughe, promesse di fare il bravo e soggiorni in manicomio. Anche per lui la ricerca di una visione pura, vera, genuina sembra preponderante e non ammette compromessi. Un ideale forse, ma che tende alla comunione con il reale e diventa presupposto del vivere.

Come Kerouac entra subito in conflitto con gli ambienti letterari. La sua New York è la Firenze del 1913, che gli smarrisce il manoscritto, poi quella del ’15, dove Campana torna con i Canti Orfici riscritti a memoria e pubblicati a proprie spese. Rimangono le testimonianze di Campana che, nel fare le dediche, strappa qualche pagina: “tanto tu questa non la capiresti”. Le piaggerie degli artisti e intellettuali di mestiere non attecchiscono su chi si impone di separare il falso dal vero.

FINALE – Dissonanza

L’ideale di distacco di Kerouac è presto sintetizzato nella parola beatification, poi abbreviata in beat. Campana cita l’orfismo, dottrina misterica dell’età classica. Entrambi si trovano di fronte a un compito che impone il raggiungimento di una Visione della realtà più profonda, sgombra dagli orpelli che le convenzioni sociali attaccano sopra i nostri occhi. Un disallineamento, una volontà di decostruzione, quindi, un percorso da sperimentare con la propria vita.

A dire così sembra di aver a che fare con due santi e forse anche con due martiri. They were all torn and cover’d with the boy’s blood, scrive Campana – parafrasando il poeta americano Walt Whitman – quale chiusa ai Canti orfici. Dino, dopo un altro vagabondaggio, finisce in manicomio per l’ultima volta. Jack conclude la stagione dei viaggi proprio con la pubblicazione di On the road, poi diventa famoso, torna a vivere con la madre, pubblica cose scritte prima, si alcolizza fino alla morte.

Jack alla fine inorridiva delle folle di hippy che lo consideravano un dio. Dino in manicomio rifiutava di parlare dei Canti orfici, che intanto fuori iniziavano a ottenere attenzione. Anche nelle battute finali delle rispettive vicende traspare una certa unità. Si direbbe, infatti, che la ricerca della Visione abbia dato a entrambi i medesimi risultati: che sotto al velo di Maya, Jack e Dino, abbiano infine intravisto il panno di Parrasio – che suggerisce essere il velo stesso la realtà.

Visione desolante e disperata, o forse solo deludente. Il mancato raggiungimento dell’illuminazione, o meglio: una rivelazione opposta e negativa che non conferma i presupposti dai quali è partita la ricerca. Quello che resta, a dirla con Campana, è “il panorama scheletrico del mondo”.

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© Paolo Triulzi

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Leggi Le Liane #1

Poesiafestival 12 – “assonanze” – Sabato 29 settembre, Spilamberto (MO)

poesiafestival 12
“assonanze”

Sabato 29 settembre ore 16.00
Cortile della rocca
Spilamberto (MO)

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze
Azione N° 21
Il Baratto
Libera veicolazione di parentele elettive e letterarie
su progetto e concertazione di Enzo Campi

Luca Ariano, Vincenzo Bagnoli, Giorgio Bonacini, Enzo Campi, Patrizia Dughero,
Loredana Magazzeni, Silvia Molesini, Jacopo Ninni, Simone Zanin

interpreteranno brani di

Ingeborg Bachmann, Dino Campana, Giorgio Caproni, Thomas S. Eliot,
Aloiz Gradnik, Durs Grünbein, Andrea Inglese, Edmond Jabès, Francesco Marotta,
Pier Paolo Pasolini, Marge Piercy, Ezra Pound, Sally Read, Arthur Rimbaud,
Roberto Roversi, Adriano Spatola, Wallace Stevens, Emilio Villa

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Qui il programma completo del Festival

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Nell’ambito delle iniziative del progetto nazionale di aggregazione letteraria denominato Letteratura Necessaria – Esistenze & Resistenze, inaugurato il 31 ottobre del 2011 a Bologna, e in vista di una ri-definizione delle possibilità divulgative e performative, a partire dalla fine di settembre del 2012 prenderà il via una nuova fase in cui, oltre ai reading cosiddetti “regolari”, si cercherà di realizzare una serie di eventi in cui sperimentare direttamente dal vivo la plurisignificanza dei termini “aggregazione” e “condivisione”.
Il nuovo corso verrà inaugurato il 29 settembre a Spilamberto (MO), nell’ambito delle iniziative di “poesiafestival12”, con l’azione N°21 denominata “Il Baratto”.
La cosa è molto semplice e parte dal presupposto che gli autori cosiddetti contemporanei debbano anche mettersi in gioco attraverso il confronto con altre voci diverse dalle loro. In poche parole, ogni autore che parteciperà agli incontri non presenterà i propri testi, ma una breve selezione di testi di autori cosiddetti classici o anche contemporanei ma comunque conosciuti ai più, che rappresentino per loro un’idea fattiva e concreta di letteratura. A ciò si aggiungerà, per ogni autore, la lettura (interpretazione, drammatizzazione, performance…) di almeno un testo di un altro degli autori presenti all’incontro. Tutto ciò per far sì che i propri testi vengano presentati, filtrati, interpretati attraverso voci diverse, e quindi per donare al pubblico varie possibilità di approccio.
In poche parole: viene messa al bando qualsiasi situazione di autoreferenzialità e agli autori verrà chiesto di esporsi attraverso le parole di altri autori per dare al pubblico presente un’idea di quella che potrebbe essere la propria personale concezione di “letteratura necessaria”.