Al diavolo, ovunque sia.

Marradi 23 01 1916

Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono, verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò.

Dino Campana

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Dino Campana, Al diavolo con le mie gambe, L’orma 2015

La raccolta di lettere di Dino Campana che Chiara di Domenico ci presenta nel volumetto Al diavolo con le mie gambe,  inserito nella collana “I pacchetti” di Orma Editore, offre un ritratto del poeta che rende nuovamente giustizia al guastafeste che cento anni fa comparve come un fulmine nel ciel sereno di una Firenze abbottonata e culturalmente bigotta per esplodere poi, postumo ma necessario e fondamentale nel dibattito culturale degli anni successivi alla sua morte. Gli episodi legati al rapporto con Sibilla Aleramo e le leggende associate alla sparizione del manoscritto originario rischiavano di delimitare la sua poetica e la carica culturale nei confini di una figura problematica, di passaggio: il paesanotto, il violento, il vagabondo, l’esiliato, la macchietta destinata a scomparire entro breve nella sua stessa incostanza.  Il Dino Campana che emerge da questa selezione è sì una figura tormentata, incostante ai limiti dell’incoerenza all’interno delle stesse poche righe, ma le cui argomentazioni, le riflessioni, la volontà di ricerca e di espressione, appaiono dolorosamente e consapevolmente schiacciate tra  la coscienza spesso sarcastica di essere perennemente in fuga da prigioni (la Marradi natia, il liceo di Faenza, l’ambiente culturale fiorentino, la terapia e l’internamento definitivo)  e il muro di gomma della compassione se non della derisione. La consapevolezza dolorosa emerge, riga dopo riga, data dopo data, ma non dà mai adito alla disperazione e alla rassegnazione; è una lotta fino alla fine quella che avrebbe volontariamente potuto consegnare al diavolo Campana, una lotta sedata dalla trappola sociale più violentemente banale; l’internamento, la reclusione fino allo spegnimento e la morte. Campana e la sua voce si fermano, si dissolvono e allora oggi anche io, non molto distante da Marradi, mi fermo qui, non perché la fine è nota o perché di Campana si è detto già troppo. Mi fermo qui perché Chiara di Domenico ha ridato parola al ragazzo mugellano che ha stravolto la poesia italiana del dopoguerra e oggi, centenario di quella dichiarazione di guerra a Giovanni Papini e a tutto il nulla che rappresentava è doveroso ascoltarla e ripeterla ad alta voce. Vi lascio però solo una suggestione. Se siete di passaggio per la stazione di Firenze Santa Maria Novella e avete qualche minuto di tempo per osservarla nella sua struttura architettonica e proprio non masticate la storia dell’architettura dovreste soffermarvi all’interno del salone delle biglietterie e dare un’occhiata all’installazione che presenta un interessante sunto della storia di ciò che ancora oggi resta un caposaldo dell’architettura italiana. Leggete bene la parte relativa alle polemiche verso il progetto e scorrete l’elenco dei nomi degli “intellettuali” fiorentini che si opponevano alle dirompenti novità architettoniche proposte dal “Gruppo Toscano”, vincitore del concorso progettuale e guidato dal professor Michelucci. Siamo nel 1933, Dino Campana è morto da un anno e lo stesso ambiente che lo aveva isolato, ancora recidivo e becero,  comincia appena a dissolversi nella sua scarsa lungimiranza.

© Jacopo Ninni

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