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Individuo e comunità nel pensiero di Josiah Warren

A partire dalla recente pubblicazione per Ortica Editrice de La vera civiltà. Commercio equo, il traduttore Auro Michele Perego propone una riflessione su Josiah Warren, figura centrale del primo anarchismo americano, interrogando il rapporto tra libertà individuale, cooperazione e forme della convivenza.

Di Auro Michele Perego

 

Non so se Josiah Warren lesse mai Les Misérables. Nacque nel 1798 a Boston, in America, poco dopo la Rivoluzione Francese di cui avrebbe criticato gli eccessi statalisti e coercitivi, e morì nel 1874, dodici anni dopo la pubblicazione del capolavoro di Victor Hugo. Ma, se mai l’avesse fatto, credo che, in qualche modo, pur non dovendosi necessariamente sentire in sintonia con tutte le specifiche posizioni politiche dell’autore, avrebbe almeno apprezzato le parole che questi fa proferire a Jean Valjean: “Dal punto di vista politico, non vi è che un solo principio, la sovranità dell’uomo su sé stesso. Questa mia sovranità su me stesso si chiama Libertà”.

Vi sono due tipi di intellettuali: quelli che pensano, scrivono, impartiscono lezioni e lasciano eventualmente ad altri il mettere in pratica o il verificare le loro teorie e quelli che, invece, si dedicano a sperimentare sulla propria pelle le idee che formano la struttura portante della loro Weltanschauung. Alla seconda categoria, che certamente ha il pregio di voler poggiare i piedi sulle immateriali strutture di pensiero tessute, quale segno di una certa fiducia minima in sé stessi e nella propria opera, non appartengono in molti, e Josiah Warren fu certamente in questa esigua compagnia, tra questi happy few.

Warren canta dell’Individuo, della sua libertà, dell’intima necessità che questo ha di aderire a sé stesso, di dover e poter essere l’unico sovrano della propria persona, del proprio tempo, delle proprie responsabilità.
La self-sovereignty, ovvero la sovranità dell’individuo su sé stesso è il fondamento su cui vuole riedificare la civiltà umana. Tale forma di self-reliance venne espressa certamente in modo più poetico dal pensiero ispirato al naturalismo spiritualizzato di Ralph Waldo Emerson, e tuttavia la prosa ruvida di Warren con i suoi esempi incarnati nella più modesta quotidianità del lavoro fisico, del mercanteggiare al negozio di alimentari, dell’individuare terre da bonificare con un pugno di pionieri idealisti alla ricerca di spazi non ancora divorati dall’industria aperti alla sperimentazione di forme alternative di comunità, nella ricerca di una condivisione spontanea basata sulla libera adesione e non sotto la coercizione violenta da parte dello stato, assume forse una foggia più pratica, più prossima, più tangibile. Una prosa che si avventura sporadicamente, e tra le prime volte nella storia, in quello che potrebbe essere oggi considerato come una sorta di linguaggio inclusivo che riconosce (per esempio tramite espressioni come “L’Individuo è per natura legge a sé stesso, o a sé stessa”) la libertà dell’Individuo di sesso femminile e maschile indistintamente. 

 

 

Deluso dal fallimento dell’esperimento di New Harmony, dove il riformatore sociale Robert Owen voleva creare un’utopica società comunista, a cui egli stesso partecipò attivamente, Warren trovò nell’individualità la sua risposta alla soluzione della questione sociale. I conflitti sociali per lui nascono dal disconoscimento dell’Individualità e dall’unione coercitiva di interessi e responsabilità personali erroneamente concepite come condivisi, dal voler mantenere forzatamente unito ciò che è in origine separato e che pertiene alla sfera della sovranità di ciascun Individuo. Da quella delusione prese le mosse l’attiva opera di riforma sociale che lo avrebbe visto protagonista della fondazione di una serie di villaggi dove sperimentare nuove forme di relazioni sociali basate sulla libera scelta delle persone coinvolte, e nuove pratiche commerciali. Ma non fece della riforma sociale una professione, fu in realtà musicista, imprenditore, inventore nel settore della stampa e delle lampade, editore, scrittore, quasi a volersi ritrarre dalle angustie di una vita costretta ad abitare una singola casa, a calpestare lo stesso suolo tutti i giorni.

Radicale è la sua idea di rompere tutte le unioni di interessi sociali, economici, politici e personali nelle quali gli individui coinvolti non abbiano dato il loro consenso, o reso continuativo il loro consenso nel tempo. Ponendo il consenso individuale come premessa ineludibile della partecipazione del singolo a qualsivoglia associazione si inserisce quella critica del contrattualismo portata avanti da Lysander Spooner. Si attacca qui il fatto che accordi presi da un ristretto numero di persone in merito alla redazione della costituzione degli Stati Uniti d’America dovrebbero avere valore per tutti, anche per coloro che non li sottoscrissero né furono interpellati al riguardo, anche per chi nascendo in seguito si trovò davanti – fait accompli – ad un’unione forzata.

Altro cardine del pensiero warreniano è il tentativo di sviluppare una modalità di commercio in cui i prezzi dei prodotti non siano dettati dal livello di necessità o di bisogno del potenziale acquirente bensì dal costo o dai sacrifici che la loro produzione richiede. A questo principio di “costo come limite del prezzo” Warren affianca l’idea di una valuta emessa non da monopolisti di stato o da altre entità privilegiate come le banche centrali, bensì da ciascun individuo in virtù della quantità di lavoro svolto. Le ore di lavoro compiuto, o i loro equivalenti in merce, sarebbero state le unità di conto delle Labour Notes, che ciascun lavoratore poteva emettere, e con cui si pagavano i beni ed i servizi a Modern Times e negli altri villaggi sperimentali che Warren fondò nella sua instancabile attività. L’opposizione al monopolio statale sull’emissione di moneta sarebbe poi diventata uno dei cavalli di battaglia dei libertari e inaspettatamente sarebbe riemerso – sebbene in forme certamente diverse da quelle anticipate da Warren – all’interno del recente fenomeno delle criptovalute.

I semi da cui sarebbero poi sorte moltissime bandiere che avrebbero sventolato sul campo anarchico individualista e libertario traggono origine da questo pensatore pratico. La necessità di avere una macchina da stampa in ciascuna casa per realizzare la propria diffusione di idee superando l’attrito dei giornali mainstream, la superiorità della sovranità dell’Individuo su quella dello stato, il principio di non invasione di persona, proprietà e scelte altrui, il tentativo di limitare o estinguere le interferenze statali nella sfera economica, una visione della libertà che si concilia con la solidarietà.

Warren è stato definito “il primo anarchico” americano. Forse non ha molto senso fare classifiche ma comunque egli deve certamente essere annoverato tra i primi pensatori anarchici in assoluto; per avere un’idea basti pensare che Commercio equo, ovvero il suo libro principale, uscì nel 1846 mentre Che cos’è la proprietà? di Proudhon e L’unico e la sua proprietà di Max Stirner videro la luce della stampa nel 1840 e nel 1844 rispettivamente. Suo seguace fu Benjamin Tucker, editore di Liberty, probabilmente la rivista anarchica più celebre della storia su cui scrissero tra gli altri Vilfredo Pareto, John Henry Mackay, Lysander Spooner e Voltairine de Cleyre. Nella dedica che fa a Warren al principio della raccolta di scritti Instead of a Book, Tucker lo indica infatti come il suo maestro. 

Eppure Warren né si definiva anarchico, né amava la parola anarchia, che gli ricordava uno stato di disordine e di confusione. Per lui la libera e spontanea cooperazione tra gli esseri umani avrebbe portato ad una forma di ordine superiore e ad una società coerente e propriamente civile. In questo senso si configura quasi come un preludio inconscio agli sviluppi della scienza moderna dei fenomeni non lineari, che nel corso del Novecento ha dimostrato, sul piano teorico e sperimentale, come l’ordine possa emergere spontaneamente all’interno di sistemi complessi attraverso processi di auto-organizzazione delle loro componenti, senza la necessità di imposizioni esterne. Infatti in sistemi fuori dall’equilibrio termodinamico aperti a flussi di materia ed energia in ingresso e in uscita l’entropia può diminuire localmente dando origine a strutture e forme altamente ordinate e a una robusta sincronizzazione nel movimento delle parti costituenti, come dimostrato sperimentalmente e testimoniato dall’esistenza delle cosiddette strutture dissipative in una grande varietà di campi di ricerca, quali la fluidodinamica, la fisica dei laser, l’ecologia, la chimica. In questa sua fiducia nell’auto-organizzazione Warren si colloca in compagnia sia di pensatori anarchici che liberali, per i quali, a partire da Adam Smith, la cooperazione che emerge come forma di ordine spontaneo costituisce sia il naturale corollario della libertà individuale sia la via verso la realizzazione di una società prospera e pacifica.

Warren scrisse tre libri – Equitable commerce (1846), True Civilization (1863) e Practical applications (1873) – che sono tutti contenuti  in un singolo volume dal titolo La vera civiltà. Commercio equo, traduzione di recente uscita per Ortica Editrice che rende per la prima volta l’opera di Warren fruibile al pubblico italiano.
Se certamente le personali esperienze pratiche e concrete hanno avuto un grande peso nel supportare le sue argomentazioni più astratte e sebbene la sua penna non sia (forse per fortuna?) quella di un teorico sistematico che discute in modo sempre analitico e pedante la letteratura, le obiezioni, soppesando al bilancino ogni grammo di gravitas concettuale, Warren rimane certamente un punto di riferimento per comprendere le radici del pensiero di coloro guardano con un sano scetticismo all’espandersi incontrastato del Leviatano, e il conseguente tentativo di unire con la forza quello che in origine è diviso e che rifiuta di partecipare all’unione impostagli. Ovvero gli individui che – nella misura in cui esercitano la self-sovereignty, incarnando una irriducibile diversità di aspirazioni, progetti personali, scelte di vita disintegrate da tentativi posticci di aggregare per livellamento – cercano di emergere dal grigio conformismo che informa, o sarebbe meglio dire deforma, le nostre società, sovente in nome di un mistico – nel senso di indicibile perché vago e inconsistente –  fine superiore collettivo.

Warren forse pecca di un eccessivo idealismo. I suoi esperimenti sociali nascono dai grandi spazi americani, si muovono in una sorta di residuo di Far West in estinzione, spinti da un romanticismo che indirizza il suo fuoco nel lavoro pratico quotidiano. Trasferire pari pari le sue ricette entro le angustie spaziali e concettuali del ventunesimo secolo è probabilmente chiedere troppo. E tuttavia forse qualcosa si potrebbe portare con noi, e credo che basterebbe.  Il messaggio essenziale e con esso il  merito più grande di Josiah Warren – in un’epoca in cui sovente si considera la libertà individuale non come una proprietà essenziale e connaturata al singolo, bensì piuttosto come una estemporanea concessione dovuta al circostanziato e “generoso” ritirarsi del potere sovrano esercitato dallo stato, da istituzioni religiose o da prassi tradizionali di vario tipo – forse è quello di ricordare che, laddove dobbiamo unire le nostre forze con i nostri simili, questa unione non può mai prescindere dal consenso degli individui chiamati in causa, né dalla loro irriducibile sovranità su sé stessi. 

 


In copertina e lungo il testo: August Macke, Funambola, 1914

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