Rubriche

I poeti della domenica #404: Andrea Zanzotto, Dove io vedo (II)

 

DOVE IO VEDO

II

Troppo scarsi occhi per tanta ricchezza,
o cuore troppo lento per tanto amore,
per tutto il sole, mia voce
soltanto umana

Infinito letargo e spasimo,
contestato dominio
– montes exsultastis –
e barbaglio di fiori
più che la mia mente
palpitanti, gemebondi
più che di vita,
fiori che mai l’inverno calmerà
che mai lacrime scioglieranno,
troppo tremore per il mio chiuso corpo

Messa a fuoco è l’ansia nell’augusta
profondità dell’ora nona,
e settembre per sempre
nell’azzurro fruttuosi cieli
apre al genio inquieto del sole.

 

da Vocativo, in © Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Mondadori, 2011

[qui la prima parte]

I poeti della domenica #403: Andrea Zanzotto, Dove io vedo (I)

 

DOVE IO VEDO

I

Favore, aroma appena
fiatato, estate che scuotesti
dal seno aperto di settembre
spighe ed erbe su tutta la terra
ed eccitasti l’immaturo sole
e il sudore benigno
e il pigro verdeggiare
d’uve tra argille e nubi,
breve fervore in cui mi riconosco
sopravvissuto, ovunque, ovunque l’occhio
mio già lebbroso accendi?
Non su tutta la terra,
non dovunque ma solo
dove oggi mi rinvenni,
dove scelse il mio cuore.
Tenerissima valle
che un filo di frescura apre a ricetto
di fragole e di gocciole,
alluso lume di mattina,
tu animato Soligo
poveri specchi e povere penombre:
dove sei che davanti a te e nel tuo
sottile definirti io sto per sempre e invano
ed invano ti parlo mio solo nutrimento?
Ma oggi qui accadesti, oggi dalie e campanule
e pioppi e astri sfarfallano
sui mellificanti paesaggi,
oggi trepidamente
guardo la valle
che per sempre amerò. Torrido e debole
settembre s’allunga dentro il nord
tra pomi azzurri, fino ai pomi azzurri.
Sovrabbondano i colli.

 

da Vocativo, in @ Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Mondadori, 2011

[qui la seconda parte]

proSabato: Cesare Zavattini, Verdi

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

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VERDI – 21 ottobre 1956 – Dentro la Villa di S. Agata dove Verdi ha lavorato trent’anni, il silenzio è rotto dai maligni geroglifici delle zanzare, due visitatori hanno infilato il cancelletto di uscita in punta dei piedi per non dare la mancia al custode. Ho provato piacere vedendo in un lettera di Verdi un errore di grammatica e in un’altra che dice al suo fattore: nei fondi ben amministrati la paglia e lo strame bisogna farli in casa e non spendere per comperarne. C’è una spinetta cariata e qualche pelo di barba vera rimasto attaccato alla sua maschera di gesso, ma non sento niente di ridicolo o di macabro neppure nei velluti e nelle pergamene commemorative dei comuni italiani che inneggiano al cigno di Busseto. Si prova in mezzo a questo vecchiume solo la soddisfazione infinita, da pianura, di lodare un uomo. Me ne sono andato verso sera dalla bassa parmense lasciando alle mie spalle la polvere dei trattori Fiat e Fahar e galline come tante mezzelune a beccare sulle concimaie fumanti. L’automobile attraversava campagne civili forse viste da Verdi, chissà se c’erano queste siepi di dalie davanti alle abitazioni di contadini che trattengono la luce del giorno fin dopo che le biciclette hanno acceso i fanali. Gruppi di ragazze frantumavano con le zappe frettolose i blocchi di terra troppo grossi smossi dall’aratro, qualcuna si mette i guanti durante il lavoro affinché il ballerino poi non senta ruvide le sue mani. Dopo Parma arrivò il buio e qualche folata di nebbia. Qui nei campi lavorano anche di notte, il motore di un aratro faceva il rumore cupo, non si vedeva né l’aratro né il guidatore, ma i due fanali traballanti. Guadagnano tempo perché le macchine sono poche e la stagione della semina sta per finire. Arriverà tempestiva la pioggia, speriamo, a impastare bene il seme nelle zolle. A Reggio Emilia lo scorso martedì di mercato ho visto degli erpici in vetrina come gioielli. Non sono mai stato tanto a lungo d queste parti, tre mesi di seguito, e ogni contatto mi sembra emblematico. Cerco d’inserirmi negli usi e costumi più comuni, volgari, col rimpianto d’aver tardato ad avere difetti e pregi locali, perciò precipito volentieri nel baratro dei canti e delle bestemmie battendo il tempo sui tavoli delle osterie che hanno alle pareti i calendari dei concimi chimici e il manifesto della chiamata alle armi del 1935. Le donne vibrano come corde alle esclamazioni maschili.

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© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani 1967

Caregiver Whisper 87

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

I poeti della domenica #402: Mario Luzi, Come deve

 

Che vuoi che vieni da così lontano
ed entri a volo cieco nella nebbia
fin qua dove gli uccelli anche di nido
da ramo a ramo perdono la traccia?

La vita come deve si perpetua,
dirama in mille rivoli. La madre
spezza il pane tra i piccoli, alimenta
il fuoco; la giornata scorre piena
o uggiosa, arriva un forestiero, parte,
cade neve, rischiara o un’acquerugiola
di fine inverno soffoca le tinte,
impregna scarpe ed abiti, fa notte.

È poco, d’altro non vi sono segni.

 

da Onore del vero (1957)

I poeti della domenica #401: Mario Luzi, “Al giogo della metafora…”

 

Al giogo della metafora –
così ci sovvengono
esse. Scioglile dal quel giogo,
lasciale al loro nome
le cose che nomini,
.                              è sciocco
confermarle
in quella servitù.
.                          Superflua
è quella grammatica.
La metafora è già.
Sei tu la metafora.
.                             Lo è l’uomo
e la sua maschera.
.                             Lo è
il mondo
.              tutto
.                       da quando è.
Coagula e disperde
l’alba questi pensieri –
e la vita si cerca dentro di sé…

 

da Per il battesimo dei nostri frammenti

proSabato: Cesare Zavattini, Una raccomandazione

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

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UNA RACCOMANDAZIONE – 27 giugno 1960 – Sono corso al paese per il funerale di un amico morto troppo giovane. Sarebbe facile amare Dio se sapesse niente di quanto succede, ma sa tutto. Le suole delle scarpe si mischiavano in una poltiglia di foglie che le suole sollevavano dell’asfalto con uno schiocco; qualcuno ai lati della strada ci guardava come fossimo morti anche noi. Di quando in quando scopriva nel corteo gente che non vedevo da venti o trent’anni, da prima mi facevano o i loro padri o i loro zii, e ne ho ritrovato uno così rattrappito Cos’ha avuto supporre che anche nella mia faccia devono cominciare a farsi cadenti le guance come quelle dei bracchi. Pur essendo qualche persona velata, qualche altra piangente oppure tacita incurva la stavano dei movimenti appena percettibili, incontri di occhi alle svolte tra la parte davanti alla parte indietro del corteo, rivedere l’intesa segreta di vivere che agitava gli accompagnatori. Emergeva la testa di uno che mi aveva raccomandato di far lavorare nel cinema un parente e con la testa voleva ricordarmelo. Provavo il ragionamento che gli avrei fatto fra poco per convincerlo delle difficoltà che incontra chi vuole entrare nel mondo degli attori. Ma quando, usciti dal cimitero, ci mettemmo a chiacchierare tra compaesani lungo il viale, alzando poco poco la voce non pareva passato un giorno dalla volta remota che ci eravamo incontrati, malgrado l’involucro diverso della carne di cui funerale ci aveva appena dato il peso come una bilancia.

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© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani, 1967.

Caregiver Whisper 86

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Bustine di zucchero #17: Osip Mandel’štam

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Mandelstam

Come vi è un silenzio prima di un rumore o di un suono – un silenzio che però non ne è distaccato, ma al contrario l’anticipa – così esiste una “pre-parola”, una Urwort, una parola originaria che si realizza in quella detta e scritta, e per Mandel’štam l’Urwort è il sussurro. Forse. L’attenzione è quindi veicolata sul prima. Il concetto o l’idea del prima è di fondamentale importanza per chi è acuto ascoltatore della parola e vuole conoscere, capire, auscultare, nonostante le palesi difficoltà, lo stadio prenatale, il vagito originario del vocabolo che, compiutosi nel suono, porta le cose all’esistenza, nominandole. Un atteggiamento simile ricorda un noto racconto tratto dal libro di Daniel Lifschitz, La saggezza dei Chassidim, quando un chassid chiede al Rabbi di Tzanz cosa fa prima di pregare, e il Rabbi risponde: «Prego di essere in grado di pregare convenientemente». Una preparazione, una gestazione. Se da una parte questa ricerca nel primordiale sembra essere votata a un passato arcaico, per noi impossibile da raggiungere, in realtà la riflessione sul prima apre la porta del futuro alla parola perché la configura come volto da conoscere una volta creato, un volto proiettato nel dopo. Il prima diventa allora assicurazione, garanzia per il dopo. Non a caso un altro poeta come Jabès, nella sua opera Il libro della sovversione non sospetta, afferma: «Scrivere è affrontare un volto sconosciuto», quello della parola quando, dalle nostre labbra, arriva a fissarsi sulla carta e nell’orecchio di chi l’ascolterà. Nelle pagine successive Jabès aggiunge: «Il prima della dimora è, forse, un vocabolo allo stato potenziale». Torna il forse in un’espressione calzante con il verso mandel’štamiano, ma l’avverbio non toglie tuttavia certezza al fatto che la parola ha un suo luogo di nascita nel suo perenne realizzarsi. Un mormorio in cammino verso il suono. Il nostro poeta russo dimostra di possedere il dono sottile dell’ascolto e ciò viene confermato in un altro suo libro, Viaggio in Armenia, in cui leggiamo: «In che tempo vuoi vivere? Voglio vivere nel participio imperativo del futuro, forma passiva – nel dovente essere». In una forma analoga al tohu wa-bohu biblico per cui poi si accede alla creazione, così, dal vuoto e informe, un’immagine, un suono o un balbettio scintilla nel buio; nasce allora la parola poetica, come una mano aperta verso il mondo.

Bibliografia in bustina
O. Mandel’štam, Quasi leggere morte. Ottave (a cura di S. Vitale), Milano, Adelphi, 2017, p. 47
O. Mandel’štam, Ottanta poesie (a cura di R. Faccani), Torino, Einaudi, p. 129.
O. Mandel’štam, Viaggio in Armenia (a cura di S. Vitale), Milano, Adelphi, 1988 (2008), p. 67.
D. Lifschitz, La saggezza dei Chassidim (prefazione di E. Bianchi), Casale Monferrato, Piemme, 1995; rist. Milano, RCS, 1997, p. 158.
E. Jabès, Il libro della sovversione non sospetta (a cura di A. Prete), Milano Edizioni SE, 2005, pp. 11 e 49.

I poeti della domenica #400: Eugenio Montale, Siria

Siria

Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava
la via di Aleppo.

 

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

I poeti della domenica #399: Eugenio Montale, Gli orecchini

 

Gli orecchini

Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è più traccia).
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlite fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

*

ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.