Rubriche

proSabato: Sotto il segno di Saturno. Intervista a Susan Sontag (P. Decina Lombardi)

© Lynn Gilbert

Caparbia, vitale, corposa, e non solo d’aspetto. Susan Sontag è una donna che sprizza un gran desiderio, una grande “voglia” di pienezza. Lo dice la sua attività assai varia, segno di molta curiosità e di molti interessi, e lo rivela la sua conversazione. I punti di riferimento di una scarna biografia potrebbero essere lo studio, l’impegno civile, i viaggi, tutte cose che convergono nella sua scrittura. Nata a New York, laureata in filosofia ad Harvard, specializzata a Oxford e alla Sorbona, è critico d’arte, regista teatrale e cinematografica (Duet for Cannibals), ha scritto numerosi saggi (Contro l’interpretazione; Interpretazioni tendenziose; Sulla fotografia; La malattia come metafora); romanzi e racconti (Il benefattore; Kit della morte; Io, eccetera). È considerata una teorica del Movimento di liberazione della donna e della opposizione radicale americana. Insomma, a quarantanove anni, è una delle figure femminili più significative per l’attenzione, lo spirito critico graffiante e la volontà di interpretazione con cui ha affrontato problemi e fenomeni del nostro tempo.
Accanto alla lettura di autori a lei particolarmente cari, quali Artaud e Benjamin, accanto ai numerosi riferimenti letterari, da Nietzsche a Bataille, da Rimbaud a Sade, da Cioran a Duchamp, Sontag ha affrontato nei suoi saggi temi quali la pornografia e l’invecchiamento, il cinema di Godard e quello di Bergman, l’importanza dell’immagine fotografica nel mondo contemporaneo, e l’uso metaforico della malattia: e la mitologia del cancro che rischia, con la colpevolizzazione del malato, di rendere meno reale la malattia. E ancora, troviamo nella sua opera reportages (su Cuba e il Vietnam, la Svezia e la Cina) e riflessioni sulle politiche del Movimento di liberazione femminile.
A caratterizzare questi testi, di testimonianza e riflessione, è la verve polemica, l’impegno morale e, ripeto, una tenace quanto irrefrenabile voglia di decifrare miti ed eventi contemporanei. Le è stata rimproverata l’esilità delle sue analisi teoriche, ma le sue argomentazioni sono sempre sostenute da un poderoso bagaglio di strumenti critici e, soprattutto, da una grande intuizione che a volte, a posteriori, appare profetica.
Un anno fa Susan Sontag ha curato la regia di Come tu mi vuoi interpretata da Adriana Asti e rappresentata in varie città italiane. Questa sua prima regia teatrale l’aveva contrassegnata con una cifra a lei cara: la fotografia. Alla commedia di Pirandello aveva aggiunto un prologo e un epilogo in cui la presenza dell’apparecchio fotografico aveva la funzione simbolica di carpire una testimonianza. Anzi, nella scena finale, l’Ignota era focalizzata in un riquadro, come nell’obiettivo, e sotto il lampo del magnesio la macchina fotografica la fissava, come frammento, prima di riconsegnarla al buio, al silenzio dal quale era uscita per incarnarsi, durante una breve pausa spazio-temporale, in un personaggio da commedia.
Un modo, questo, di sottolineare la frammentarietà dell’esperienza che, seppure con effetti diversi, sia la fotografia che la scrittura catturano e fissano.
L’attitudine alla “cattura”, incontrando la Sontag. mi è sembrata un dato essenziale del suo temperamento e della sua ricchezza interiore. Voglio dire che la sua è una voracità di fare ma anche di capire, afferrare in profondità l’esperienza vissuta. E l’esclamazione dell’eroina di Come tu mi vuoi: “Essere? Essere è farsi”, sembra proprio la sua parola d’ordine.
“Le fotografie forniscono testimonianze…, sono incitamenti al fantasticare…, ma sono anche un potente strumento per spersonalizzare il nostro rapporto col mondo, e la loro conseguenza principale è quella di trasformarlo in un grande magazzino, o in un museo senza pareti, dove ogni soggetto è degradato ad articolo di consumo e promosso ad oggetto di ammirazione estetica”.
Tali concetti, espressi nel libro sulla fotografia, li ritroviamo sviluppati in due dei sette testi della raccolta che sta per uscire da Einaudi col titolo Sotto il segno di Saturno (Under sign of Saturn, saggi scritti tra il ’72 e l’80). Alcuni ritratti fotografici di Walter Benjamin, in cui lo scrittore compare ad occhi bassi e con un’espressione di cupa malinconia, la “Saturnine acedia”, sono lo spunto per ricostruire un carattere e ripercorrere le tappe di un percorso interiore attraverso gli autori prediletti (Proust, Kafka, Baudelaire, Kraus, Goethe).
SS Regalia, un libretto che riproduce uniformi e accessori delle SS e The last of Nuba. un’elegante e accuratissima pubblicazione di fotografie di Leni Riefenstahl, sono invece l’occasione per riflettere su una moda che riabilita “subdolamente” l’erotismo del nazismo. In Fascinating fascism (1975) Sontag lancia infatti un allarme contro quanti, intellettuali e non, quasi inavvertitamente si lasciano conquistare da una tendenza contemporanea ad un’estetica fondata su un’idea di bellezza come purezza, salute, forza fisica. L’esaltazione delle fotografie della Riefenstahl è pericolosa — dice l’autrice — perché i criteri con cui questa artista oggi fotografa i Nuba, una popolazione sudanese dedita al culto della propria bellezza, alla cerimonia e al rituale della lotta, sono gli stessi con cui un tempo, appoggiata e privilegiata dal regime nazista, filmava gli atleti di Olympia (durante le Olimpiadi di Berlino nel 1936) o gli abitanti de La Montagna, pura, rispetto alla valle corrotta, o, ancora peggio, filmava in Trionfo della volontà, l’adesione delle masse al regime di Hitler. La sua posizione non è cambiata, oggi come allora infatti afferma: “Io sono spontaneamente attratta da ogni cosa che sia bella. Bellezza, armonia… Invece ciò che è semplicemente realistico, ordinario, quotidiano e spaccato di vita, non mi interessa”.
I films e le fotografie di Leni Riefenstahl, secondo Sontag, trovano un pubblico perché hanno una loro forza, un contenuto che prende terreno nell’odierno ideale romantico che si esprime in varie forme del dissenso culturale e della propaganda verso nuove forme di aggregazione quali la neo cultura rock, l’antipsichiatria, l’interesse verso il Terzo mondo e il fascino dell’occulto.
La gente, aggiunge Sontag, ama la Riefenstahl per la bellezza formale della sua opera, senza capire il significato del suo lavoro, e la sua idea dell’arte. Alle femministe può anche dispiacere dover sacrificare una donna che ha fatto dei films che tutti ritengono di prima qualità, ma la sua riabilitazione in definitiva è una menzogna. Eccessivo spirito polemico o intuizione, presentimento, di un fenomeno strisciante e pericoloso?
Un manifesto femminista del New York Film Festival del 1973. organizzato da una nota artista che è anche una femminista, rappresentava una bambola bionda il cui seno destro era al centro di un cerchio formato da tre nomi: Agnes Leni Shirley (Varda, Rienfenstahl, Clarce). Oggi la pubblicazione di questo saggio di Sontag, molto più ricco di argomentazioni rispetto al passato, susciterà discussioni e polemiche, o almeno motivi di riflessione? È auspicabile. Per quanto riguarda l’altro versante della scrittura di Susan, lascio parlare lei. (altro…)

ArchiVolti #1: Alessandro Mendini

Avrei voluto iniziare questa nuova rubrica in  maniera ben diversa, ma la recente scomparsa di Alessandro Mendini mi ha forzatamente imposto la scaletta. Da una parte ritengo doveroso iniziare con un omaggio a chi mi è stato maestro e ha lasciato una traccia significativa nel mio lavoro, ma dall’altra, ed è sicuramente importante al fine di questa nuova nostra rubrica, va riconosciuto ad Alessandro Mendini il merito di aver rivoluzionato il sistema e il codice narrativo dell’architettura, riportando la “parola” ad essere parte integrante del progetto ben oltre l’idea di slogan, aforisma o manifesto. È anche importante scriverne per evitare che il suo rapporto con la narrazione – o come lui spesso diceva “la letteratura” del progetto – si affossi sull’immagine oramai iconica della “Poltrona di Proust”.
Alessandro Mendini dal 1970 al 1976 è direttore di Casabella ed è attraverso questo canale (in seguito Modo e Domus) che diventa il protagonista del dibattito culturale che negli anni ’70 si approcciava a un faticoso e lento abbandono degli stilemi e dei protocolli progettuali del Movimento Moderno. Gli editoriali di quel periodo, sotto forma di poesia, pensieri, dubbi sono raccolti in Architettura Addio (Shakespeare & company, 1981), testo poi
trasformato in una performance teatrale di Antonio Syxty (Manifatture Teatrali Milanesi, 2018). Solo tredici anni dopo, un’eternità se commisurata all’evoluzione progettuale e culturale del designer in quel lasso di tempo, scrive tra i “Frammenti” che costituiscono l’introduzione al testo Atelier Mendini, una utopia visiva:

Le decorazioni sono come i pesci nel mare, ci sono anche se celati alla nostra vista. L’ornamento è positivo perché è l’elemento narrativo che anima l’oggetto freddo e tautologico. Ciò che si dà come puramente funzionale, ciò che non è ornato, perde in letteratura, togliendo racconto all’oggetto, se ne evidenzia la tecnica in quanto povertà.”

Una ri-marcatura così forte dell’idea di ornamento in quanto elemento narrativo apre quindi una serie di riflessioni su ciò che ha significato, nel bene e nel male, il passaggio dal rigore “loosiano” e dal rapporto disegno-funzione, eredità di A.Castiglioni, alla narrazione postmoderna di cui Mendini è stato sicuramente consapevole artefice (rimando a questo proposito a un interessante articolo di R. Barilli su Art Tribune). Ma contemporaneamente appare evidente questo bisogno di dare all’oggetto (sia casa o caffettiera) un ruolo narrativo fortemente antropologico e sociale (se non affettivo). Il designer è artefice di questa narrazione, l’oggetto deve presentarsi come “io narrante di un romanzo” che comunica oltre l’aspetto meramente funzionale, attraverso il suo essere percepibile. Del resto, ancora oggi, uno dei più grandi equivoci in cui si cade quando si parla di architettura è il ritenere esclusivamente il “funzionale” come categoria estetica assoluta. E scrivo questo mentre sfoglio le fotografie dei progetti dell’Atelier Mendini e mi soffermo sui particolari del museo di Groningen e nello specifico sulla torre, luogo destinato a ospitare i depositi del museo, che si presenta come un compatto aureo scrigno fiabesco, così come scrigno è la “casa”, tema fondamentale su cui spesso ritorna  l’esperienza progettuale di Mendini.

La casa può essere lo scrigno della nostra memoria oppure il magazzino dove si accumulano mobili sbagliati e residui inutili… la casa: luogo di vita e morte vera, e assieme luogo di vita e morte apparente. Gli oggetti sono testimoni, gli strumenti di scena: frullatori, sgabelli, bottiglie, tappetini, vasi di fiori, personal computer… il catalogo in scala reale tanto della nostra poesia e dedizione, quanto della nostra esigenza e ambizione. È tra queste difficoltà antropologiche, tra questo deposito di bicchieri di cristallo, si inserisce il problema dell’architetto.” (da “La Poltrona di Proust, architettura, arte, design e altro”, pp. 36, 37)

 

© Iacopo Ninni

A. Mendini, Architettura Addio”, Shakespeare & company, 1981
A. Mendini, la Poltrona di Proust, architettura, arte, design e altro, Tranchida editori, 1991
R. Poletti (A cura di), Atelier Mendini, un’utopia visiva, Fabbri editore, 1994
A. Mendini introduzione a Cosedicasa, I. Ninni, Dotcom press, 2017

Immagini:
– Alessandro Mendini con la luce notturna Campanello, 2016. (Ph. Roberto Gennari Feslikenian)
– Groninger Museum

Caregiver Whisper 60

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

I poeti della domenica #334: Eduard Mörike/Cristina Campo, da “Peregrina”

Eduard Mörike

 

da Peregrina

È l’amore legato alla colonna;
alfine se ne va, scalzo mendico;
nobile il capo senza più riposo,
bagna di pianto i piedi lacerati.

Ahi, così ti ritrovo, Peregrina!
Bella e demente, e un fuoco le sue gote;
scherzava, cinta di selvagge rose,
nell’aspro turbinio primaverile.

Tale bellezza come abbandonavo?
Torna più viva l’ebbrezza perduta.
Oh, tra le braccia accoglierti smarrita!

Ma ahimè! ahimè! questo sguardo che vale?
Ella mi bacia fra l’odio e l’amore,
e si parte da me, per non tornare.

Eduard Mörike

Traduzione di Cristina Campo, ora in: Cristina Campo, La tigre assenza, Adelphi Edizioni 1991, p. 80

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I poeti della domenica #333: René Char/Giorgio Caproni, Les nuits justes/Le notti giuste

Les nuits justes

Avec un vent plus fort,
Une lampe moins obscure,
Nous devons trouver la halte
Où la nuit dira: «Passez»;
Et nous en serons certains
Quand le verre s’éteindra.

O terre devenue tendre!
O branche où mûrit joie!
Le gueule du ciel est blanche.
Ce qui miroite, là, c’est toi,
Ma chute, mon amour, mon saccage.

 

Le notti giuste

Con un vento più forte,
Una lampada meno oscura,
Dobbiamo trovare l’alt
Dove la notte dirà: «Passate»;
E ne saremo certi
Quando il vetro si spengerà.

O terra diventata tenera!
O ramo ove matura la mia gioia!
Le fauci del cielo son bianche.
Quel luccichio, là, sei tu,
Mia caduta, mio amore, mio scompiglio.

 

René Char, Poesie. Tradotte da Giorgio Caproni, a cura di Elisa Donzelli, Einaudi 2018

proSabato: Dacia Maraini, Il sangue di Banquo

Una lady Macbeth così non si è mai vista! Tira su la testa! Non ti adagiare su te stessa! Respira, respira forte, forte”! Maria solleva la testa. Tira un profondo respiro. Avanza lentamente verso il centro del palcoscenico. “E ora buttati per terra e rotola!”
Maria sente la voce leggera e suadente di Alfio Coppa che le entra nelle orecchie con dolcezza.
“Anche tu Sandro… rotolate, rotolate… con dolore, con furia, rotolate sui trionfi del potere acquistato con l’assassinio”!
Maria si sdraia per terra e prende a rotolare sul pavimento di pietra nera. La pelle le si aggriccia. Un moto di ripugnanza le irrigidisce i muscoli. Ma si sforza di continuare seguendo la voce decisa e flautata di Coppa. Ad un gesto di lui si ferma; ascolta una musica stridula di seghe, di violini e di voci infantili che sgorga dal soffitto. Sul fondo ecco Peppe con un lungo pezzo di stoffa fra le braccia. Un momento dopo Maria sente il raso molle e freddo scenderle sulla faccia. Fa un movimento con la testa per liberarsi; soffoca.
“Non ti muovere tesoro, non ti muovere”. L’ordine di Alfio arriva supplice e perentorio. Maria si appiattisce contro il pavimento. Fa attenzione ai passi di Peppe che si allontanano lenti e poi cerimoniosamente tornano ad avvicinarsi. Dalle mani guantate di lui cala il telo che le rabbuia la vista. “Macbeth è un signore, Sandro mio, un grande castellano, e tu ti muovi come uno studentello di liceo, non hai maestà non hai peso, sei un disastro, ricomincia”!
Maria sente Sandro che va su e giù per il palcoscenico battendo i piedi sul pavimento. La scena viene ripetuta cinque, sei, dieci volte. E lei è sempre lì sotto il telo, immobile. Coppa sembra essersi dimenticato di lei. Ora mi alzo, pensa, non posso rimanere così mentre gli altri provano. Fa per tirare su la testa, ma viene fermata da un urlo di Alfio. “Giù la testa amore, mi rovini tutto, mi rovini tutto”!
Maria torna a chinare la guancia sul pavimento ruvido. La muffa le sta invadendo i polmoni infreddoliti. Vorrebbe alzarsi, gridare. Ma ha paura di Coppa. Sono sei mesi che non lavora. E lui l’ha presa storcendo il naso. Poi c’è di mezzo un viaggio a Parigi e una paga discreta.
Perciò stringe i denti e beve piano, a piccoli sorsi leggeri, la poca aria che filtra attraverso il pesante drappo rosso.
“Ecco, ora alzati cara… senza mosse sguaiate, così, con lentezza regale… intorno hai torrenti di sangue, il sangue ti trattiene, ti incalza”. Maria spinge in avanti il piede perché ha paura di perdere l’equilibrio. La lunga attesa sotto il drappo rosso l’ha stordita.
“E ora con dolcezza, con lentezza, con grazia, spogliati amore mio”. Maria lo guarda stupita. Questo non era nei patti. E poi fa freddo. E non capisce perché lady Macbeth dovrebbe spogliarsi.
“Cos’è questa esitazione Mariuccia? Un po’ di moralismo di provincia? Su, non fare la sciocca, spogliati”. “Se si spogliano anche gli altri va bene, ma da sola no”.
“Non se ne parla nemmeno cara mia… che c’entrano gli altri? Tu sei lady Macbeth, non gli altri. Se ti dico di spogliarti, puoi farlo tranquillamente, sei una ragazza moderna Maria, cosa sono queste fisime?” Maria rabbrividisce, non sa se per il freddo o per quelle parole che sente improvvisamente dure e vischiose, ricattatorie.
Intanto Alfio è venuto accanto a lei. E le parla con voce gentile, affettuosa. “Tu sai quanto ti stimo tesoro, sei una attrice straordinaria’…
La mano calda, grande, si posa ossessiva sul collo di lei. Maria pensa che forse ha ragione lui dopotutto: forse la sua è solo una impuntatura. “Qui non siamo all’Argentina o all’Eliseo, Maria cara, a fare un Macbeth ufficiale di tutto riposo. Qui siamo in una cantina, stiamo facendo del teatro sperimentale. Qui contano i gesti, le forme, non le parole. Qui gli spettatori sono chiamati a partecipare dall’interno, a stordirsi, a perdersi, non a ragionare secondo la logica fritta e rifritta della tradizione teatrale”…
Maria annuisce stoltamente. La voce di Alfio suona così sincera, così entusiasta, così religiosamente esaltata. “Le parole non comunicano più niente in teatro Maria mia, come dice Artaud il teatro è crudeltà, segno, immagine. E tu sei una immagine soave, con qualcosa di goffo, lo so, di pesante, ma di una pesantezza delicata e conturbante. Il tuo corpo bianco ricorda certe porcellane cinesi, certi budda di maiolica dal sorriso luminoso e benigno. Ecco, io voglio che lady Macbeth sia così: una figura gonfia e misteriosa, un po’ orientale, con qualcosa di enigmatico e di lunare, mi capisci?” Maria china la testa. Pensa che la volontà del regista è sempre indecifrabile e oscura, che più è originale e meno si lascia capire. Un grande regista d’avanguardia tende a mangiarsi i suoi attori, annullandosi nel suo capace ventre artistico. Il sacrificio dell’attore è necessario, scontato.
Ora Coppa si allontana da lei. Insegna a Peppe e a Sandro come stendere il drappo rosso lungo l’impiantito di pietra. “Il sangue di Banquo sta invadendo la scena” mormora con voce assorta: “è il sangue del potere, dello sfruttamento, il sangue di tutti coloro che soffrono e piangono per i delitti della storia.”
Peppe sposta la stoffa scarlatta con gesti lenti, rituali. Ha gli occhi spenti, come drogati. Alfio gli parla nell’orecchio, con voce allucinata. Poi con un salto arriva da lei.
“Ora tocca a te, Maria, chinati verso questo sangue ingiusto, imbrattati le braccia, la faccia, bevilo a lungo sorsi avidi”!
Maria si butta in ginocchio sul drappo e fa per immergervi la faccia, ma Coppa la ferma con un dito alzato, severo e sarcastico: “No, Maria, così sembri una villanella che coglie margherite… Devi spogliarti, devi essere di una nudità abbagliante e arresa… Levati quegli stracci di dosso e sii voluttuosa, scatenata, folle!” Maria ubbidisce ciecamente, incantata. Con un unico gesto rabbioso si tira via la maglia di lana grigia e la butta lontano. Subito sente gli sguardi di tutti appuntati sul suo petto ampio e luccicante. Coppa ha un sorriso estenuato e crudele. Sandro muove lentamente le pupille cupe, prive di simpatia. Peppe la osserva apertamente avido e divertito. (altro…)

Ostri Ritmi #20: Aleš Debeljak. A cura di Amalia Stulin

Riprende da questa settimana la rubrica Ostri ritmi di Amalia Stulin, per una terza stagione che ci accompagnerà qualche mese ancora alla scoperta di autori legati alla letteratura slovena.

Najemniški vojaki

Umiril se je veter v goricah. Vešča buta ob karbidovko.
Večer slabotno diha. Prošnja, neuslišana, v somrak izgine
ob brezbrižnosti boga. Mi od daleč gledamo, kako se od
pravil in nujnosti tresejo nasledniki mogočnega prestola.

Tu dinastije menjajo se v nedogled. Jug in sever, vzhod,
zahod: zvesto služimo. Slavolok prebodel je oblake. Ni sok
murve, kar lepi nam dlani. Ščite tesno stiskamo. V razkosani
deželi trta čaka neobrezana. Samo ugibamo, kako ji je hudo.

Langobardi, Skiti in vladarji Norika: v imenu tuje zmage smo
odpirali zaklade in lobanje. Za nami so ostale prazne jame.
Zdaj počivamo. Končana je naloga. Začeti znova je težko.

Tudi vid nas pušča na cedilu. Kar sploh lahko ugledamo, je
enostavni red predmetov. A to je malo, manj kot nič. Še
obrazov ne spoznamo, ko včasih luža nam nakloni lastni lik..

Mercenari

Il vento si è calmato tra i vigneti. Una falena sbatte contro la lampada.
La sera respira debolmente. Una supplica, inascoltata, scompare al crepuscolo
nell’indifferenza del dio. Noi osserviamo da lontano, come
tremano per il dovere e la necessità i successori all’immane trono.

Qui le dinastie si succedono all’infinito. Sud e nord, est,
ovest: serviamo fedelmente. L’arco trionfale ha trafitto le nuvole. Non è
succo di more che ci appiccica le mani. Stringiamo forte gli scudi. In un paese
smembrato la vite aspetta, non potata. Intuiamo solo quanto soffra.

Longobardi, Sciti e signori del Noricum: nel nome di vittorie straniere
abbiamo aperto tesori e crani. Dietro di noi sono rimaste caverne vuote.
Ora riposiamo. La missione è conclusa. Ricominciare è difficile.

Anche la vista ci abbandona. Ciò che possiamo ancora scorgere è
il semplice ordine delle cose. Ma è poco, meno di niente. Nemmeno
i volti distinguiamo, quando il fango ci rimanda le nostra stessa immagine.

 

Mesto in otrok

Noben stok, zares, ni brez namena. Le kadar arhangel
se nam prikaže kot v planini modri svišč, za bežen hip
morda spoznamo, kje stoji izbrana domovina. Ne bo zamrl
tvoj babilonski vrišč. Zato ne spijo pesniki. Naloga

zdaj se jasna zdi: to bo kronika in v njej bolečina.
Velika kot gruda ledenika, ki se topi. In preplavi
nasade maka in vasi, tarče v frizu vitkega portala in
razkošne gube turškega srebra: vsaka solza te poglobi.

Stojiš na skali, ki se ne premakne. Okrog tebe svet se
kruši v prepad. Ti piješ živo vodo. Črpaš jo iz ust
ljudi, ki s tabo dihajo. Zraven so kot dokaz, ko se

zjutraj spet rodiš. Kot tale pesem. Še malo in utišal jo bo
plaz. A tisoč odmevov se namesto nje pognalo bo v zrak.
Ker ljubezen, ki teče ti skoz žile, je seme, cvet in sad..

La città e il ragazzo

Nessun lamento, davvero, è insensato. Solo quando l’arcangelo
ci appare come una genziana blu in montagna, per un fugace istante
forse capiamo dove sta la dimora prescelta. Non si spegnerà
il tuo baccano babelico. Per questo non dormono i poeti. Il compito

ora pare chiaro: sarà una cronaca e in essa un dolore.
Grande come il blocco di un ghiacciaio che si scioglie. E travolge
campi di papaveri e villaggi, bersagli nel fregio di un portale slanciato e
sfarzose pieghe di argento turco: ogni lacrima ti scava più a fondo.

Sei fermo su una roccia che non si sposta. Attorno a te il mondo
precipita nell’abisso. Tu bevi acqua viva. La succhi dalla bocca
delle persone che con te respirano. Sono lì accanto, come una prova,

quando la mattina rinasci. Come questa poesia. Tra poco la valanga
la metterà a tacere. Ma al suo posto migliaia di eco si spargeranno nell’aria.
Perché l’amore, che ti scorre nelle vene, è il seme, il fiore e il frutto.

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Caregiver Whisper 59

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

I poeti della domenica #332: Niccolò Tommaseo, La mia lampana

 

La piccola mia lampa
.  Non, come sol, risplende,
.  Né, com’incendio, fuma;
.  Non stride e non consuma,
Ma con la cima tende
.  Al ciel che me la dié.

Starà su me sepolto
.  Viva, né pioggia o vento,
.  Nè in lei le età potranno;
.  E quei che passeranno
.  Erranti a lume spento,
.  Lo accenderan da me.

 

da Niccolò Tommaseo, Poesie [1872], a cura di Simone Magherini, Società Editrice Fiorentina, p. 133

I poeti della domenica #331: Heinrich Heine, Passa la nave mia

Passa la nave mia

Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
Tu ti diverti a farla sanguinare.

È, come il vento, perfido il tuo core,
E sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.

Heinrich Heine
(traduzione di Giosuè Carducci, apparsa come testo XLVIII. nel III libro delle Rime nuove)

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proSabato: Lucia Drudi Demby, Il lungo solco

Era blu. Un bel blu brillante. Blu notte. Morbido feltro blu notte, vellutato. Col nastro di gros-grain un po’ più chiaro, o forse un po’ più scuro, questo non lo ricordo, ma luccicante. E se fosse stato d’oro, d’oro zecchino, non mi avrebbe dato un piacere più acuto, e in qualche modo più onesto. Sì, amavo le cose oneste, allora, e i grandi gesti di gentilezza. Era blu, dicevo. Era il mio cappello. Il primo cappello della mia vita, e il mio cuore era pieno di gioia, una gioia forse senza senso, una gioia che inaugurava il giorno col mio bel gesto di togliermelo. Lo amavo forsennatamente e teneramente, con malcelata impetuosità di paladino. Proprio così, mi sentivo allo stesso tempo una principessa e un paladino, Clorinda e Tancredi, Pelle d’Asino e Rolando a Roncisvalle, mentre mi scappellavo con gaiezza varcando il grande arco delle mura dietro a cui si apriva il vuoto celestiale del mattino.
Ero perennemente innamorata, innamorata senza modestia, e non mi chiedevo di chi. Ma soprattutto ero felice, perché avevo appena vissuto una decisione, e ogni decisione contiene una felicità, è allo stesso tempo un modo di arrendersi e di trionfare. Persino morire, dicevo a Veronica, può essere così, felicità di arrendersi e di trionfare. Avevo diciotto anni, capisce, e immagino che a diciotto anni sia più o meno comune a tutti, questo sentimento del varcare, del valicare: di poter vivere ogni momento come il gesto di valicare una barriera caduta davanti a noi d’improvviso e senza rumore.

Questo forse significava quel gusto benedetto di mettermi il cappello solo per il piacere di togliermelo, con ampiezza, con festosità, generosamente, mentre il mio cuore poneva a terra il ginocchio davanti al Graal lucente del giorno. Veronica non era così. Anche se il padre faceva l’assicuratore, Veronica era una contessa. Possedeva un castello ricamato d’edera, al di là delle crete, e teneva il suo cappello grigio argento come un elmo, il bavero del pellicciotto come una visiera. Guardava le cose attraverso le verdi fessure dei suoi occhi mongoli, e nascondeva il volto e se stessa come una inferma preghiera. Perché Veronica era innamorata. Innamorata davvero. Di una persona precisa, voglio dire, e questo la poneva a guerreggiare silenziosamente col mondo. Anche lei aveva diciotto anni, ed era bella e triste, e felice di essere triste. La tristezza, a diciotto anni, è tanto amata perché è un modo di conoscenza: è l’ostacolo che santamente ci fingiamo per impedire alla fantasia di correre troppo, di estenuarci, straripando. (altro…)

Caregiver Whisper 58

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)