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in-side stories #5 – Il pieno, per favore

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In-side stories #5 : Il pieno, per favore

Il tizio finisce di lavorare, corre a casa recupera la macchina e parte. Da Milano verso L’Emilia, lo aspetta una serata con gli amici, una sera d’estate come si deve. Entrando in autostrada si accorge di due cose: di aver poca benzina e di non aver prelevato. Pazienza, pensa il tizio, farà rifornimento più tardi e preleverà all’arrivo. Passa l’area di servizio San Zenone, passa Lodi, passano musica orribile alla radio, e ed eccola lì, all’orizzonte: Area di servizio Somaglia est. Hanno un ottimo Autogrill, si fermerà lì. La Esso gli sta un po’ sulle balle, ma non è che le altre siano meglio. Del resto da qualche parte bisognerà pur rifornire. Pompa numero sette.  «Buongiorno,  quanto le faccio?» «Il pieno per favore.» «Verde?» «Verde, grazie.» Il tizio è proprio contento di fare un giro fuori Milano, è un bel pomeriggio e non c’è traffico.
«Ecco fatto, sono ottantadue euro, può andare dentro a pagare alle casse.» «Grazie.» Il tizio entra nello Shop, e chiede di pagare per la Pompa numero 7, porge la tessera. La cassiera pone la domanda rituale: «Carta o Bancomat?» Il tizio mentre risponde automaticamente Bancomat fa in tempo a domandarsi come mai in quella domanda lì che fanno in tutti i posti, dicano sempre Carta prima di Bancomat, per quale meccanismo. Digita il pin, la solita attesa. «Qui dice autorizzazione negata» «Che strano, vabbe’ provi come Carta di Credito.» Nuova attesa, il testo del messaggio non cambia, l’autorizzazione è di nuovo negata. I primi segnali di panico cominciano a intravedersi sulla faccia del tizio, ed è a quel punto che entra in scena Nazisciura. Nazisciura, si intuisce subito essere la proprietaria della baracca. Avrà settant’anni, piccolina,  ma uno sguardo capace di incenerirti all’istante. «Allora, ascolti come facciamo: prendiamo la mia macchina (la sua lascia qui parcheggiata) e andiamo al Bancomat in paese, può provare a prelevare lì.» Il tizio, sempre più pallido, acconsente e intanto pensa che il giorno seguente dovrà andare in Banca a litigare, perché non è possibile, che cazzo di figura di merda, che i soldi sul conto ce li ha, che è in ritardo, che sta sudando. Naturalmente la risposta è la stessa anche allo sportello automatico. Il panico è alle stelle, il tizio si sente in dovere di proporre alla Nazisciura (che ormai lo guarda sempre più in cagnesco) una soluzione ragionevole: «Mi scusi signora, se ha un computer, io posso entrare nel mio conto on-line, le mostro il saldo, le faccio un bonifico all’istante e siamo tutti contenti.» Ma Nazisciura non la pensa così: «Lei deve essere matto, sa quanta gente mi ha fatto il bonifico e il giorno dopo l’ha revocato? Lasci perdere.» «Allora come facciamo?» Faccia e tono cadaverico. «Me lo dica lei, sì me lo dica lei come facciamo.» Tornano, intanto, al distributore, il tizio prova a telefonare a uno degli amici che sta per raggiungere, che cavolo è a cento chilometri ma una mano verrà a dargliela. Quattro telefonate vanno a vuoto. Poi l’amico richiama: «Scusa se non ti ho risposto ma sono a un corso di Fisica Quantistica.» Il tizio non può fare a meno di sorridere, pensa che quel suo amico lì lo stupisce sempre «Niente, volevo dirti che sono in ritardo, ho un problema col Bancomat al distributore, insomma una figura di merda, ma tranquillo che arrivo, tu sei troppo lontano, ce la faccio in qualche modo, a dopo.» Sì, ma in che modo? Il panico è totale, il pensiero dei Carabinieri o della Polizia è sempre più frequente, lo denunceranno e tornerà poi a portare i soldi, andrà in Banca, dimostrerà. Suda e ha sete, capisce per la prima volta l’ansia che prendeva David Foster Wallace quando (cioè sempre) sudava copiosamente. Merda, ha paura di chiedere alla Nazisciura un po’ d’acqua. Ormai, oltre a lei, anche le due cassiere e il tipo che l’ha rifornito lo guardano male. Ma che cazzo. Lampo, un’idea, si ricorda che a trenta chilometri da lì abita una cara amica. La chiama, le spiega, lei arriverà con i soldi. Nel frattempo con Nazisciura parzialmente tranquillizzata, si appoggia al cofano dell’auto e fa tutta una serie di pensieri: «Io questa vecchia stronza la uccido, i miei amici penseranno che non ho soldi sul conto, poveretta chissà quante volte l’avranno fregata, che brutte quelle due cassiere lì, non arriverò mai in tempo, domani mattina piomberò in Banca con una Molotov, mi sentiranno cazzo, arriverò in super ritardo, vaffanculo a me che non ho prelevato oggi pomeriggio, me ne sarei accorto, questa è proprio una di quelle cose da raccontare, magari è solo smagnetizzata, però il bonifico poteva accettarlo, dovrò offrire una cena alla mia amica salvatrice, Cavani sarà irrimediabilmente venduto, fa veramente caldo, se potessi me ne tornerei a casa,  la Fisica Quantistica deve essere una figata pazzesca se ben applicata, ma applicata a cosa? Prendo quell’estintore laggiù e le schiumo  tutte, ‘ste stronze.» L’amica arriva, passa i soldi e un abbraccio, quanto basta. Paga alla cassiera saluta la Nazisciura che nemmeno lo guarda. Mette in moto e riparte, l’avviamento di un motore può essere un rumore bellissimo. Passerà poi una bella serata. La mattina dopo il tizio va in Banca e chiede al Punto Informazioni: «Scusi, ho un problema con la Carta di Credito, a chi posso rivolgermi?» Punto Info risponde: «A lei chi la segue?» Il tizio si volta, poi sorride e capisce che anche quella che seguirà non sarà  una giornata molto diversa dalla precedente.

© Gianni Montieri

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Daniele Silvestri: Datemi un benzinaio (album Daniele Silvestri 1994)

Su questa stupida autostrada del sole come era logico aspettarsi piove
e con la pioggia l’automobile sbanda, una vocina dentro dice rallenta
90, 80, 70, 60, 50, 40, 30, 20
perfino i fari mi si sono spenti, perfino i fari mi si sono spenti.
Con gli autotreni che mi schizzano accanto
e lo specchietto che si riempie di bianco che acceca
è una fatica rimanere sereno, è una fatica troppo grande temo

La testa è pesante, è pesante, è pesante, sembra fatta di roccia
e di benzina ho solo qualche goccia, che guaio…

Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, un benzinaio

Porca puttana è pure sabato sera e non vorrei finire in cronaca nera
andare a venti all’ora in questo casino c’è solo il rischio che mi investa qualcuno.
E allora 40, 50, 60, 70, 80, 90, 100 ,
ma che cos’è questo rumore che sento ? Oddio ! Anche il motore ha reso l’anima a Dio.

Mi ci vorrebbe almeno un’area di sosta non tanto l’area, quantomeno una sosta
forzata, dati gli ultimi eventi, motore rotto e fari quasi spenti
ci vuole pazienza, pazienza, procedere lentamente sulla corsia d’emergenza
ma pensa che guaio…

Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, un benzinaio

Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, un benzinaio

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in-side stories #4 – L’Ospedale delle bambole

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In-side stories #4 – L’Ospedale delle bambole

Geraldine e Assuntina arrivarono a un giorno di distanza l’una dall’altra, Don Alfonso se lo ricordava bene. Geraldine arrivò da Roma un martedì pomeriggio, fu portata da un uomo sui cinquant’anni: Giuseppe Pancaldi, si chiamava. Disse di stare vicino a Villa Borghese e che Geraldine era un ricordo di sua nonna e di chiamarlo soltanto quando la parte mancante del braccio sinistro fosse stata riparata. Quella volta Don Alfonso sorrise, la frase era standard. Ricordi o meno, affezionati o no, nessuno voleva una bambola rotta per casa. Assuntina veniva da Materdei e si presentò a San Biagio dei Librai, la mattina successiva, accompagnata da tale Maria Romano, vigorosa e corpulenta donna sui sessanta, che disse qualcosa come che della bambola a lei personalmente non importava molto, che era sempre stata in casa loro per quanto ricordasse, ma a che a sua nipote Sara quella bambola piaceva molto e quindi occorreva ripararla. «Voi capirete che non possiamo tenere per casa una bambola senza un pezzo di faccia, ’a piccerella se mette paura.» Lasciò il numero di telefono e se ne andò. Don Alfonso valutò che Assuntina era molto più antica di Geraldine, ma che la seconda avesse una lavorazione migliore. In ogni caso la riparazione di entrambe risultava decisamente problematica. Ricostruire il braccio di Geraldine, che era tranciato come per amputazione, richiedeva molto tempo e l’utilizzo di particolari materiali non più in commercio. Bisognava farsi venire un’idea e aspettare. Tanto che altro teneva da fare? Don Alfonso aveva sempre saputo che senza la pazienza e la capacità di saper aspettare quel lavoro non avrebbe potuto farlo. E non avrebbe potuto farlo nessuno che non fosse napoletano. A Napoli si aspetta sempre qualcosa, che sia un miracolo o il 140 per Capo Posillipo non fa alcuna differenza. Per Assuntina la questione si presentava ancora più complicata, il lato destro del viso era completamente rovinato, come strappato dal morso di un cane, ma ce l’avrebbe fatta. Per nessun motivo particolare, da subito, le mise una accanto all’altra, su uno scaffale abbastanza vicino al tavolo sui cui lavorava. Ogni tanto alzava gli occhi e gli pareva che Geraldine e Assuntina si guardassero, qualche altra volta sembrava che Assuntina toccasse il braccio monco dell’amica. Si prendeva in giro da solo: «Jamme, stiamo facendo Questi fantasmi al laboratorio.» A metà mattina usciva sempre a pigliarsi un caffè, poi si fumava una sigaretta, facendo quattro passi fino a Via Duomo. Una di queste mattine, tornando dal suo giro, trovò le due bambole quasi abbracciate, ebbe un sussulto. Gesù, qua stava proprio uscendo pazzo, allora pazzo per pazzo, parlò alle bambole: «Piccirelle belle, ma che vi siete affezionate, che vi andate sempre azzeccando? Come volete voi, io vi lascio vicine, ma poi comme facimme quando il lavoro finirà?» Le bambole non risposero, «e ce mancasse», si doveva tranquillizzare, qua a stare tutta la giornata da solo non era cosa troppo buona. Passarono i giorni, le bambole gli sembravano sempre più vicine, la sera le spostava un po’ e la mattina le ritrovava quasi abbracciate. Il lavoro proseguiva molto lentamente: erano due ricostruzioni difficili e poi Don Alfonso non aveva alcuna fretta. La sera salutava le bambole con un sorriso e tornava a casa per cena. Alcuni mesi dopo si presentò all’Ospedale la signora Romano che chiese indietro la bambola, perché alla nipote mancava. A nulla servirono le proteste di Don Alfonso che il lavoro non era terminato. La donna disse che non le importava e che poi sua nipote con i genitori si sarebbe trasferita in un’altra città e che avrebbe voluto Assuntina con sé. A malincuore Don Alfonso accettò, non volle denaro. Dopo si avvicinò a Geraldine e le parlò con voce amorevole: «Nennella mia, Assuntina è dovuta andar via, ma noi ce la caveremo lo stesso. Dobbiamo essere forti, mi raccomando.» La sera la salutò, le fece una carezza e andò a casa. La mattina dopo la trovò per terra, stesa a pancia in giù, il braccio sano rivolto alla porta d’entrata.

© Gianni Montieri

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Il racconto in video letto da Giovanna Amato

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The National – The perfect song (album The National 2001)

The Perfect Song

Nine years older than I was
When I brought you down to see,
What I thought would make you fall in love

Wearing open our dreams
Someday man I’m gonna be
No different than the other rivers

I tried to look at you
But I couldn’t break the ice
You stood out there for an hour freezing

Put your hand around my back
I guess you thought I needed that

I never try to find you
I hope you don’t remember me
I hope you’re not alone

Wanted me to take you home
You said you’d rather be alone
I never thought of that

Car is warm and we had wine
But I couldn’t find the perfect song

Now I own furniture,
A 401 and crow’s feet
And I can’t even remember the car.

Sometimes I can feel your weight
When I close my eyes
Seven times I was under you

I never tried to find you
I hope you don’t remember me
But I hope you’re not alone
And I don’t wanna know what you’re thinking
I’m looking out the window
Drinkin’, drinkin’, drinkin’…

Shallow frame and shaky sticks
But I know there’s a river in me
Shallow minded adult tricks
But I know there is a river in me
Shallow frame and shaky sticks
But I know there’s a river in me

I never tried to find you
I hope you don’t remember me
I hope you’re not alone
And I don’t wanna know what you’re thinking
I’m looking out the window
Sittin’ there, sittin’ there, just fuckin’ drinkin’

Ascolta il brano

in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

David-Foster-Wallace-Reading-San-Fr

in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

Ciao Dave, come stai? Posso ancora chiamarti Dave o sei offeso? Sì, lo so che ti ho scritto solo per i compleanni, ma tenere una corrispondenza è difficile, figuriamoci con l’altro mondo poi, ammesso che ci sia. Perché, a guardar bene, amico mio, tu continui a essere irrimediabilmente morto, ed è così da qualche anno ormai. Comunque oggi mi sono risolto a scriverti di nuovo, l’occasione me l’ha data la tua splendida biografia scritta da D. T. Max (se vuoi, poi parliamo di ′sti cazzo di nomi puntati che ogni tanto tirate fuori dalle tue parti) “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”. Faccio un passo indietro, non mi hanno mai fatto impazzire le biografie, fanno eccezione quelle romanzate o quelle inventate. Ad esempio: ho lì da un po’ la biografia di Gorbačëv, ( a proposito, non mi è sfuggito il dettaglio che una volta votasti per Reagan) la comincio, poi mi fermo, poi la mollo, poi la riprendo, vabbè. Leggere la tua è stato diverso, intanto perché parlava di te (no, non sono qui per adularti), nel senso che avrei potuto trovare qualcosa di te che ancora non conoscevo. Pensavo, prima di leggere, che ci sarebbero stati brani tratti da lettere (quelle che scrivevi a Don Delillo sono molto più belle di quelle che scrivevi a Franzen; adesso stai pensando che è solo perché a me Delillo piace di più. E vorrei ben dire.), appunti rimasti fuori dai tuoi racconti, dai tuoi romanzi. Poi ho cominciato e tutto questo c’era, ma il libro non mi è piaciuto per questo. Mi è piaciuto perché ancora una volta sei saltato fuori tu. La tua strepitosa ironia, eri divertente sul serio.Tu e tutta la fatica che hai fatto, le tue debolezze (qua e là sei stato anche un po’ figlio di puttana), il tuo dolore. Ti faccio un esempio: i racconti di Oblio. Quando li ho letti non avevo dato loro un precisa connotazione temporale, non avendo idea di quando tu li avessi scritti, quindi il dolore dei personaggi non lo avevo abbinato (se non marginalmente) al tuo. Invece la biografia fa chiarezza, stavi già male (o di nuovo male), eri già nel trip non portato a termine de Il re pallido, avevi già di nuovo in testa – in qualcuno dei tuoi infiniti pensieri, dentro qualche periodo incidentale del cervello – l’idea di farla finita. Sei stato di parola, hai solo rimandato un po’ di volte, come la consegna del manoscritto di Infinite Jest, poi hai scritto fine. Non ti ho mai biasimato per questo, ho sempre pensato che non avessi alternative, o almeno non ne avessi più. Karen ti amava molto, penso che ti abbia perdonato all’istante. Max, nel libro, spiega che lei ha capito il giorno in cui le hai mentito: il sei di settembre 2008. Sei giorni di pianificazione e poi: ciao. C’era un sacco di gente che ti voleva bene e che ha pianto per te. Eppure credo che non ve ne sia nemmeno uno che non abbia compreso. Ma basta parlare di morti suicidi. Veniamo a noi. Insomma sei andato avanti tutta la vita a ascoltare gli U2, tutti quanti a un certo punto abbiamo smesso, tu mai. Senza parlare della Morrisette, mio dio. Carina quella cosa di quando hai ammesso di non conoscere i Nirvana, proprio nel periodo in cui tutti la menavano col fatto che IJ fosse grunge. Il tuo metodo di lavoro era folle, tu stesso non riuscivi a starti dietro. Quella miriade di appunti. Però alla fine l’ordine lo facevi. Il tuo ordine. Bonnie (l’agente) e Michael (l’editor) quanta fatica devono aver fatto a starti appresso ma quanto ti hanno amato però. Ho provato a immaginare come potessero essere quelle pagine di IJ che viaggiavano avanti e indietro tra te e Michael, le correzioni, i tagli, i ripristini, le telefonate. Un delirio. Hai sempre voluto scrivere e hai sempre scritto di alcune cose: l’intrattenimento, la dipendenza e l’autocompiacimento targato USA. Ma quelle cose le hai scritte benissimo, sempre grato ti sarà il lettore che abbia accettato la sfida di arrivare in fondo, anche quello che ancora si chiede quale cazzo sia il finale di IJ. Chi se ne frega, il finale è che tu non ci sei più, per cui avremo dei libri in meno da leggere. Anche il mio cane quando aspetta il cibo fa quel balletto con zampettìo laterale che faceva il tuo, uno spettacolo non è vero? Sai qual è stato il pensiero ricorrente mentre leggevo le ultime cento pagine? «Lo salvo, stavolta lo salvo.  Trovo un modo per fare ordine in quel delirio di appunti de Il re pallido e tutto va a posto. Oppure Karen, ecco Karen troverà un medico più bravo, una pillola migliore…» Questo pensavo, ti rendi conto quale assurdità? Sono incredibili i ragionamenti che fa fare la commozione, perché, parliamoci chiaro, il buon Max (che tu non hai mai conosciuto perché nell’unica volta in cui eravate nello stesso posto non vi parlaste) ha scritto un bellissimo libro e quando l’ho chiuso avevo le lacrime agli occhi. Avevo una strana voglia di abbracciare questo tizio dai nomi puntati e, di nuovo, la voglia di abbracciare te, vecchio mio. Ma siccome tu sei un po’ stronzetto e siccome sai di essere più intelligente degli altri, non voglio salutarti con le lacrime ma con una domanda (prenditi tutto il tempo che vuoi per rispondermi): «Com’è che perdevi sempre a scacchi?» Tuo, Gianni

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978880621462MED

Grazie a D. T. Max per questa bellissima biografia

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Anyone’s Ghost – The National (album High Violet 2010)

You say you stayed home
Alone with the flu
And find out from friends
That wasn’t true

Go out at night with your headphones on again
Walk through the Manhattan valleys of the dead

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

Said I came close
As anyone’s come
To live underwater
For more than a month.

You said it was not inside my heart, it was
You said it should tear a kid apart, it does

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

I had a hole in the middle
Where the lightning went through
I told my friends not to worry
I had a hole in the middle
Someone’s sideshow to do
I told my friends not to worry

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

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in-side stories #2 – Condominio in classe A

biennale architettura 2010 - foto gm

in-side stories #2 – Condominio in classe A

Primo piano interno 8

Le otto, era ora di prepararsi qualcosa per cena. Giorgio, lentamente, si alzò dal divano, la gamba destra gli faceva male più del solito. Forse stava cambiando il tempo. Sorrise a quel pensiero, come se il mutare del clima potesse cambiare qualcosa per lui. Con pioggia e vento sarebbe rimasto comunque lo stesso cinquantenne, in cassa integrazione, che era con l’afa di luglio. Per non parlare di Sonia. Non si faceva sentire da un mese o giù di lì. Ma quanto tempo occorre per riflettere? Per i “Ho bisogno di stare un po’ da sola”? Non c’erano risposte o, se c’erano, lui era troppo pigro per trovarle. Il Mav della rata di aprile del mutuo era sul tavolo della cucina, insieme a quella di gennaio. Quello con le spese straordinarie del condominio doveva averlo buttato via qualche giorno prima. Il condominio dove lui e Sonia avevano scelto di abitare. Classe A, pannelli solari, risparmio energetico. Tutta un’altra vita. La gamba faceva male parecchio. Si avvicinò alla credenza e si pose l’unica domanda che a quel punto aveva davvero senso: «Piselli o fagioli?»

Secondo piano interno 13

Luisa Spinelli era morta da quattro mesi. Un infarto a quarant’anni, dicono che nelle donne sia più raro. Lei era rara, unica, bellissima. Giovanni Anzaghi suo marito, aveva lasciato la casa il giorno dopo i funerali. Aveva preso in affitto un monolocale dall’altra parte della città. L’appartamento era in vendita, non avevano figli. Giovanni non c’era più entrato. La porta della camera da letto era rimasta chiusa. In salotto le fotografie di Luisa erano ovunque. A Giovanni piaceva fotografarla e, anche se  non era mai stato un granché come fotografo, lei nelle foto veniva benissimo. Erano le otto e trenta, di solito a quell’ora si mettevano a cena, poi più tardi andavano al cinema. Altre volte andavano a letto a scopare come due adolescenti, come due che si amano. Non c’era un granello di polvere, anche quella era rimasta fuori come per rispetto. Luigi Bonacini, il dirimpettaio di pianerottolo (interno 11), pensava di comprarlo per investimento, magari l’Anzaghi gli avrebbe fatto un buon prezzo. Mentre stava tornando a casa sentì di nuovo quel rumore di acqua che scorreva, avrebbe giurato che venisse dal 13, ma non poteva essere. Lo stesso rumore che aveva sentito per due anni immaginando Luisa sotto la doccia. Entrò in casa, corse in bagno e, come allora, si masturbò.

Terzo piano  interno 20

 

Centoventi metri quadri, ancora invenduto.

Terzo piano interno 21

 

Apri chat. Francesca Misandri è in linea.

“Ciao Francesca.” Ore 20.32. Visualizzato da Francesca Misandri alle 20.34

«Allora c’è, speriamo che risponda. Ieri sera ho esagerato, ma deve capirmi, lei mi piace tanto, è così fresca, così brillante. Scrive quegli status bellissimi e, mio Dio, quella foto al mare»

“Ci sei? volevo scusarmi ? Ci sei?” ore 20.35. Visualizzato da Francesca Misandri alle 20.37

«Forse è in bagno, magari sta cenando. No, no. Se li ha visti è lì, allora perché non mi risponde? Perché? Deve essersi proprio offesa»

“Francesca, per favore, rispondimi, ti rubo solo un minuto.” ore 20.41. Visualizzato da Francesca Misandri alle 20.42. Anche Francesca Misandri ha commentato la foto di Lucilla Trescore.

«Rispondimi, allora sei proprio una stronza, ma mica ce l’hai solo te. Guarda è on-line la troia ora ha condiviso anche un video. Rispondimi, cazzo.»

“Hey Francesca, se puoi rispondi, per favore. In fondo cosa ho detto? Dire che hai due tette della madonna è soltanto un complimento. Ok, forse non avrei dovuto dirti che cosa ci farei con le tue tette. Ti chiedo perdono, è che mi piaci tanto, e ho perso la testa. Sei bellissima. Ti prego rispondi, rispondi…” Ore 20.50. Visualizzato da Francesca Misandri alle ore 20.51.

«Puttana, lurida troia schifosa rispondi, rispondi.»

«Alberto, vieni che comincia la fiction?» «Arrivo tesoro».

«Merda, merda. Cazzo adesso quella mi risponde e non mi trova.»

“Ciao, adesso devo andare, ci sentiamo più tardi, va bene?” Ore 21.02. Visualizzato da Francesca Misandri alle ore 21.02.

Ore 23.30, apri chat: Francesca Misandri è offline. «Puttana, puttana.»

Quarto piano interno 28

Bruno Tagliamonti era appena tornato a casa. Lasciò la valigetta in ingresso ed entro in salotto. “Margherita, Marghe”, chiamò la sua compagna.  Nessuna risposta. “Marghe tesoro, sei in bagno? Ho prenotato per le nove e mezza”. Si diresse verso il bagno e lo trovò vuoto. “Marghe?” andò verso la camera da letto “Tesoooro”. In camera il letto era completamente rifatto. I comodini dal lato di Margherita erano aperti. Si voltò versò l’armadio, le ante spalancate. Il lato degli abiti di Margherita vuoto. “Margheeeeeeee, dove sei?” urlò più a se stesso che a qualcuno che avrebbe dovuto trovarsi in casa. Corse nella stanza ripostiglio, aprì la scarpiera di destra: vuota. Tornò in ingresso, mancavano le borse. Fece venti volte avanti e indietro, mancava tutto. Se ne era andata. Si diresse verso la cucina, accese la luce. Notò un biglietto sul tavolo: “Mio amatissimo Bruno, non è colpa tua. Sono io che non funziono, ci ho provato, ho pensato che mi sarei innamorata di te. Ho creduto che il tuo amore assoluto mi avrebbe calmata. Non ce l’ho fatta. Non era questa la vita che volevo.” Bruno si prese la testa fra le mani e scoppiò a piangere. «Avrei dovuto accontentarla.» Pensò «Avrei dovuto ristrutturare il casolare, invece di fissarmi con la classe A di questo condominio del cazzo.» Si diresse verso lo studio, ancora sconvolto. Accese il computer, doveva controllare il saldo del conto corrente.

 Gianni Montieri

Nota: questo racconto è dedicato a Luigi Bernardi che ringrazio per “Senza Luce” e perché sa che i condomini non sono fatti soltanto di case.

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Questa sera di Luca Carboni (album E intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film 1984)

E lui la va a prendere
… la sera
la prende
… per portarla a ballare
Lui, lo sguardo un po’ duro, un po’ dolce
ha la camicia che ha spianato a Natale
lei vent’anni negli occhi
un bel colore negli occhi
ma niente di speciale

Che questa sera
è una sera normale
se ne accorge perché torna come sempre da solo
poi da solo mette in tavola il pane
apre il frigo e comincia a mangiare
nel silenzio sente un bimbo che piange
sta finendo anche il telegiornale

E questa sera è come tutte le sere
l’ascensore è bloccato
chi sta facendo la doccia
qualcuno torna a casa dopo avere rubato
chi domattina va a caccia
mia madre è lì che ride
e non si ferma mai
adesso lava i piatti…
adesso lava i piatti…
adesso…

Io le telefono
…stasera
le telefono
…per farla innamorare

Le dico
stasera come sei bella stasera
sei così bella che ti voglio sposare
lei ascolta in silenzio
io capisco in silenzio
che non c’è niente da fare…
niente da fare…

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in-side stories #1 – La casa gialla

Parte oggi la rubrica che sostituirà – si spera degnamente –  il Solo 1500. Il titolo sarà  “in-side stories”, intanto perché di storie si tratterà,  immagino che il racconto breve sarà il primo grande protagonista di questa rubrica. Il secondo protagonista saranno le canzoni. Ogni racconto prenderà (in maniera molto libera) spunto da testi di canzoni, oppure potrà capitare che alcune canzoni al racconto si intreccino. Non so quanto sia originale quest’idea, ma a me e agli altri redattori è parsa ottima. Staremo a vedere se vi piacerà. Il primo racconto si intitola “La casa gialla”, lo spunto è la canzone “L’uomo coi capelli da ragazzo” di Ivano Fossati (troverete il brano e il testo, in fondo alla fine del racconto). Buona lettura e buon divertimento.

GM

berlin 2011 - foto gm

In-side stories #1  – La casa gialla

Prima cosa: il giardino. Alberi alti, disposti su due file, soldati. Il vialetto fatto di piccoli sassolini, separa il cancello dalla casa. La casa è gialla. La chiamano così “La casa gialla”. Arrivando dal vialetto si vedono due piani, costruzione monoblocco. Otto finestre per piano. Quattro a sinistra e quattro a destra della porta. Sbarre davanti ai vetri. Seconda cosa: la porta. Blindata. È grigio scura, come il colore delle nuvole prima di certi memorabili temporali. Dietro la porta, l’ingresso, la reception, dietro il banco una signora, capelli raccolti, l’aria gentile. Lo sguardo deciso. Il corridoio, sedici stanze, otto a sinistra e otto a destra, portoncini blindati come in carcere anche se carcere non è. Terza cosa: le stanze. Un letto per stanza, lenzuola bianche, coperte verde scuro. Un cuscino, un lavandino. Un uomo per stanza. Il dottore entra nella terza stanza a destra e saluta l’uomo. «Buongiorno Nicola» dice e gli stringe la mano. Nicola sorride stringe forte: «Ciao Professò». Il medico si siede sul letto accanto a Nicola e guarda la parente di fronte. Di fianco allo specchio un disegno, un ritratto di un uomo, somiglia a Nicola. Al medico quel ritratto piace, in tre anni non gli ha mai chiesto chi abbia fatto quel disegno. Gli piace pensare che Nicola si sia autoritratto. Gli piace pure pensare che lui e Nicola abbiano la stessa età, che in un’altra vita potrebbero essere amici. Eppure l’età di Nicola la conosce a memoria. La cartella medica recita chiaramente: «Nicola Consiglio nato ad Avellino il 22/02/1948. Il paziente presenta una sindrome ossessivo compulsiva unita a depressione cronica. Si raccomanda la somministrazione di psicofarmaci e l’isolamento. Il paziente va tenuto sotto stretta sorveglianza.» L’aveva scritta lui quella cartella e da tre anni cercava di smentire se stesso. C’era quasi riuscito. Nicola da sei mesi prendeva solo una pillola al mattino, frequentava gli altri pazienti, usciva a passeggiare in cortile. «Professò ma tu la domenica che fai?» «Che faccio Nicola, mi alzo tardi, sto con i miei figli. Quando è bello andiamo a camminare al mare.» «Bello il mare professò, me lo ricordo, ci andavo con mio fratello. Poi non ci sono andato più, dicevano che volevo per forza levare le onde. Tu lo sai che non si possono levare le onde Professò?» «Sì lo so, però certe volte che non c’è vento si levano» «Ma il vento c’è sempre Professò, pure quando non lo sentiamo, pure debole il vento c’è sempre. Quello certe volte mi sentivo dentro la testa: una specie di vento» «E adesso non te lo senti più non è vero?» «Solo certe volte di notte Professò. Allora mi metto la testa sotto il cuscino e il vento finisce.»

La casa gialla adesso è stata ristrutturata ed è un ostello per studenti. Nicola uscì una domenica mattina alle 12,00 in punto. Suo fratello Giuseppe lo aspettava in macchina col motore acceso, non si vedevano da tre anni e mezzo. Quando si sedette in macchina i calzoni si sollevarono appena, Giuseppe notò il calzino nero a destra e il calzino grigio a sinistra, così come era sempre stato. Pensò che non fosse più così grave. «Dove andiamo Giusè?» «Al mare, Nicò, ce lo facciamo un giro al mare?» «E dove sta il mare? Io non me lo ricordo» «Sta poco più avanti, sempre un poco più avanti.»

Gianni Montieri

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IVANO FOSSATI – L’UOMO COI CAPELLI DA RAGAZZO (album La Pianta del tè 1988)

L’uomo avrà quarant’anni
e i capelli da ragazzo
in mezzo al cortile tiene
l’anima per sé
Il medico lo guarda
il medico tranquillo lo ascolta
gli lascia servire in tavola
tutte le volte che c’è.
Così parlano del tempo
di questo vento che porta via
e ancora del mare
di questo bel mare di Lombardia
che cresce attorno ai muri
come seminato a grano
quando d’estate canta e soffia
qualche vapore lontano.

Chi venisse a prenderlo
una domenica
vedrebbe che bel mare che c’è.

Qui il ricordo non è uomo
e il più delle volte nemmeno donna
qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna
Non per tracciare una rotta
che non si può dare una via
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia,
L’uomo avrà quarant’anni
e i capelli da ragazzo
in camera ha un ritratto che
si è fatto da sé.

Chi venisse a prenderlo
una domenica
vedrebbe che bel mare che c’è

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