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La melassa – Stagione 3, ep.6: Il paziente inglese

Rubrica a cura 
di Annachiara Mezzanini

 

C’è stato un tempo in cui estate significava poche cose. Era una dilatazione del giorno, che si ripeteva senza mai risultare banale. Poche azioni, semplici gesti che si districavano tra la magnolia in fiore dei nonni e il salotto in penombra di casa nostra. L’anguria nel lavabo a raffreddare, io e la mamma accucciate davanti alla rastrelliera dei film a leggere, piano, i titoli. La luce era filtrata dai lucernai sul soffitto spiovente e i granelli di polvere scendevano copiosi sul mio naso alzato. A quel tempo, il caldo veniva lasciato fuori dalle tende blu abbassate, le cui frange sfioravano i rami degli ulivi in vaso e tagliavano di netto il paesaggio oltre la balaustra in ferro battuto. Dentro, la casa riposava e le sole voci che si potevano percepire al di sopra delle nostre teste erano quelle degli attori, che gracidavano oltre le schermo acceso, rimbalzando tra il tubo catodico e la parete bianca. Come tante volte – come sempre – aspettavo che mia madre scegliesse la cassetta e, negli anni, il dvd. Rimanevo a osservare i movimenti attutiti dall’afa, imparando per osmosi i gesti e i riti. Ora, li ripeto, cauta, immersa nell’immaterialità delle piattaforme streaming, persa in una nuova forma di attesa.

Si può aspettare la morte con le pagine di un libro trattenute tra le dita? Si può racchiudere un’intera esistenza tra di esse con immagini, lettere, cartoline, disegni? Segnalibri del tempo, che raccontano oltre la pagina stampata, oltre la parola d’autore. Un libro solo per tutta la vita. Un solo libro che ne conserva traccia e memoria.

Il volume è un mattone di carta dalla copertina sgualcita, marrone. Tra i capitoli, cosparsi di parole piccolissime, lettere e vecchie fotografie, qualche bozzetto della Caverna dei Nuotatori in Egitto, la sagoma di una montagna che ricorda una donna sdraiata, di spalle, in attesa. Tra le memorie di colui che possiede quel libro, ristagnano le leggende di chi l’ha scritto e le storie di popoli che si sono rincorsi nel tempo, senza quasi mai sfiorarsi. Mi legge qualcosa, per favore? Una novella che possa placare la sete, una che possa far dimenticare il dolore, ma ecco che, come d’incanto, le voci si sovrappongono, riaffiora la memoria. Comincia la storia. 


Legga, così mi addormento


Un’ultima supplica prima della morte. Un ultimo atto d’amore: aprire quelle pagine ingiallite, scegliere una frase da cui cominciare e leggere tutto d’un fiato, di corsa, accavallando la lingua nel palato, facendo sbattere la voce sugli incisivi di poco scostati gli uni dagli altri. Leggere come atto finale di un’esistenza, come pietas nei confronti del malato, del vicino, dell’amico sofferente.
Il conte
László Almásy, il paziente inglese, pone fine alla sua vita così: ascoltando la dolce Hana che legge per lui, mescolando la sua voce a quella dell’amata Kristin, perduta nel deserto. E, dunque, è possibile davvero aspettare la morte in compagnia di un libro? Avere la pazienza di arrivare alla fine del romanzo, rileggere le parti sottolineate, toccare con nuove dita la rugosità della copertina e la porosità della carta. Avere la consapevolezza che, forse, la fine del capitolo non arriverà mai, che il finale della storia ci rimarrà per sempre sconosciuto. Decidere di morire prima, di smettere di ricordare e di patire tra quelle lenzuola scomode, dentro quella stanza che non ha nulla che parli di noi. Forse, sono troppo giovane per sentire quell’alito gelido avvicinarsi, ma credo che morire con un libro – il nostro più caro libro – tra le mani possa essere il modo più rassicurante che ci possa essere per andarsene, una volta rimasti soli. Soli al mondo. Senza nessuno di caro, che ci rimbocchi un’ultima volta le coperte baciandoci la fronte, lasciare andare ogni cosa con affianco quel libro che dice tutto, che non si limita a essere storia – o La Storia, come nel caso di Erodo per László – ma si completa divenendo la nostra esistenza, il custode per nulla silenzioso che tiene traccia del nostro passaggio.

 


Ora che l’estate prende vigore tra le bolle di caldo e i tuoni lontani, i giorni passano veloci e io ripenso a quella pellicola vista da bambina e ricordo il mio pensiero fisso verso l’amore descritto, verso il meraviglioso monastero-rifugio abbandonato, verso la biblioteca distrutta ma ancora ricolma di libri, verso il mattone sgualcito dalla copertina marrone che parla a bocca piena, dal bordo del comodino. Quelle stanze di sofferenza – fuori la fine della guerra, dentro il rimpianto della perdita – mi colpirono come un’asciutta epifania: una di quelle consapevolezze che non sai di aver appreso, fin tanto che non ci ripensi per caso, anni dopo. Un libro, come un diario segreto, può parlare di noi e, anzi, lo fa in continuazione. Così, per molto tempo, trascorrevo le mie giornate fuori casa senza alcuna borsa, senza nessun oggetto necessario, se non il libro che stavo leggendo. In macchina, al ristorante, tra le fila dei supermercati, in vacanza al mare io avevo sempre appresso un libro: il mio personale biglietto da visita, il contenitore della mia temporanea memoria. Come il conte del film, che sorvolava il Nord Africa mappandone i territori, anche io tenevo traccia del mio passaggio sulla terra segnando le pagine del volume come fosse un taccuino essenziale ed esistenziale. Tutto era una lista, affinché io stessa, prima ancora di chi ipoteticamente dopo di me avrebbe trovato quelle pagine, tenessi la traccia tangibile di ciò che amavo. Così, la quarta di copertina e il colophon e le pagine vuote prima e dopo il romanzo, venivano ricoperte da liste: i miei film preferiti, i miei libri preferiti, le mie canzoni preferite, le mie eroine preferite. Ogni libro doveva parlare di me, anche se questo non era affatto richiesto dall’autore. Riaprire quei libri, rivedere quel film così caro, è una ventata di tenera nostalgia, ancora troppo acerba da potermi fare male.  Attenderò altre estati per quello, per sentire la distanza e il distacco impareggiabili del tempo passato; nel frattempo, copierò i miei vecchi passi, asseconderò ancora. 

 


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